Suggestioni Lilla

8 Maggio Mag 2019 1444 08 maggio 2019

Come i disturbi alimentari cannibalizzano la nostra identità

La malattia ti si cuce addosso come un vestito. Riuscire a dissociarsi dalla patologia è una delle più importanti conquiste del percorso di cura che passa inevitabilmente tramite la comunicazione. 

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Disturbi Alimentari Cause Psicologiche

«La malattia è ritrovarsi a vivere sporti su un cornicione che da un momento all'altro potrebbe crollare. E allora, per salvarsi, non resta che rimboccarsi le maniche e costruirsi con i propri sogni e desideri un paracadute d'emergenza. È l'anestesia dei sensi. È un pensiero fisso, assillante, un'ossessione, che martella nella testa fino a far saltare i collegamenti, il cortocircuito. È un ricordo indelebile, perché la mente non cancella il male che si è visto e vissuto. È un limite, da rispettare, umanamente impossibile da valicare. Ma è anche l’indice che in fondo, da qualche parte, c’è vita. E la malattia è, soprattutto, una voce, ha una voce, sa urlare a gran voce e rendere così completamente sordi, incapaci di sentire, di sentirsi e vedersi vivere. Ma NON È la tua voce».

(estratto da Oltre. Scoprirsi fragili: confessioni sul (mio) disturbo alimentare)

In poche parole, il disturbo alimentare per me ha rappresentato tutto questo. E per tanto tempo ho creduto che fosse proprio tutto questo a definirmi, ad annullarmi, nascosta dietro – o meglio, dentro - l’abito della malattia. Ma strada facendo ho capito che io non ero, non sono, la mia malattia: io sono Sandra. E Sandra NON È la malattia. Nonostante quest'ultima pretenda di rubare ogni istante dell'atto principale del tuo spettacolo, di cui sei attrice protagonista e regista nello stesso tempo. Ma è comunque nelle tue mani che resta la penna: a te la penna per scrivere il resto del copione, a te l'onore di scrivere e portare in scena il lieto fine che hai tanto desiderato. Riuscire a prendere le distanze, a dissociarsi dalla propria 'identità malata' è una delle più faticose, e al tempo stesso importanti, conquiste del percorso di rinascita: rendersi conto che il disturbo c'è, ma che ci sei anche, e prima di tutto, tu, permette di iniziare a definire i confini del proprio Io, a riconoscersi innanzitutto come persone, esseri umani, e, in quanto tali, bisognosi di attenzioni e di cura.

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Una delle domande più frequenti che mi sento rivolgere quando porto la mia testimonianza è: «Perché mia/o figlia/o non riesce a liberarsene, a fare diversamente, se la malattia lo/la porta a soffrire così tanto?». La risposta è semplice. Il disturbo ti porta a perdere la bussola del tuo mondo: qualunque riferimento scompare, qualunque indicatore di “misura” finisce per risultare sfalsato rispetto alla realtà, qualunque percezione viene alterata dalla sua lente, spesso senza che tu nemmeno riesca a rendertene conto. È ciò che avviene, ad esempio, nella dismorfofobia, aspetto tipico di questi disturbi, che porta chi ne soffre a percepire in maniera distorta il proprio aspetto esteriore, al punto che le forme e le dimensioni del proprio corpo risultano sproporzionate rispetto a come lo sono davvero. La malattia ti si cuce addosso come un vestito che, una volta tolto, rischia di lasciarti nuda, fragile, vulnerabile di fronte al mondo: abusa e s'impossessa dei tuoi pensieri, li traveste in paure e sensi di colpa, indossa i tuoi panni per strapparli e trasformarli in catene.

COME RICOSTRUIRE IL PROPRIO ABITO

Pertanto, prima di togliersela di dosso, è indispensabile innanzitutto cercare un valido sostituto, raccogliere delle toppe, frugare nei propri cassetti, rovistare tra i fili aggrovigliati dentro – nelle profondità del nostro mondo interiore - e iniziare a cucirsi un nuovo abito, con i propri pezzi di sé, le proprie esperienze e convinzioni, le proprie vittorie e sconfitte... Trovare un’alternativa è complicato, perché implica mettersi in discussione, guardarsi dentro, guardarsi indietro: un lavoro di fine tessitura che richiede mesi, anni... E che non può che passare attraverso la parola perché spesso i disturbi del comportamento alimentare (D.C.A.) subentrano per sopperire anche alla difficoltà di comunicazione verbale, in quanto il soggetto fatica a esprire a voce le emozioni, le sensazioni, i vissuti che si porta addosso. Mentre l’uomo è per natura un 'animale sociale' e per stare al mondo ha bisogno di entrare in relazione con gli altri: c'è chi usa l'arte, le immagini, il disegno o i movimenti, e chi somatizza, chi porta scritto sul proprio corpo un messaggio profondo, che non sempre però sa essere correttamente decifrato. Per questo è importante rivolgersi tempestivamente a figure di specialisti in grado di fornire una risposta adeguata al disagio che quel messaggio svela, andando ad indagare le radici di quel malessere.

«La malattia ha il potere di rendere visibile il dolore invisibile, di trasformare in ‘segno’ il disegno complesso e caotico della mente (…) s'impadronisce di ciò che dà forma alle tue sensazioni, il corpo, lo ammaestra e trasforma a suo piacimento, facendolo diventare piccolo piccolo, come quello di una formica, che appaga il suo appetito con le briciole. (…) Ruba gli abbracci e i sorrisi, i respiri e le parole, i 'grazie' e i 'ti voglio bene', i 'mi manchi' e i 'sono fiero di te'. Ma non la speranza: anche se debole, la speranza resiste, sempre».

(estratto da Oltre. Scoprirsi fragili: confessioni sul (mio) disturbo alimentare)

Scoprire che non si è soli, ma accompagnati passo dopo passo, caduta dopo caduta, permette di trovare il coraggio per andare avanti: attraversare la sofferenza rende più forti e più consapevoli. E strada facendo, s'impara a riconoscere l'importanza e il valore delle piccole conquiste, quelle su cui il cambiamento si costruisce un po' alla volta, quelle che rendono il viaggio alla scoperta di se stessi di giorno in giorno più sorprendente. È così che ci accorgeremo che il nuovo abito che indossiamo è il più bello di sempre, perché sfoggia i nostri colori e racconta della nostra unicità.

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