6 Luglio Lug 2018 1803 06 luglio 2018

Chi è Gerda Taro, la protagonista di La Ragazza con la Leica

Ritratto della prima fotoreporter a raccontare il centro di un conflitto. La sua storia è al centro del romanzo con cui Helena Janeczek ha vinto il Premio Strega.

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Gerda Taro 2

Ci sono sempre delle lei cancellate, rimosse, oscurate, dimenticate per troppo tempo dietro a dei lui fin troppo ricordati. E Gerda Taro, fotografa di guerra - la prima di tutti i tempi - uccisa da un tank e morta in un ospedale da campo, ragazza borghese finita celebrata martire comunista tra un Pablo Neruda e un Alberto Giacometti, è una di queste. Anzi, ne è l'esempio per eccellenza, perché del suo amante Robert Capa, il fotoreporter più celebre del mondo, non è stata solo musa, anima speculare e gemella, ne è stata - come è stato ricostruito poi - letteralmente la creatrice.

L'INVENZIONE DI ROBERT CAPA

Polacca, ma di origini ebree e cresciuta in Germania, come la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il premio Strega recuperando la sua storia e romanzando una vita già romanzo (La ragazza con la leica, Guanda, 2017), Gerda Taro si inventò il nome Robert Capa per dare più smalto e vendere meglio le fotografie di due talenti squattrinati in cerca di fortuna. Era fuggita dal buio delle persecuzioni naziste, si era lasciata alle spalle la vita borghese a Stoccarda e poi gli studi a Lipsia con compagni come Willy Brandt, e se ne era scappata dove tutti all'epoca scappavano: Parigi. E lì, tra artisti e militanti del partito comunista, lei, così bionda e minuta e raffinata, si era messa con un altro rifugiato, un ebreo ungherese, talentuoso e spavaldo insieme.
Lui, fotografo, aveva già alle spalle scoop come i ritratti di Leon Trotsky a Berlino, lei era già stata arrestata per propaganda anzi nazista finendo in carcere con tacchi e trucco, come hanno ricostruito i racconti dell'epoca. Però, che nomi: lui si chiamava André Friedmann, il futuro Robert Capa, e lei Gerda Pohorylle. Come si fanno a vendere delle immagini, così, anche se sono le sole immagini capaci di raccontare la guerra con la stessa potenza di Per chi suona la campana?

LA RISCOPERTA NEL 2007

Insieme Gerda e André si presentarono alla capa dell'agenzia fotografica Alliance, Maria Eisner, sostenendo di aver scoperto il tale Robert Capa. O così almeno ha raccontato Eisner alla scrittrice Irme Schaber, non a caso sempre una donna, la prima a omaggiare Gerda Taro dedicandole una biografia nel 2007. Robert Capa era la loro piccola truffa, una piccola truffa inventata prima di scegliersi le loro nuove separate identità e partire al fronte a raccontare la guerra civile spagnola Prima, per Gerda, di morire ammazzata tra il sangue caldo della passione politica, ma sarebbe meglio dire civile.

Un ritratto di Gerda Taro.

Morì il 25 luglio 1937, appena tre settimane dopo aver raggiunto la notorietà. E Gerda Taro era diventata famosa nel modo più bello, compiendo un atto di verità e giustizia. Era partita per la Spagna occidentale con in tasca il contratto con il giornale francese Ce soir e con i suoi fotoreportage tra migliatrici e soldati, era riuscita a smentire la propaganda reazionaria franchista che sosteneva di aver preso delle roccaforti al fronte repubblicano. La sua morte, a 26 anni, fu un simbolo, politico, culturale, artistico: un rito collettivo celebrato al cimitero dei comunardi e delle rivoluzioni, il Père Lachaise di Parigi.

LA VOLONTÀ DI ESSERCI

Eppure col tempo quel 'tutto' che erano le fotografie di Robert Capa, così potenti da spezzare i confini delle nazioni per diventare la grande narrazione delle prime guerre globali, hanno perso la loro parte femminile. E ci sono voluti anni per riscoprirla e per far tornare la storia tutta intera. Nella prima biografia della Taro si dice che già a un anno dalla sua morte, alla prima rassegna che Time dedicò a Capa, fosse divenuta «la donna di». Una dicitura che fa ancora più rabbia, non solo perché Gerda aveva già pubblicato su numerose riviste, ma anche perché aveva da poco rifiutato la proposta di matrimonio dell'uomo che rimase per tutta la vita innamorato di lei. Aveva scelto l'indipendenza, a cominciare da quella economica, e era partita sola. Era una che voleva esserci, stare sul posto, tra terra e proiettili e ferite, perché sosteneva che solo così, stando sulla linea che decideva se morivi o vivevi, potevi capire il conflitto. Per ritrovarlo il femminile, ci sono voluti 70 anni: nel 2007 l'ha celebrata una grande mostra l'International Center of Photography di New York.

SOLO LE DONNE RACCONTANO LE DONNE?

L'Italia ha dovuto attendere altri dieci, undici anni. E un'altra donna con dentro di sé culture e vite diverse. E forse non è un caso se devono sempre essere delle donne a rendere giustizia alle altre donne. Del libro della Janeczek dicono che sia la storia di una generazione intera, quella che ha affrontato il caos del mondo, anzi il male, si è schierata dalla parte del bene e ha perso. E allora per una generazione così giusta ma allo stesso tempo così sconfitta, non poteva esserci simbolo migliore di una ragazza giovane, coraggiosa e vergognosamente dimenticata.

Una foto pubblicata su twitter da John Kiszely, figlio del medico Janos Kiszely, che curò Gerda Taro nell'ospedale da campo dove morì.

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