Femminicidio

Femminicidio

4 Settembre Set 2019 1938 04 settembre 2019

Evitiamo, per favore, che Adriana Signorelli muoia due volte

Uccisa a coltellate dal marito, aveva attivato il Codice Rosso ma non aveva seguito il consiglio di cambiare casa. La gip ha sottolineato questa cosa. 

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Adriana Signorelli Femminicidio Codice Rosso

Mi fanno semplicemente rabbrividire le parole utilizzate dalla giudice per le indagini preliminari Maria Vicidomini nell'ordinanza di custodia in carcere per Aurelio Galluccio, che ha ucciso a coltellate Adriana Signorelli nella notte tra sabato 31 agosto e domenica 1 settembre.

La gip, la cui buona fede e la cui serietà non sono minimamente in discussione, nelle motivazioni del provvedimento, oltre a descrivere la sequenza impressionante di atti di violenza che l'uomo aveva già avuto nei confronti della donna, aggiunge che la vittima, «contrariamente a quanto preannunciato agli agenti di Polizia nell'intervento del 27 agosto», quando l'uomo aveva sfondato anche la porta del bagno della casa della moglie da cui si stava separando, «non si recò mai presso l'abitazione della figlia, continuando invece, come già aveva fatto tantissime volte in passato, ad intrattenere rapporti con il Galluccio, a recarsi a casa sua e ad accoglierlo nella propria abitazione, la ultima in data 31 agosto», ossia il giorno del femminicidio.

Una semplice descrizione dell'accaduto, diranno in molti. Un esempio drammaticamente adamantino di come non ci sia adeguata formazione da parte di chi è chiamato a giudicare e indagare sulla violenza maschile sulle donne, dico io. E aggiungo: purtroppo queste parole conducono ad un messaggio distorto e controproducente, nel quale è facilissimo trasferire, seppur inconsapevolmente, la convinzione che la donna abbia una corresponsabilità per ciò che ha subito. Se in Italia riuscissimo a capire che la formazione della Magistratura e delle Forze dell’Ordine è una chiave di volta per prevenire la violenza e fermare questa spaventosa strage di donne, non dovremmo trovarci a spiegare che chi è schiacciata dall’incubo della violenza e delle vere e proprie torture cui è sottoposta (tra queste includo lo stalking e le aggressioni reiterate) non può e non deve MAI subire un giudizio sul proprio comportamento, su ciò che ha fatto o che non doveva fare. Purtroppo, questa descrizione del gip offre una sponda al giudizio sul comportamento della vittima, invece che sulla violenza efferata e reiterata dell’assassino. Sarà sin troppo facile per molti pensare, leggendo le parole della gip: «Ma allora se l'è proprio cercata...» oppure «Ha sbagliato, lei: avrebbe dovuto ascoltare i poliziotti».

Ed è così che uccidiamo le vittime due volte. E allora ripetiamolo forte e chiaro: in un Paese civile che abbia davvero adottato adeguate politiche di prevenzione agli efferati reati della violenza maschile contro le donne, non sono le vittime a dover ‘agire o non agire’, ma lo Stato che deve proteggerle ed essere in grado di riconoscere la pericolosità dei persecutori, rendendoli immediatamente inoffensivi. E dobbiamo anche rassegnarci al fatto che non esistano le bacchette magiche come millantato dal Governo uscente che trionfante ha promulgato una legge identificata per brevità Codice Rosso: come dice giustamente Maria Teresa Manente, responsabile ufficio legale di Differenza Donna Ong ed una delle voci esperte più autorevoli in materia nel nostro Paese «il Codice Rosso, alludendo al criterio che al pronto soccorso assicura l’ordine di priorità di trattazione per i pazienti a rischio di vita, propone una logica che astrattamente potrebbe apparire coerente con gli obblighi internazionali di tempestività della risposta istituzionale alle richieste di aiuto delle donne che subiscono violenza di genere, ma che di fatto non si discosta dalla cornice di un populismo penale come progetto politico di governo». E infatti il Codice Rosso non ha salvato la vita di Adriana.

Per affrontare questa pandemia inaccettabile di violenza e prevaricazione che le donne in Italia subiscono da parte di mariti, compagni, ex la strada la segna con chiarezza la Convenzione di Instanbul, nella quale non a caso la formazione specifica di chi si occupa di questo tema è un punto fondamentale. Oggi il nuovo Governo restituisce alle Pari Opportunità la dignità di un dicastero, nominando finalmente una ministra che ci auguriamo possa dare quella spinta alle politiche di contrasto alla violenza che finora non c’è stata. Se Elena Bonetti agirà con determinazione, spingendo su conoscenza e specializzazione su questo tema complesso, sfruttando l’esperienza dei Centri Antiviolenza (che ogni giorno operano sul campo con coraggio e mezzi irrisori) si potranno fare davvero dei passi avanti sistemici e non emergenziali. E magari non dovremo più raccontare, come nel femminicidio di Milano, che la gip ha applicato la custodia in carcere, descrivendo il reo come soggetto di elevatissima pericolosità sociale che potrebbe uccidere ancora. Quando purtroppo ha ucciso già.

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