Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

12 Settembre Set 2019 1730 12 settembre 2019

Come aiutare un'amica vittima di violenza domestica

Ansia, paura, senso di colpa. Queste sono solo alcune delle emozioni che si provano dopo che una persona a cui teniamo decide di condividere con noi un dramma così pesante. 

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Violenza Domestica Aiuto

Lei è la mia amica, la conosco e la frequento quotidianamente da oltre dieci anni. È quella che vedo alle cene affollate con bambini e parenti, quella con cui faccio lunghe passeggiate. Lei è una tipa in gamba e se non fosse davvero molto simpatica, molto modesta e anche un po’ pazza, mi chiederei sicuramente: «Ma come faccio a non odiarla per eccesso di invidia?». Laurea con lode a 24 anni, l’ho scoperto per caso facendo un po’ di calcoli e incrociando date varie, ha un lavoro dirigenziale molto interessante, una casa splendida (sempre in ordine) e quattro figli... Si, quattro, ma a farmi dimenticare l’invidia ci sono le sue battute, talmente argute e divertenti, e che mi fanno sbellicare dal ridere... Poi un giorno, con il solito sguardo timido, mi racconta, versando lacrime silenziose, come non riesca a camminare, perché la notte scorsa il suo bel marito l’ha talmente massacrata con un sesso violento e non richiesto che ora le fa male dappertutto. Il tempo allora si ferma. Boccheggio. Ma come? Ma perché? Sono tante le domande che vorrei rivolgerle ma i dettagli che mi sta fornendo sono talmente tanti e agghiaccianti che non riesco a proferir parola. Intanto ripasso mentalmente le tante situazioni famigliari in cui c’ero anch’io, in cui ho sentito bene le parole spietate o arroganti di lui, in cui ho notato il suo sguardo furioso... Non sembravano allora momenti realmente drammatici, sembrava solo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, sembrava una lite un po’ eccessiva tra moglie e marito. Ma il passato adesso assume tutto un altro sapore.

«Non sembravano allora momenti realmente drammatici, sembrava solo aver bevuto qualche bicchiere di troppo».

​Dopo la prima rivelazione, brutale e venata di lacrime, le confidenze continuano, in momenti separati e dilatati nel tempo. Ogni volta è più difficile ascoltare, non interrompere, non cedere alla tentazione di urlarle in faccia che deve smetterla, che deve lasciarlo, che ha quattro figli a cui pensare! Ma l’unica via di fuga per me da queste confessioni, che iniziano ad assomigliare a torture, diventa il Telefono delle donne. I consigli che la voce di donna all’altro capo del telefono mi restituisce sono tanto semplici da ascoltare, quanto difficili da realizzare. Primo: ascolta. Secondo: non giudicare! Terzo: non avere fretta. Quarto: informala del centro. «Il nostro mi raccomando, non quello dell’associazione tal dei tali...». E ultimo consiglio: non tradire mai la sua fiducia, non parlarne con nessuno. Ma come tacere un segreto così? Il fatto è che questa nuova consapevolezza pervade la mia vita totalmente. E le paure sono tante e travolgenti. Sono l’unica a sapere: e se le cose precipitassero? La notte mi capita di svegliarmi sudata pensando ai bambini. E i bambini? Cosa vedono? Cosa sentono i bambini? Cosa fanno i bambini? Come tutelare i minori? Il nostro rapporto di amicizia si perpetua quotidianamente, tra scuola, lavoro, cene (sempre meno), passeggiate (poche) e feste di compleanno. Tutto però ora è diventato difficile: come riuscire a parlare a lui? O solo a guardarlo in faccia? Una strana lucidità mi pervade, quando capisco che lui sa che io so. Niente tra noi tre è come prima. Non riesco più a vederla sola, lui arriva sempre ai nostri incontri, una volta «passava di lì per caso», l’altra volta voleva accompagnarla «perché è buio»… Lui c’è costantemente, ascolta tutto, interviene pochissimo e guarda tutto con avidità, comprese le altre donne e le giovani ragazze che, curiose, incrociano il suo sguardo beffardo e disponibile. ​​Lei sotto sotto è lusingata da questa costante presenza, perché è convinta di essere talmente indispensabile e al centro del suo amore che lui diventa matto. Queste non sono parole che ti dice a voce alta, ma so che in fondo lo pensa, lo vedo dagli sguardi, dai gesti. Per me invece il problema più grande rimane: come gestire la quotidianità? Cosa rispondere quando lui ti chiede, indifferente, un giorno dopo la scuola: «Cosa dici se porto (le bambine: mie e tue) a casa con noi questo pomeriggio?» E ancora: Come reagire alle video-telefonate che fa di continuo? Al suo essere stalker. Quelle telefonate che spiano, scrutano e sorvegliano e che privano anche me di libertà?

«Lei sotto sotto è lusingata da questa costante presenza, perché è convinta di essere talmente indispensabile e al centro del suo amore che lui diventa matto».

​Lei, intanto, mi è tanto grata dell'ascolto e, sapendo che so, si appoggia a me in cerca di conforto. E chiede. Chiede sempre di più, sempre più spesso: per tenere i suoi bambini, per fare la spesa... Che fare? Posso rifiutarmi di aiutarla dopo questa rivelazione? Posso tirarmi indietro quando so che ha dovuto licenziare anche la babysitter tuttofare per poter sanare i debiti che lui ha sparso qua e là? Perché lui oltre a privarla di libertà la priva anche di risorse materiali. Ma il fatto è che così anch’io sto diventando una vittima, così anch’io ho sempre meno libertà, trascuro il mio lavoro, le mie figlie, la mia felicità. Richiamo il Telefono Donna, unico reale sostegno in questo labirinto di specchi e di inganni, di mezze verità, di speranze infrante. «Prendi le distanze e continua ad ascoltare», mi convince la voce di donna all’altro capo del telefono. Il tempo scorre e poco cambia se non la mia assuefazione all’impotenza. Non mi sveglio più la notte, non ho più fretta che qualcosa cambi. Non sono più la sola a sapere lei sta condividendo, un po’ per volta, la sua pazza sofferenza con altre persone. E in molti ascoltiamo e condividiamo questo fardello. Per il resto nulla cambia. A momenti di lucidità e convinzione: «lo lascio!», ne seguono altri di rassegnazione: «Ora va meglio: è più gentile». Alla rabbia frustrata segue la consapevolezza che lei, la mia amica, è malata ed è lontana dalla guarigione. A me non resta che reagire nell’unico modo che conosco: cerco informazioni.

«Anch’io sto diventando una vittima, così anch’io ho sempre meno libertà, trascuro il mio lavoro, le mie figlie, la mia felicità».

Navigo online, intervisto esponenti di associazioni e cerco di capire. A livello politico la convenzione di Istanbul del 2011 ha fissato priorità e realizzato importanti novità in fatto di violenze di genere. Abbiamo definito cos’è il maltrattamento sulle donne, abbiamo capito che è perpetrato anche sulle bambine e le ragazze, ree di essere femmine. La convenzione ha inasprito le sanzioni sia penali che civili. Il consiglio d’Europa ha investito risorse. In Italia sono stati censiti centri per la tutela delle donne maltrattate, sono comparse campagne di promozione sociale per sensibilizzare l’opinione pubblica, e a scuola si sono avviati sporadicamente corsi e laboratori per istruire i bambini. L’Italia è divisa tra un Nord con più centri e associazioni attive e un Sud con scarse prospettive. Nonostante il problema sia ben consolidato, almeno quanto è antica e consolidata la prevaricazione sulle donne, viene riconosciuto da poco tempo in quanto tale, e abbiamo molto, molto da fare perché si tratta di cambiare la mentalità. ​Siamo al secondo Piano di azione per contrastare le discriminazioni, ma ancora un punto centrale del problema sfugge, o forse è un punto che non mettiamo mai abbastanza in evidenza. Il fatto è che il maschilismo appartiene tanto agli uomini quanto alle donne. Le donne maltrattate sono malate di maschilismo. Le persone (di sesso femminile, maestre, mamme, nonne, zie...) che fanno differenze di responsabilità/doveri tra bambini e bambine, lo perpetuano e coltivano. Ogni volta che ascoltiamo discorsi discriminatori sulle donne e non replichiamo, lo diffondiamo. È successo anche a me, inconsapevolmente e meccanicamente. Non si può più lasciar correre ma non si può cadere nell’eccesso opposto. Questa battaglia per l’affermazione della libertà delle donne non va condotta contro i maschi, ma contro il maschilismo. Abbiamo bisogno di tanto equilibrio per non perdere di vista le reali priorità. Nel documento di analisi sui maltrattamenti si scrive: «Il Piano è volto a contrastare la violenza maschile contro le donne in ogni sfera e contesto della vita pubblica e privata, personale e professionale...». Basterebbe poco per centrare l’obiettivo: basterebbe che si sostituisse l’aggettivo che accompagna violenza «maschile» con «violenza maschilista»: una violenza perpetrata sulle donne da tutti noi, donne comprese.

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