21 Febbraio Feb 2017 1700 21 febbraio 2017 Aggiornato il 23 novembre 2018

Quando il figlicidio è femminicidio

Ci sono casi di padri che uccidono i loro bambini per far soffrire per sempre le loro madri. Anche se queste donne li avevano denunciati invano dopo insistenti minacce. Analisi del fenomeno.

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Figlicidio Femmicidio

La moglie voleva lasciarlo. Il marito allora ha dato fuoco alla casa nella quale però c'era il loro figlio di 11 anni. La tragedia avvenuta il 22 novembre a Sabbioneta nel Mantovano è solo l'ennesimo caso di figlicidio (ancora non si sa se premeditato) per vendetta nei confronti di una donna che aveva lasciato il compagno. Vi riproponiamo l'analisi del fenomeno che Cristina Obber aveva scritto per noi nel 2017.

Nel luglio 2013 Pasquale Iacovone, imbianchino di 42 anni della Valcamonica, soffocò i suoi due figli Davide e Andrea, di 9 e 12 anni, e poi diede loro fuoco. I bimbi vivevano con la madre e stavano trascorrendo due settimane con il padre, nonostante a carico di quest’ultimo ci fossero minacce alla ex moglie (agli atti risultano frasi in cui Iacovone le diceva o scriveva «L’unico modo per farti del male è fare del male ai tuoi figli», «Non li vedrai più», «Li ammazzo», «Se ti rivolgi ai carabinieri, ricordati che hai dei figli», «Me la prenderò con i tuoi figli, te la farò pagare» e denunce per stalking. Dieci, per la precisione. E Dieci è infatti il nome dell’associazione che la madre dei bimbi, Erica Patti, ha fondato.

Iacovone è stato dichiarato perfettamente in grado di intendere e volere, lucido e spietato, ed è stato condannato all’ergastolo. Nella sentenza è chiaro che «uccise i figli in odio alla madre togliendole persino i corpi su cui piangere mediante l’incendio». Sempre nella sentenza si parla di una «pianificata attività volta a provocare il massimo della sofferenza alla ex moglie».
Si trattò dunque di un duplice figlicidio quale mezzo per lacerare nel modo più atroce l'ex- moglie.

In casi come questo il figlicidio si rivela essere una forma di femminicidio, un femminicidio in cui la donna muore un po’ ogni giorno, per il resto della vita; in cui la punizione per aver interrotto la relazione con l’assassino si traduce in una sorta di espiazione eterna. Il caso di Iacovone non è un caso isolato di figlicidio/femminicidio, ne cito solo due.

Il quadro che Dario Fo ha dedicato a Federico Barakat.

A Taranto nel 2010 un 28enne, Giampiero Mele, uccise il proprio bimbo di due anni, prima tentando di impiccarlo e poi recidendogli la carotide con un taglierino. Condannato a 30 anni, esplicitò in una lettera gli intenti vendicativi nei confronti della moglie che voleva lasciarlo.
Nel febbraio 2009 il piccolo Federico Barakat, otto anni, fu ucciso dal padre durante un «incontro protetto» nella sede Asl di San Donato Milanese. Trenta coltellate di cui cinque mortali, 50 minuti per morire dissanguato. Poi il padre si suicidò sopra il corpicino agonizzante del figlio. Anche qui precedenti minacce alla madre, denunce sottovalutate o addirittura ignorate; lei si opponeva agli incontri tra padre e figlio perché temeva per la vita del bimbo, ma le assistenti sociali le dicevano di non esagerare, l’accusavano di voler compromettere il rapporto padre-figlio e la minacciavano di trasferire il bimbo in una casa famiglia.

Perché «il padre è sempre il padre», si dice, e i timori delle madri vengono ridimensionati definendole «madri alienanti». Sta infatti avanzando in Italia il ricorso alla cosiddetta Pas, sindrome di alienazione parentale, una teoria disconosciuta dall’Organizzazione mondiale della Sanità che viene utilizzata proprio per screditare le madri che nelle separazioni chiedono limitazioni della potestà dei padri violenti. Perché se è vero che nelle cause di separazione si possono incontrare, da entrambe le parti, tentativi di strumentalizzare i figli all’interno di conflitti tra ex coniugi, è vero anche che è necessario stabilire una netta distinzione tra una situazione di conflitto e una situazione di violenza domestica dove i padri autori di violenze e/o abusi sessuali invocano la Pas per vedersi ridurre le restrizioni nelle relazioni con i figli.
La Pas oltretutto è stata introdotta dal dott. Gardner, un medico espulso dalla Columbia University che scrisse molto in difesa della pedofilia e questo non può che confermare quanto sia stato e sia tutt’ora interesse di padri abusanti - e dei loro avvocati - appellarsi alle sue parole.

Nonostante ciò in Italia di Pas si può parlare nei nostri tribunali e addirittura in parlamento dove è stata presentata una proposta di legge dall’associazione Doppia Difesa (Giulia Bongiorno - Michelle Hunziker) che raccoglie fondi in sostegno della Pas (con il supporto di tanti testimonial che immaginiamo male informati sul riscontro scientifico della teoria e sulle conseguenze che il loro contributo potrebbe avere nelle vite di tanti bambini e bambine).
Su questo si è espressa anche l’associazione D.i.Re., Rete nazionale dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne, ma nessun riscontro dal ministero della salute e della giustizia.

Le donne devono sempre faticare per dimostrare di essere credibili, anche all’interno delle istituzioni che dovrebbero difendere i loro diritti e quelli dei loro figli; e quando vogliono proteggere questi figli dai padri violenti vengono accusate di manipolarli per ferire gli ex compagni, di volersi intromettere in un rapporto padre-figlio indissolubile in cui il fatto di essere soggetti violenti non conta.

Così nonostante i messaggi che mandava alla moglie, Iacovone ha potuto avere con sé Davide e Andrea, e li ha uccisi.
Così nonostante quella di Federico venga definita oggi «una morte annunciata», quel padre si è potuto presentare a un «incontro protetto» con in tasca un coltello e una pistola.
Antonella Penati, mamma di Federico Barakat, ha denunciato gli operatori dei servizi sociali che non le hanno creduto, che hanno sottovalutato le sue paure umiliandola e mettendo in pericolo la vita del bimbo salvaguardando il rapporto col padre prima ancora della sua incolumità. Nel 2015 la Cassazione li ha assolti tutti e il caso è attualmente all’esame della Corte dei diritti umani di Strasburgo.

Ma mentre in tivù hanno trovato spazio puntate e puntate dedicate ad Annamaria Franzoni o a Veronica Panariello, sul caso di Federico Barakat, fatta eccezione per un servizio a Le Iene, uno a Chi l’ha visto e uno a Tagadà, in questi otto anni nessun interesse mediatico.
E così per tante altre storie di bimbi assassinati da padri violenti che le istituzioni non hanno allontanato dai figli, perché il padre è sempre il padre e le madri cattive sono più interessanti.

Chiediamoci come mai non c’è proporzione tra l’attenzione alle madri omicide e quella per gli orrori commessi dai padri. Chiediamoci perché i femminicidi e i figlicidi per mano paterna non vengono scannerizzati e analizzati con la stessa meticolosità con cui si indaga sulle streghe da bruciare, tra esperti e opinionisti nei salotti della tivù.

Forse, parafrasando il titolo di un film, perché l’Italia «Non è un paese per donne». Forse perché non è nemmeno un Paese per crescere.

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