26 Agosto Ago 2019 1738 26 agosto 2019

Perché abbiamo un problema con la pornografia

Donne stereotipate, asservite meccanicamente al godimento dell’uomo. Atti o espressioni verbali violente o umilianti. E standard di corpi che proiettiamo sui partner. Quello che c'è di fuorviante in questo mondo, che cattivo non è.

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Nel 2018 il sito di video hard gratuiti Purnhub ha avuto più di 33 miliardi di visite, per 962 ricerche al secondo, in crescita rispetto all’anno precedente. E non è l’unico. Quella del porno è una delle maggiori industrie online al mondo, con un giro d’affari da capogiro, e nessuno di noi può dirsi immune dal suo impatto. È il momento di lasciar perdere i tabù e affrontare l’argomento, chiedendoci cosa c’è dietro questo mondo nascosto a cui tutti accedono ma in pochi lo dicono. Perché, se lo si guarda da vicino, non c’è niente di erotico.

È IL MERCATO, BELLEZZA

L’industria online dei video «per adulti» è monopolizzata da un solo nome, quello del colosso lussemburghese MindGeek. I guadagni da capogiro, però, non arrivano agli attori, se non a pochissime star, mentre la massa dei performer non si arricchisce affatto e, anzi, spesso ha un secondo lavoro. Recentemente l’ex pornoattrice Mia Khalifa ha detto di aver guadagnato dalla sua attività durata dal 2014 al 2016, che l’ha resa la performer più cercata, appena 12 mila dollari. Intervistata dalla life coach Megan Abbott, ha anche raccontato di essersi avvicinata al porno dopo un’operazione per l’aumento del seno, dopo un’adolescenza da «brutto anatroccolo»: accettò la proposta convinta che finalmente avrebbe ottenuto l’apprezzamento maschile di cui aveva bisogno, sano o malato che fosse. Non è l’unica nel settore a sostenere che l’industria del porno faccia leva su donne fragili, che paga poco per sottoporsi a pratiche sempre più umilianti e violente. A indagare gli aspetti poco trasparenti del settore ci ha già pensato il documentario Pornocracy (2017) della regista francese Ovidie, che sottolinea come la svolta sia avvenuta nel 2006, anno del lancio di YouPorn: con il tracollo dell’industria dei dvd le paghe delle attrici sono crollate dai circa 3 mila ai 600 dollari a scena.

UNA RAPPRESENTAZIONE FUORVIANTE DELLA SESSUALITÀ

Non solo donne stereotipate asservite meccanicamente al godimento dell’uomo, a sua volta rappresentato come una macchina, ma anche atti o espressioni verbali violente o umilianti sono la norma nel mainstream. Tra le parole cercate dagli utenti ci sono teen (adolescente) e rape sex (stupro) e via scalando con una normalizzazione dell’uso di verbi come punish (punire) e destroy (distruggere) in ambito sessuale. La maggioranza del porno mainstream – quello a cui si accede con immediatezza tramite Google – è così intrisa di questi elementi spesso non ce ne rendiamo conto. Perché nessuno gli (o le) ha fornito un’altra interpretazione della sessualità, positiva e fatta di condivisione, allegria e passione. Chi sostiene che il porno sia solo fantasia e non c’entri con la sessualità reale dovrebbe se mai chiedersi da dove vengano queste fantasie; Ovidie stessa si chiede, se il porno non lo è, allora cos’è il sesso vero?

UN CIRCOLO VIZIOSO

La pornografia non si limita a ispirare delle fantasie nella gente, ma ha anche un’enorme capacità di suscitarne. Questo da un lato è potenzialmente, immensamente liberatorio, dato che può aprire a esperienze nuove, ma può rivelarsi una trappola: provando eccitazione e soddisfazione guardando un porno, infatti, inconsciamente associamo alla soddisfazione stessa quello che vediamo sullo schermo, che negli ultimi anni è spesso violento e umiliante per almeno una delle parti coinvolte. Lo scrittore Martin Amis, a questo proposito, raccontando la crudezza di un set porno scrive: «Continuavo a temere che potesse piacermi».

PELI? NO, GRAZIE

Che si ispiri alle nostre pulsioni inconsce o che ne susciti di nuove, in ogni caso l’industria pornografica ha un’enorme influenza su tutti noi. Non solo in camera da letto, ma anche nella percezione del nostro corpo. E non solo: il documentario della BBC Brought up on porn suggerisce che le aspettative sul corpo dei potenziali partner siano modellate sugli standard del porno. Tra le mode recenti c’è il rifiuto dei peli del corpo, percepiti come brutti e anti-igienici (in realtà è vero il contrario), e il cui rifiuto rivela un’attrazione infantile potenzialmente inquietante. Se l’aspetto estetico – fatto di seni e membri fuori misura – pesa sull’autostima dei giovanissimi e sulle loro aspettative verso gli altri, c’è anche un altro aspetto che influenza la vita intima dei ragazzini: gli atti che nei porno vengono messi in scena, solitamente espressioni di potere dell’uno sull’altro che spesso non implicano il consenso, diventano la nuova normalità nei rapporti reali. Stiamo crescendo una generazione perfettamente inserita nella cultura dello stupro, che del sesso ha quest’idea. Sugli adolescenti, infatti, che hanno tramite questi siti il primo contatto con la sessualità in età precoce, l’effetto è enorme: secondo gli studi, l’esposizione prolungata e precoce alla pornografia influisce sulla visione che si ha delle donne e sul modo di vivere la sessualità.

NO, IL PORNO NON È CATTIVO

Tutto questo è da collocare in un contesto di assenza o, se va bene, inadeguatezza dell’educazione sessuale a scuola e del dialogo in famiglia e di un dibattito politico in cui si associano le avversarie alle bambole gonfiabili. La nostra società non si è ancora liberata del tutto dell’idea del sesso come di qualcosa di sporco, un tabù di cui non bisogna parlare. Che fare, quindi? Spegnere tutto e colpevolizzarsi? No. Il porno in sé e per sé non ha nulla di male e può, anzi, essere il veicolo per una sessualità più libera, anche in condivisione con il partner. Erika Lust (con cui Lettera Donna ha parlato qualche anno fa) è solo la più nota delle registe (per lo più donne) impegnate per una pornografia diversa, positiva e più reale. Ma l’espressione «porno per le donne» è fuorviante, perché la limita e asseconda lo stereotipo per cui tutti gli uomini amino quella mainstream sessista: è una pornografia femminista, una corrente in ascesa che si basa sui concetti per cui le persone non sono oggetti, il piacere deve essere condiviso e quello femminile è essenziale tanto quanto quello maschile. Lust è convinta che riguardo a un film porno non si possa prescindere dalla sua produzione, proprio come a tavola non ci accontentiamo di qualcosa che sia buono e sano ma ci informiamo anche sul produttore.

CHI PAGA PER QUALCOSA CHE OTTENIAMO GRATIS?

La pornografia oggi, che piaccia o no, è la prima e spesso l’unica forma di educazione sessuale e il primo contatto dei ragazzini con il mondo della sessualità. Per questo è importante parlarne e trattarla come tale. Che sia il porno a suscitare i desideri o che li assecondi, che il porno influenzi la nostra società o che ne sia uno specchio, una certezza c’è: è parte della nostra cultura e dobbiamo imparare a farci i conti. Siamo (giustamente) attenti a chi produce il nostro cibo: dovremmo iniziare a informarci anche su chi produce il nostro intrattenimento, culturale o erotico che sia. E chiederci chi paga qualcosa che noi otteniamo gratis, perché di fatto a pagarlo sono le attrici che vediamo sullo schermo, ma paghiamo anche noi stessi e paga il nostro rapporto con il nostro corpo e con gli altri.

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