Suggestioni Lilla

6 Giugno Giu 2019 1748 06 giugno 2019

La storia di Alice come quella di Noa Pothoven, ma con il lieto fine

Venticinque anni, soffriva di anoressia e depressione, e dopo un percorso di terapie fu vittima di violenza sessuale. Ma è riuscita a chiedere aiuto e a ritrovare, dopo molto dolore, la fiducia in se stessa: «Sono ancora padrona della mia vita».

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Depressione Disturbi Alimentari Abusi Noa Pothoven 2

Alice Villa.

Proprio nel giorno in cui gli attivisti di tutto il mondo si mobilitavano per lanciare un messaggio di speranza in nome della lotta contro i Disturbi Alimentari, il World Eating Disorders Day, la 17enne Noa Pothoven, originaria di Arnhem (Paesi Bassi), si lasciava morire in casa, assistita dai familiari, smettendo di alimentarsi, dopo anni di sofferenze psichiatriche conseguenti ai ripetuti abusi sessuali subiti da bambina.

UNA BATTAGLIA DI VITA, PER LA VITA

«Dopo anni di battaglie, sono esausta. Ho smesso di mangiare, di bere, e dopo averci a lungo ragionato, ho deciso di lasciarmi andare, perché la sofferenza è insopportabile. È finita. Per molto tempo la mia non è stata vita, ma sopravvivenza. Respiro ancora, ma non vivo più», aveva annunciato pochi giorni prima sul suo profilo Instagram. Lì, in quel microcosmo virtuale che utilizzava per spronare a non arrendersi, si descriveva come #stronglikeafighter, «forte come una guerriera», lo stesso termine utilizzato da tantissime sue coetanee che ogni giorno combattono la dura lotta contro i disturbi mentali.

«Ero giovane, avevo undici anni quando è iniziato.

Ero già una perfezionista, qualcosa che mi rendeva tesa, perché volevo fare tutto perfettamente a scuola.

Tuttavia, era ancora abbastanza normale.

Fino a quando sono stata aggredita due volte, fino a quando non sono stata stuprata.

Fino ad allora era normale.

Dopo di ciò non è rimasto più nulla della mia vita. »

(fonte: BoekScout)

Sono le parole con cui Noa ha consegnato alla società il suo grido di disperazione. Nella pluripremiata autobiografia Winning or Learning (Vincere o imparare, novembre 2018), infatti, ha raccontato la sua personale battaglia contro il disagio mentale, nella speranza che potesse rivelarsi utile per altri giovani che affrontano problemi simili. Per anni, giorno dopo giorno, ha convissuto con anoressia, depressione e disturbo da stress post-traumatico, disturbi invalidanti al punto tale da rendere la sua una «non vita» - come lei stessa aveva definito la sua esistenza - alla quale alla fine si è arresa.

TANTE GUERRIERE COME NOA

E sono tante le «guerriere» che ogni giorno combattono contro il mostro della malattia mentale e i fantasmi delle esperienze traumatiche vissute, molto spesso subite: all’origine di profonde sofferenze, come la depressione e i disturbi alimentari, ci sono storie di violenze, abusi, stupri, che trovano attraverso il sintomo l’unica possibile, dolorosa, via di sfogo. E, inizialmente, la smentita e il rifiuto sono un’oasi in cui trovare rifugio per la mente scossa, al punto che costringersi in silenzio e negare l’evidenza sembra l’unica soluzione possibile per tollerare il dolore. Ma non per liberarsene, e il caso di Noa ne è l’emblema.

LA RINASCITA DI ALICE VILLA

Ci è passata anche Alice Villa, 25enne genovese, che già da sette anni combatteva l’anoressia, accompagnata da una forte depressione, e proprio quando finalmente, dopo un lungo e tortuoso percorso di terapie, stava iniziando ad assaporare la sua rinascita, è stata risucchiata nel vortice della violenza: «all’inizio provavo un senso di vergogna incredibile, di disgusto per me stessa, come se mi sentissi continuamente sporca». E subito dopo l’accaduto, è stato forte il richiamo della malattia: nella testa di Alice c’era una voce che urlava che tornare ad avere un corpo privo di forme l’avrebbe tenuta lontana da quei mostri che l’avevano aggredita in quella notte, il 5 ottobre 2018, in cui è stata vittima di abuso da parte di tre ragazzini, mentre era a una festa di laurea. Ma poi, grazie al percorso di terapia, ha capito che tornare ad affamare il proprio corpo, «un corpo malato che nessuno vorrebbe toccare», avrebbe solo aggiunto ulteriore sofferenza a quella enorme che già stava provando; sarebbe stato solo, ancora una volta, «totalmente autodistruttivo».

Il primo mese dopo l’episodio è stato il più difficile da superare, un «incubo» per Alice, che manifestava episodi di autolesionismo – un meccanismo malato per sentirsi viva e distogliere l’attenzione dal suo dolore interiore, viscerale – e si faceva la doccia più volte al giorno, o beveva il colluttorio, per tentare di purificarsi in qualche modo. L'invasione violenta della sua intimità aveva cambiato, di nuovo, anche il rapporto con il suo corpo: quella «sensazione di ferita, di macchia, di sporco è difficile da far andare via». Sono state la disperazione e la distruzione che leggeva negli occhi della sua famiglia a darle la forza di reagire, il coraggio di continuare a lottare. La psicoterapia è stata «un salvagente» che ha aiutato tutti, un po’ alla volta, a comprendere, a liberarsi della vergogna.

Alice Villa.

DENUNCIARE È TUTELARSI: L'IMPORTANZA DI CHIEDERE AIUTO

Alice si ritiene fortunata, perché è sopravvissuta e, soprattutto, perché può contare, oltre che sul valido aiuto esperto della sua terapeuta, anche sull’appoggio della sua famiglia, che in questa battaglia per la vita, e ora anche per la giustizia, l’ha sempre sostenuta; in particolare, il fratello che era con lei a quella festa e l’ha soccorsa.

Alice però non si dà pace e prova ancora tanta rabbia per i suoi aguzzini (uno dei quali ha anche altri precedenti penali), oggi purtroppo ancora a piede libero. Quello della violenza, confinata dietro un muro di omertà ancora troppo alto nella società contemporanea, «è un peso troppo grande da poter portare da soli, come una bomba a orologeria che hai addosso e che prima o poi scoppia» e a farne le spese, oltre alla mente, è appunto il corpo. Per non lasciarsi schiacciare da questo enorme peso, chiedere aiuto è fondamentale: denunciare, senza vergognarsi, è un atto di coraggio imprescindibile - seppur faticoso - per difendersi, proteggersi e tutelarsi.

Ora Alice guarda al futuro e, anche se ancora cerca giustizia per l’accaduto, ha ritrovato fiducia in stessa e, ancor più di prima, è determinata a riprendere in mano le redini della sua vita per coronare il suo sogno di sempre di specializzarsi proprio nell’ambito dell’alimentazione: «Non sarà la loro pena a darmi quello che mi hanno tolto, me lo prenderò io, io sono ancora padrona della mia vita e posso fare quello che voglio, un po’ alla volta, con costanza, aiuto e coraggio».

QUANDO L'INCONTRO CON L'ALTRO DIVENTA CURA

Il caso di Noa fa luce su un aspetto ricorrente nelle storie di vita di persone vittime di violenza che soffrono di disturbi alimentari: si tratta di giovani donne, ragazze, talvolta addirittura bambine, che hanno «esperito un rapporto con l’alterità violento, nefasto», che si manifesta sotto forma di violenza vera e propria, ma anche di bullismo, di sopruso o di abbandono, mentre il rapporto con l’altro, soprattutto nelle fasi della crescita, «dovrebbe essere un’esperienza di amore, di affetto, di contenimento e sostegno». A raccontarcelo è chi queste persone le cura quotidianamente in un contesto specializzato, come Villa Miralago (struttura per il trattamento dei D.A., a Cuasso al Monte, in provincia di Varese): i Disturbi Alimentari non sono altro che «un lento suicidio in attesa che qualcuno si accorga di questo dolore e diventi un Altro non abusante, non inconsistente, ma che sostiene e che cura, nell’accezione più aulica del termine». Molte di queste persone, racconta il Dr. Leonardo Mendolicchio (psichiatra e psicanalista, Direttore Sanitario della struttura), riferiscono di sentirsi costantemente osservate e la loro tremenda paura del giudizio nasconde proprio l’incontro con uno sguardo che nel loro passato di vittime abusate è stato traumatico. E nel caso dell’anoressia – sottolinea Mendolicchio - è il corpo stesso a sganciarsi dalla sessualità per difendersi dalla possibilità di essere nuovamente abusato, per ripararsi dal desiderio di godimento: «un corpo desessualizzato», infatti, «difficilmente sarà ancora oggetto delle attenzioni dell’altro maschile». Quando il soggetto si sente solo e incompreso, l’unica via che intravede possibile per soprav-vivere è quella dell’autodistruzione. Pertanto, la scommessa della cura di oggi dev’essere quella «di interrompere quest’ulteriore degenerazione e fare in modo che il soggetto faccia un incontro positivo con l’Altro»: che il soggetto trovi un luogo, uno spazio, in cui l’altro c’è ed è capace di farsi presenza e di accogliere quel grido di dolore a lungo soffocato e costretto in un corpo sofferente. In parallelo, a livello di collettività è urgente promuovere interventi efficaci di sensibilizzazione e prevenzione, al fine di diffondere la consapevolezza che lo stigma costruito attorno alle malattie della sfera psicologica è infondato e si può combattere proprio uscendo dall’ombra.

Il gesto della giovanissima Noa è una denuncia forte, sconvolgente, violenta tanto quanto quei terribili atti che hanno condannato il suo corpo a uno strazio senza fine. È un grande monito per la nostra società alla quale altro non si chiede se non di sospendere i giudizi, di guardare in faccia la sofferenza e di interrogarla, perché in realtà è proprio lì che si trova la chiave per superarla.

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