28 Gennaio Gen 2018 1905 28 gennaio 2018 Aggiornato il 19 luglio 2018

Chi è Emanuela Loi, la prima donna poliziotto morta in servizio

Nella strage di via D'Amelio persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della scorta. Tra loro Emanuela Loi, 24enne sarda fiera e coraggiosa. Che però, aveva paura. La sua storia.

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Emanuela Loi

Coraggiosa, solare, gioiosa, positiva: così la descrive chi la conosceva. Sono passati 26 anni dalla strage di Via D'Amelio, ma la storia di Emanuela Loi, agente della scorta di Paolo Borsellino ha ancora bisogno di essere raccontata.
Era bionda e riccia: gli stereotipi ci insegnano che della sarda aveva ben poco. Eppure era una sarda tutta d’un pezzo, che amava la sua terra ed era dedita al suo lavoro, nonostante non fosse probabilmente quello che sognava da bambina. La sua figura era quella di una donna fiera e salda, maestosa e convinta, nonostante i suoi 24 anni. Sorride orgogliosa, Emanuela, nelle poche istantanee divenute pubbliche. Sorride con l’entusiasmo della sua giovane età, per nulla velato dal peso della divisa che le cingeva il corpo.

19 LUGLIO 1992, ORE 16.58

Quella domenica del 19 luglio del 1992 si era messa a disposizione nella scorta del magistrato. Il fidanzato l’attendeva a Sestu, nell’hinterland di Cagliari, ormai abituato a una relazione sospesa tra i fili del telefono. Per i più giovani, però, funzionava così: per cumulare ferie, il consiglio era quello di lavorare di domenica. E alle 16.58 di quella tragica domenica, una Fiat 126 imbottita di 100 chilogrammi di tritolo parcheggiata in via D’Amelio tolse la vita a Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddi Cosina e Claudio Traina. Ma tra quelli che ricordiamo come gli uomini della scorta del magistrato del pool antimafia, c’era anche una donna. Ed era proprio lei, Emanuela Loi, una donna con la divisa.

NELLA SCORTA DI BORSELLINO

Una divisa di cui Emanuela andava più che fiera. L’aveva scelta, l’aveva conquistata con il massimo dei voti quando, poco più che ventenne, fu ammessa a sei mesi di addestramento a Trieste. Dopo un periodo in terra friulana, nel marzo del 1990 le venne indicata un’altra destinazione con annesso nuovo incarico: piantone nella Palermo del Maxi-processo prima e delle stragi poi. Non era poco il disappunto, in questo caso. La lontananza da casa e la paura per una terra martoriata dagli attentati giocarono brutti scherzi anche per Emanuela, nonostante credesse in quella sua divisa. Il suo incarico, però, sembrava tranquillizzarla. Confessò a un amico che la sua vita sarebbe stata al sicuro, fintanto che non l’avessero assegnata a Borsellino. E a pochi giorni dal quel 19 luglio arrivò la comunicazione che, forse, in cuor suo, si aspettava. Dopo un breve periodo di ferie in terra sarda, infatti, Emanuela venne assegnata alla scorta del magistrato, che decise di scherzarci sopra. Chi dei due avrebbe dovuto fare la scorta all’altro? Erano passati poco più di 50 giorni dalla strage di Capaci, la tensione era nell’aria ed Emanuela era l’unica donna tra gli angeli custodi del giudice.

OMBRE DI STATO

Pochi giorni di servizio e il suo corpo venne rinvenuto a brandelli nel giardino di un edificio di via D’Amelio. Fu Carla, poliziotta a Palermo nel biennio terribilis dei corleonesi, a informare la madre della tragica morte, dopo aver riconosciuto il corpo dell’amica Emanuela da un brandello di seno ormai bruciato. La bara con i resti della giovane donna venne spedita immediatamente al mittente, a Sestu, con tanto di fattura di trasporto a carico dei genitori. Salvatore Borsellino inorridì dinnanzi a questo particolare, dinnanzi ad uno Stato che esige il pagamento della tratta Palermo-Cagliari, per accompagnare ciò che rimaneva di un corpo di una giovane donna che quello Stato aveva cercato di difendere. Perché è così. Stare accanto a Borsellino significava difendere lo Stato. Uno Stato che Claudia, sorella di Emanuela, non perdona e al quale continua a chiedere giustizia. La tragica fine della giovane poliziotta porta con sé quelle ombre che tetre si allungano sul ruolo giocato dagli apparati statali in quei giorni di inizio Anni ‘90. Se l’attentato è avvenuto in piena luce del sole, le circostanze che lo hanno determinato non godono purtroppo della stessa evidenza.

SPECCHIO DI UN DEPISTAGGIO PIÙ GRANDE

Il caso di Emanuela Loi è costellato di elementi ancora da chiarire. Alla famiglia non è mai stato motivato lo sgombero frettoloso dell’appartamento in cui viveva la ragazza, che a poche ore dai drammatici fatti venne svuotato di ogni suo oggetto. I genitori, partiti verso Palermo nelle ore successive alla strage, trovarono la porta dell’abitazione spalancata. Nulla al suo interno. Nemmeno le foto. E alla richiesta dei familiari di ricevere una divisa indossata dalla giovane, fu risposto con l’invio di una divisa totalmente nuova. Il basco di Emanuela, sì, quello fu restituito. Così, i dubbi che avvolgono la storia di Emanuela sono lo specchio – rimpicciolito – di quella che è stata la Strage di via D’Amelio, il più lungo depistaggio che la storia della Repubblica abbia mai conosciuto. E a 25 anni da quel 19 luglio, sappiamo tutto. Ma non sappiamo niente.

LA SUA STORIA IN UNA FICTION

Alla poliziotta è stato dedicato anche il tv-movie La scelta - Emanuela Loi della serie Liberi sognatori. Prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi, il film è andato in onda a gennaio 2018 su Canale 5. A dare il volto all'angelo di Borsellino è stata l'attrice Greta Scarano che ha raccontato: «Ho cercato di restituire al pubblico la sua femminilità, ma pure la sua ingenuità perché non si sentiva un’eroina. Davvero un bel personaggio».

L'attrice Greta Scarano in un'immagine tratta dal tv-movie La scelta - Emanuela Loi.

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