Femminicidio

Femminicidio

10 Ottobre Ott 2019 1251 10 ottobre 2019

Nessuno tocchi il termine femminicidio

Lo slogan del Festival Giallo Mantova si propone di superarlo utilizzando il neologismo 'amoricidio'. Una parola subdolo perché sostituisce un sentimento a un corpo. L'editoriale. 

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Amoricidio E Femminicidio

Festival Giallo Mantova: una due giorni a novembre 2019 per approfondire tematiche legate al mondo del giallo, del noir e delle inchieste di cronaca nera, presenta la sua prima edizione con lo slogan Amoricidio. Verso il superamento del termine femminicidio. Me lo segnala un’amica e resto senza parole per la volgarità della caduta di stile che non m’aspettavo per un genere narrativo spesso colto e raffinato. Non sarebbe nemmeno da prendere in considerazione per la stupidità intrinseca al neologismo e dispiace essere costrette a farlo perché il termine in questione viene messo su uno dei tanti palcoscenici che ormai costellano la nostra vita. Un palco osceno più che una messa in scena visto che ricorre a un mezzuccio meschino per attirare l’attenzione, giocando sporco su tragedie reali. Il neologismo è soprattutto subdolo perché usa una forma metaforica per sostituire un sentimento a un corpo, spostando l’attenzione dal reato alla vaghezza sentimentale. La vita di una donna uccisa diventa argomento per civettare tra noir e rosa, un’intera vita ridotta a un sentimento che, se mai ci fosse stato, non era certamente amore.

«Il neologismo è soprattutto subdolo perché usa una forma metaforica per sostituire un sentimento a un corpo, spostando l’attenzione dal reato alla vaghezza sentimentale».

Uccidere non riguarda mai l’amore, mentre uccidere l’amore, il sentimento, non è reato, anzi, è la difficile necessaria e doverosa scelta delle donne che subiscono violenza da un compagno, marito, fidanzato, amico (e anche padre, fratello, zio, cognato ecc.). Gli uomini che uccidono una donna non l’amano e certamente non l’hanno mai amata, semmai è la donna ad aver amato, tollerato, mal interpretato parole e atteggiamenti, fidandosi del proprio di amore e per questo il primo dovere verso se stessa è proprio quello di cancellarlo per salvarsi. L’amore si può cancellare, qualche volta si deve, proprio per sopravvivere. Eppure non userei il termine uccidere nemmeno in questo contesto, nemmeno in senso metaforico, perché sappiamo che le parole hanno un peso e danno forma all’immaginario individuale e sociale. Chi uccide una donna agisce odio, possesso, invidia, perfidia in forma violenta e compie un reato. Non si tratta di spulciare il dizionario per scoprire che il termine proposto dal festival non esiste, sappiamo bene che la lingua è un sistema vivo e noi donne la stiamo trasformando in modo tale che chi parla e scrive non si senta mai più legittimata/o a rimuovere l’esistenza femminile. Il termine femminicidio registra un fenomeno e insieme l’esistenza di una presa di parola da parte delle donne che hanno reso visibile questo terribile problema sociale, imponendo la rilettura della storia che ha l'ha occultato in vari modi, anche legittimandolo attraverso le leggi.

«L’amore si può cancellare, qualche volta si deve, proprio per sopravvivere».

Non è casuale né innocente l’assenza, fino a pochi anni fa, di un termine per definire l’uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di possesso, e non è casuale né innocente che questo termine stia incastrato come una lisca in tante gole che compongono il nostro vociare sociale. Quanto al fatto di superarlo mi pare che qualcuno debba ancora imparare a usarlo. Mi auguro che diventi al più presto inutile obsoleto inservibile e noi tutte vive, perché così ci vogliamo: vive e che il femminicidio diventi storia passata e non realtà del presente. Non credo di dover spiegare per l’ennesima volta cos’è un femminicidio perché è ormai noto da tempo e l’opposizione a questo termine, nelle forme ideologiche subdole e manipolatorie di molta stampa e informazione, è solo la misura di ciò che svela non solo nel definire un reato ma nel portare alla luce complicità e collusioni. Ci sono cose che vanno spiegate ma costringerci a un continuo sfibrante lavoro di spiegazione per ciò che è, purtroppo, evidente, significa stabilire un’asimmetria inaccettabile nel potere di usare le parole. Abbiamo scritto abbastanza, adesso studiate o tacete! Penso che il tempo delle spiegazioni per il termine femminicidio sia finito, ora è il tempo del sabotaggio. Mi piacerebbe poter dire «una risata vi seppellirà», ma l’argomento è di quelli su cui non sono consentite né risate né subdoli giochini intellettuali. Perciò ci resta il sabotaggio, fare il vuoto intorno all’iniziativa, boicottare le trasmissioni televisive scorrette, la stampa ignobile. Si tratta di un libero gesto di cittadinanza: lo dobbiamo a noi stesse, lo dobbiamo a tutte le tante, troppe, donne uccise, lo dobbiamo a tutte quelle che operano quotidianamente nei centri antiviolenza e in tutte le associazioni che agiscono contro la violenza maschile sulle donne, per la piena cittadinanza femminile. Il giallo e il noir sono forme narrative e forse è bene che per attirare l’attenzione imparino a stare sul pezzo. Noi non siamo ostaggi della lingua, noi sappiamo reinventarla, ma per definire l’operazione proposta da questo festival le parole ci sono già tutte e nessuna di cui vantarsi.

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