13 Giugno Giu 2019 1530 13 giugno 2019

Proverbi misogini: passato e presente del linguaggio sessista

Aspetto fisico, emotività, maternità, e sessualità sono tra gli aspetti più presi di mira e utilizzati per suggerire l’inferiorità femminile e legittimare la violenza domestica. Cambiare si può, partendo dalle parole.

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Chi dice donna dice danno, Moglie e buoi dei paesi tuoi, La donna e l’orto vogliono un sol padrone, fino al più moderno Donna al volante pericolo costante. Dall’antichità ai giorni nostri il linguaggio comune è stato disseminato di espressioni e immagini che rivelano una visione discrimatoria e sessista. Aspetto fisico, emotività, maternità, e sessualità sono tra gli aspetti più presi di mira e utilizzati per suggerire l’inferiorità femminile e legittimare la violenza domestica. Cambiare si può partendo dalle parole, per passare ai fatti.

ALLE ORIGINI DEL MASCHILISMO IN 'PAROLE POVERE'

Formule lapidarie o brevi cantilene in rima, i proverbi sono sentenze enunciatrici di presunte verità ricavate dall'esperienza quotidiana o di veri e propri pregiudizi condivisi e replicati in modo automatico degli appartenenti a una certa cultura. La dottoressa Elisabetta Benucci, collaboratrice dell’Accademia della Crusca, ci ha spiegato che «la maggior parte di quelli oggi noti risale al XVII secolo e ha avuto origine in ambito contadino e popolare (più rari quelli provenienti dalla tradizione colta e fissate in scritture dotte e anche sacre), dominato da una cultura patriarcale, in cui la donna era costantemente oggetto di diffidenza, discriminazione, violenza e sottomissione».

IL PRESENTE E IL SESSISMO INTERIORIZZATO

E secondo la dottoressa Camilla Gaiaschi del Centro di Ricerca Genders (Università degli Studi di Milano), la sopravvivenza nella lingua italiana attuale di molti proverbi antichi, dimostra «che ancora oggi permane una visione del mondo basata sugli stereotipi di genere, che li mimetizza e li rende «abituali» attraverso il discorso comune». L’obiettivo, oggi come in passato, è quello di mantenere e legittimare un sistema sociale che vede l’uomo come superiore, più produttivo, leale e affidabile della donna (Huomo di paglia vale una donna d’oro), che quindi 'merita' di essere dominata, giudicata, zittita (La donna deve parlare quando la gallina va a pisciare).

MISOGINIA IN PILLOLE

La dottoressa Gaiaschi spiega che «anche nel linguaggio si attivano distorsioni e meccanismi automatici («bias») che portano ad attribuire o negare qualità in base a «schemi di genere» socialmente condivisi. Oggi come un tempo ci si aspetta che la donna risponda a determinati canoni fisici e comportamentali: deve essere bella, umile, affettuosa, materna, dedita alla famiglia e custode del focolare domestico (La donna deve avere tre m: matrona in strada, modesta in chiesa, massaia in casa). Coloro che deviano da questo stereotipo (le cosiddette token) vanno incontro alla pubblica riprovazione e sono indegne di considerazione o rispetto (Quando la femmina cammina e dondola l’anca, se puttana non è, poco ci manca).

LA DONNA IMMORALE, INAFFIDABILE E PERICOLOSA

Come fa notare Benucci dell'Accademia della Crusca, «argomento prediletto di molti proverbi è la presunta immoralità della donna, che è sempre rappresentata come ingannatrice, maliziosa, bugiarda e impudica» (La donna è maestra d'inganno; Lagrime di donna fontana di malizia). La donna è inaffidabile (Chi piglia l'anguilla per la coda e la donna per la parola, può dire di non tener niente) e dominata da sentimenti negativi (Amor, dispetto, rabbia e gelosia in ogni donna ha signoria), tanto che a lei si associano soprattutto immagini di danno o pericolo (Chi disse donna disse guai; Dal mare sale e dalla donna male; Tre D rovinan l'uomo, Diavolo, Danaro e Donna).

L'ASPETTO ESTERIORE: PRO E CONTRO DELLA BELLEZZA

«I proverbi non solo attaccano la donna brutta (Donna barbuta coi sassi si saluta), ma disprezzano anche quella bella (La bella donna è un bel cipresso senza frutto; La donna è come la castagna, che di fuori è bella e dentro ha la magagna), soprattutto se vanitosa (A donna non si fa maggior dispiacere che quando vecchia o brutta le vien detto), incapace di obbedienza (Bella donna cattiva testa, bella mula pessima bestia) o sola (La donna che vive senz’amante è come vite che non ha palo ove si pianta)» prosegue l’esperta.

LA DONNA-OGGETTO (E LA DONNA

La trasformazione della donna in oggetto rientra perfettamente nell’orizzonte ideologico delineato dalla mentalità contadina, che esprime l’idea del potere attraverso il possesso materiale. Moglie e buoi dei paesi tuoi; La donna e l’orto vogliono un sol padrone; Di donne e di oche è meglio tenerne poche. Benucci spiega che in molti proverbi «la figura femminile viene ridotta a qualcosa di quantificabile e selezionabile come il bestiame, non solo allo scopo di umiliarla (La donna è la prima bestia del mondo; Da una mucca a una donna ci corre un par di corna; Femmine, ciuchi e capre hanno lo stesso capo; Piuttosto che nascer donna, meglio asino) ma soprattutto di mantenerla in posizione subalterna e renderla dominabile (Abbi donna di te minore, se vuoi esser signore)».

DALLE PAROLE AI FATTI: LA VIOLENZA 'LEGITTIMATA'

Benucci sottolinea che «I proverbi documentano un’immagine duplice della donna: da un lato essa è relegata alla passività della casa e all’obbedienza al marito (Le parole son femmine e i fatti maschi; Gli uomini fanno la roba e le donne la conservano), dall’altro ella è sempre 'colpevole' di azioni maliziose o dannose». Trasformandola in oggetto o considerandola alla stregua di un animale, l’uomo-padrone acquisisce il diritto di 'addomesticare'la donna e pretenderne l’obbedienza con ogni mezzo (Buono e rio cavallo vuole sprone, E la cattiva donna un buon bastone; Donne, cani e baccalà, più li picchi più diventano buoni). La violenza fisica ma anche sessuale diviene così un fatto 'legittimo' e addirittura di 'romantico': La gelosia scopre l’amore; Amor di bella donna fa uscir le cervella.

DERESPONSABILIZZAZIONE SOCIALE

In quanto basati su convinzioni condivise, replicate in modo automatico, i proverbi per loro stessa natura servono da 'deresponsabilizzanti sociali'. Questi dispositivi presentano come 'normale' il predominio maschile sulla donna, e al tempo stesso riconducono gli atti di violenza a cause esterne a chi li compie: La donna è il fuoco, l’huomo la stoppa, e il Diavolo soffia. Non solo l’uomo risulta così “innocente”, ma l’intero contesto sociale viene deresponsabilizzato di fronte al sopruso. Massime come I panni sporchi si lavano in casa e Tra moglie e marito non mettere il dito non sono solo una rivendicazione di privacy, ma anche un incoraggiamento all’omertà.

DONNE E POTERE: IL GENDER GAP NEI PROVERBI

Secondo Benucci «come proprio dalla misoginia di alcune massime antiche e moderne emerga in realtà il timore nei confronti delle donne». Indipendenza economica, cultura e superiorità sociale sono i fattori che (oggi come in passato) minacciano l’asimmetria di potere tra i sessi e per questo nella loro declinazione femminile vengono screditati.
I proverbi non solo invitano gli uomini a scegliersi una compagna che non gli sia superiore (Donne e buoi de' paesi tuoi) , ma presentano la possibilità che le donne studino e assumano ruoli di comando come una disgrazia (Putto in vino e donna in latino non fece mai buon fine; Dove donna domina, tutto si contamina; Chi governa il regno per consiglio di donne, non può durare). Si reitera così lo stereotipo della donna dedita all’accudimento e alle attività domestiche (Più vale una savia donna filando, che cento triste regnando), per questo anche la maternità mancata diviene oggetto di ulteriore discredito (Alle donne che non fanno figli, non ci andar né per piaceri né per consigli).

SESSISMO LINGUISTICO E ATTUALITÀ

La dottoressa Benucci fa notare come «sebbene l’epoca linguisticamente più prolifica di proverbi si sia conclusa nel XIX secolo, se si legge con attenzione, sotto l’apparenza scherzosa del 'gioco' verbale o la goliardia delle rime, molti proverbi rivelano ancora oggi il tentativo di esorcizzare, con la violenza o con il disprezzo, la paura attualissima del raggiungimento della parità di genere». A questo si aggiunge un altro fenomeno linguistico amplificato dai media: la tendenza, nelle cronache di violenze e femminicidi, a mettere in relazione il fatto narrato con gli stereotipi della gelosia, dell’amore tradito, della follia. La dottoressa Gaiaschi spiega che «questo genera un’equivoca giustificazione 'romantica' degli eventi, presentando come 'eccezionale' quella che in realtà continua ad essere una condizione di subalternità strutturale nella nostra società». Insomma: nei fatti come nel linguaggio, le donne stanno ancora un passo indietro.

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