Femminicidio

Femminicidio

9 Settembre Set 2019 1722 09 settembre 2019

Come il cattivo giornalismo ha raccontato il femminicidio di Piacenza

Espressioni come «Gigante buono» e ricostruzioni che empatizzano con Massimo Sebastiani non sono rispettose nei confronti di Elisa Pomarelli e dei suoi famigliari. 

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Elisa Pomarelli Femminicidio Piacenza

Il 25 novembre 2017 pensavamo di aver finalmente ottenuto uno strumento con cui evitare di dover vedere titoli e articoli di giornale che offendessero le vittime di femminicidio e abusi di genere. In quella data infatti la Commissione Pari Opportunità della Federazione nazionale della stampa italiana, Sindacato giornalisti Veneto, il Cpo Usigrai e l'Associazione GiULiA Giornaliste, raccogliendo quanto indicato dalla Convenzione di Istanbul su una corretta informazione per contrastare la violenza sulle donne, davano vita al Manifesto di Venezia. Un documento importante delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell'informazione e quindi contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini. Pensavamo di aver fatto un passo in avanti e, spinte da questo lavoro, molte sedi regionali dell’Ordine dei Giornalisti hanno avviato numerosi e qualificati corsi di formazione. Il tema poteva essere affrontato senza i soliti mugugni retrogradi e con l’auspicio di poter avere maggiore attenzione da parte di direttori e capiredattori. Insomma il Manifesto di Venezia ci ha lasciato credere che l'informazione italiana fosse davvero pronta a fare la sua parte contro la piaga pandemica della violenza di genere. Illuse. Invece quello cui abbiamo assistito domenica 8 settembre 2019 rimarrà come una delle peggiori pagine del giornalismo italiano quando si parla di femminicidio. Titoli e narrazioni al limite dell'inverosimile hanno dimostrato che siamo ancora davvero lontani da una corretta informazione. E siamo talmente indietro che la coscienza popolare, il sentire comune - raramente agente di cambiamento in positivo – la cosiddetta 'pancia' delle persone, si sono dimostrati molto più vicini alla sensibilità necessaria di quanto non lo siano stati alcuni giornalisti.

«E siamo talmente indietro che la coscienza popolare si è dimostrata molto più vicina alla sensibilità necessaria di quanto non lo siano stati alcuni giornalisti».

Giusto per riassumere l'accaduto, l'ennesimo femminicidio racconta di Elisa Pomarelli una 28enne nel pieno della sua vita e di un assassino che si era convinto che quella ragazza dovesse essere sua. Una convinzione malata che evidentemente non è durata il tempo dell'omicidio, ma che è stata coltivata a lungo nella mente di un uomo che aveva la pretesa di possederla. Quando la notizia della confessione di Massimo Sebastiani ha iniziato a circolare molte testate parlando del movente si mantenevano sull'infelice e ancora consueta infelicissima «pista passionale» o sull’«amore non corrisposto». Irritante già moltissimo, perché in questa storia, come in tutte quelle dove una donna viene massacrata, la passione non c'è e non c'è nemmeno uno straccio di amore. Nei femminicidi, nello stalking, nelle prevaricazioni, nelle botte, l'unica costante è l'incapacità di maschi apparentemente 'normali' di rispettare una donna e non agire su di essa la violenza di cui sono pervasi. Ma non era la cosa peggiore che avremmo visto. Nella incredulità di tanti di noi, alcune testate (Il Giornale, Libero e Repubblica per citarne alcune) si sono lanciate in una inaccettabile narrazione compassionevole dell'assassino: «Sebastiani in lacrime», «Si è pentito» questo dicevano i titoli e i sottotitoli degli articoli. Nulla in confronto all'apoteosi dell’insensibilità e, mi sia concesso, dell'irresponsabilità professionale, di chiamare uno che ha ammazzato, scavato una fossa, seppellito e occultato il cadavere di una povera ragazza, «gigante buono».

Era già davvero troppo leggere espressioni del genere, peraltro non nuove a certe testate (cui fosse per me andrebbero tolti immediatamente finanziamenti pubblici), ma non era finita lì. Quello che racconterò ora fotografa in pieno una cultura retriva e dura a morire. Di cui, mi dispiace dirlo, un servitore dello Stato e uno stimato giornalista e scrittore si sono fatti portavoce. In tv, al Tg2 Rai, Michele Piras, colonnello dei Carabinieri di Piacenza ci ha spiegato come Sebastiani fosse davvero «provato». Un'affermazione, che avendo solo descritto quello che secondo Piras era lo stato emotivo dell’omicida, ha spostato l’attenzione dal dolore dei familiari che per giorni hanno sperato di ritrovare la figlia viva, al dolore dell’assassino. Suscitando pietà.

Il colonnello dei carabinieri sarà certamente in buona fede. MA LA BUONA FEDE NON BASTA. Mi auguro che il colonello - e...

Geplaatst door Cristina Obber op Maandag 9 september 2019

Infine, a darci il colpo finale e a far esplodere la protesta sui social network, un articolo di Repubblica a firma di Valerio Valesi che oltre ad essere un giornalista è uno scrittore di gialli e polizieschi. L'articolo in questione è un condensato di tutto quello che non vorremmo mai vedere quando si racconta un femminicidio: non la fredda cronaca di un orrore, ma una sequenza di immagini compassionevoli e involontariamente protese alla comprensione da riconoscere ad un uomo. Un uomo che pochi giorni prima aveva massacrato brutalmente una ragazza. Una lettura che ci tramortisce sin dall'incipit riportando le parole del Sebastiani: «Ho fatto una stupidaggine», dice come se tra le cose che possiamo chiamare stupidaggini possa mai esserci l'uccidere qualcuno. E ancora, nel giro di poche righe leggiamo che il reo «era in lacrime», che ha «manone da tornitore» e che il suo «gesticolare convulso» è perché, poverino, proprio non trova le parole con chi sta raccogliendo la sua confessione. Ma non basta: il racconto del giornalista diventa una descrizione degna di un romanzo noir dove l'autore ha deciso che il lettore dovrà empatizzare col femminicida: l’assassino che singhiozza, che viene descritto come «un uomo semplice». Persino la sponda al movente, dicendo che gli inquirenti ritengono sia avvenuto «d'impeto e senza premeditazione». E se già mi sembra fuori luogo parlare di un impeto del quale non si hanno evidenze, ancora più assurdo mi è parso l'ardire di Valewi di dire che forse tra i due vi era «un gioco alla fine pericoloso». Chissà perché non suppone che Sebastiani stalkizzasse la ragazza, che le sue insistenze fossero diventate ingestibili e che la ragazza di certo non gli poteva aver dato alcuna speranza, visto che era, come si è saputo, omosessuale. Per il giornalista, invece, la strada attendibile è che il rifiuto della ragazza per Sebastiani «sia diventato frustrante» concludendo che forse a causa del «caldo e qualche bicchiere» questo respingerlo con decisione sia risultato insopportabile.

A nulla sono bastate le proteste che si sono levate su Twitter e Facebook con un hashtag rabbioso (#gigantebuonouncazzo) usato da decine di uomini e di donne indignati. In moltissimi hanno chiesto al Direttore Carlo Verdelli che il pezzo fosse oscurato. Non è servito a nulla.

In questa tristissima storia, dove una ragazza nel fiore degli anni non potrà più tornare a casa dai suoi cari, non ci può essere nulla di positivo. Ma cara e povera Elisa, per quello che può contare, sappi che tantissimi uomini hanno gridato per difendere la tua dignità. Domenica 8 settembre per moltissime e moltissimi di noi quei racconti che inventavano una bontà che non esiste e che certo non ti ha salvata, sono diventati motivo rabbia, dolore vivo e l’urlo imperioso contro una stampa che proprio non vuole imparare. No, non consola. No, non potrai vivere la tua vita come meritavi. No, non tornerai a casa. Ma, se mai possibile, abbiamo provato a proteggerti almeno da questa inutile vergogna.

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