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Diritto all'aborto

21 Giugno Giu 2019 1348 21 giugno 2019

La Cassazione non ha messo in discussione il diritto all'aborto

I leader del Congresso delle famiglie provano a cavalcare la sentenza sul feto che deve essere considerato uomo durante il travaglio. Si tratta solo di propaganda che nulla ha a che fare con la legge 194. 

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Cassazione Feto Aborto In Italia

Non sono passate nemmeno 24 ore dalla decisione della Cassazione di ampliare la tutela dei bimbi che stanno per venire al mondo che, come largamente previsto, gli anti-abortisti ci si sono tuffati come un limone tra le cozze. «Il vento della storia è cambiato, dal Congresso delle famiglie in poi si afferma sempre più la cultura della vita e il diritto che torna a tutelare i deboli», si sono affrettati a dichiarare Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente del singolare evento che si è tenuto a Verona dal 29 al 31 marzo 2019, nonché di ProVita e Famiglia. «Ora però: se è omicidio colposo quello di un'ostetrica che provoca la morte del nascituro, prendiamo atto che ogni volta che c'è una gravidanza interrotta con l'aborto si tratta di una soppressione della vita. Non si possono fare due pesi e due misure. Da adesso in poi lo Stato sia consequenziale e vada in fino in fondo: aiuti le donne a tutelare la propria salute e ad affrontare con fiducia il futuro sostenendo la vita con ogni tutela possibile sia sociale che economica», hanno concluso. Respiro profondo. Contiamo tutti insieme fino a 100 e una volta che ci siamo calmati rileggiamo insieme la sentenza contestualizzandola, perché forse a questi due signori è sfuggito qualcosa (di sicuro il fatto che se lo Stato vuole tutelare le donne deve farlo anche rispettando il diritto all'aborto sancito dalla legge 194).

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE SI RIFERISCE A UN PARTO

Partiamo intanto dal circostanza su cui si è espressa Cassazione. Si tratta di un caso di malasanità avvenuto nella sala parto di una clinica di Salerno. Al centro della vicenda un'ostetrica 44enne che non aveva adeguatamente monitorato il battito cardiaco di un feto mentre la madre era in travaglio e le era stata somministrata l'ossitocina per aumentare le contrazioni. L'ostetrica continuava a rassicurare il ginecologo di turno che tutto procedeva regolarmente. Invece il bimbo fu estratto dall'utero già morto, per asfissia. I periti stabilirono che la congestione degli organi e lo stato di sofferenza fetale «non si era determinata in pochi minuti» ma in almeno mezz'ora. Se il monitoraggio fosse stato adeguato il bambino, che era perfettamente sano, poteva essere salvato ricorrendo al cesareo. Insomma stiamo parlando di una gravidanza al termine e non nel primo trimestre durante il quale si può ricorrere all'interruzione volontaria. Tanto che nella sentenza, la Cassazione ha riconosciuto che il feto, benchè ancora nell'utero, deve essere considerato un uomo nello sforzo di arrivare alla luce, nella fase di transizione dalla vita uterina a quella extra uterina. Con la conseguenza che il personale sanitario che assiste le donne in travaglio, se commette errori fatali per negligenza, imperizia, o disattenzione, verrà condannato per omicidio colposo e non per aborto colposo, reato meno grave.

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