19 Aprile Apr 2019 1632 19 aprile 2019

I padri separati contro il ddl Pillon

Contro l'interesse dei minori, sbilanciato, maschilista. A protestare, stavolta, sono gli uomini. L'associazione Pim lo critica e ne chiede il ritiro. Ecco perché.

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Ddl Pillon Padri Separati (2)

Il ddl Pillon è stato contestato da più parti, spingendo il Movimento 5 Stelle a chiederne l'archiviazione, ma alla fine è sopravvissuto, almeno per ora, alle pressioni dell'opinione pubblica e delle forze politiche contrarie, incontrando un via libera in commissione Giustizia del Senato per il passaggio in Aula. Non piace alle donne e a chi ne sostiene i diritti, ma nemmeno ad alcuni di coloro che in teoria dovrebbero trarne vantaggio come Padri in movimento (Pim), un'associazione di uomini separati che critica fortemente il testo presentato in parlamento. «Alimenta la cultura maschile della supremazia familiare», spiega a LetteraDonna il presidente Jakub Stanislaw Golebiewski, padre separato con tre figli, «un vero e proprio atto di forza contro i diritti dei bambini e delle donne».

Per queste ragioni Pim, assieme ad altre associazioni, ha chiesto il ritiro del ddl dalla Commissione Giustizia in Senato e sviluppato un progetto di legge ribattezzato “Figli al centro” che si propone di semplificare l’istituto delle separazioni guardando solo all’esclusivo interesse dei figli minorenni tenendo conto dell’attuale contesto economico e sociale. «Quello del Ddl 735 risulta essere un impianto atto a restaurare un estremo e pericolosissimo patriarcato in uno Stato laico e liberaldemocratico che oggi vediamo nuovamente attaccato dalla rivalsa di molti padri che chiedono con forza una bigenitorialità perfetta. Per il senatore Pillon 4 milioni di genitori separati e 800 mila minori vogliono essere infilati nella camicia di forza «dei tempi paritari», numeri che ci risultano essere gonfiati e che non gli danno ragione». Ecco i punti più critici del ddl Pillon secondo l'associazione Padri in movimento.

LA MEDIAZIONE OBBLIGATORIA

«I primi articoli del testo di legge introducono la mediazione come meccanismo di Adr (Alternative Dispute Resolution) obbligatoria e a pagamento a carico delle famiglie a pena di improcedibilità, in cui la gestione della separazione coniugale viene delegata a soggetti terzi senza alcuna valutazione rispetto alla peculiarità che ogni vicenda mostra», spiega Golebiewski. Una posizione opposta a quella sostenuta da operatori, studiosi e Convenzione di Istanbul, in cui si raccomanda di proibire la mediazione in caso di violenza familiare. «La riattivazione del dialogo mediante l’esperienza mediatoria deve essere il frutto di un processo volontario e interiore delle parti così come oggi prevedono le normative in vigore», prosegue Golebiewski. Anche perché la mediazione può diventare un peso economico insostenibile per le famiglie, con un costo a seduta tra i 50 e 100 euro, oltre a quello dell’avvocato. Inoltre si tratta di un percorso che allungherebbe i tempi della separazione «tenendo in sospeso situazioni conflittuali al limite della sostenibilità emotiva anche perché la mediazione sarebbe obbligatoria nell’ipotesi di violenza domestica in cui il coniuge abusato è costretto a condividere un percorso con l’abusante».

LA FIGURA DEL COORDINATORE GENITORIALE

Un secondo punto a cui si oppone Padri in movimento è la previsione della figura del coordinatore genitoriale, una funzione che dovrebbe essere svolta dagli assistenti sociali, «scientificamente non riconosciuta che potrebbe esercitare un filtro di incerta utilità tra le parti, introducendo una sorta di istituto privatistico al quale si conferiscono poteri decisionali generando dubbi di incostituzionalità in ordine alla riserva di ordine pubblico che contraddistinguono le norme di diritto di famiglia». Gli assistenti sociali, poi, «sono di fatto dipendenti comunali e non in grado di coprire la funzione di figura di prossimità alle famiglie in funzione degli orari e delle necessità».

UN PIANO GENITORIALE STATICO ED ESTEMPORANEO

A destare perplessità è poi anche il piano genitoriale stesso, che secondo Pim, «sarebbe comunque statico e realizzato sul momento e non risponderebbe alle nuove esigenze nel medio e lungo periodo dei figli minorenni in fase evolutiva, per cui andrebbe aggiornato nuovamente con un professionista con cadenza indefinita».

I TEMPI PARITETICI IMPOSTI AI MINORI

Pim è contraria anche al principio secondo cui i bambini dovrebbero trascorrere tempi paritetici o equipollenti con entrambi i genitori, con non meno di 12 giorni al mese. «L’idea di dover stare “per forza” con papà utilizzando strumenti quali la Pas nei Tribunali come elemento discriminatorio per la collocazione dei minori, è assolutamente inaccettabile e a danno solo ed esclusivamente dei bambini», spiega Golebiewski. In questo modo i minorenni di ogni età sarebbero sottoposti al costante stress di periodici trasferimenti e di pernottamenti in due case diverse, perdendo ogni punto di riferimento: «Il minore non potrà più scegliere con quale genitore risiedere e come trascorrere il tempo, perché anche le attività saranno stabilite dal piano genitoriale. I bambini passeranno di fatto da soggetti di diritto a “oggetti” di diritto». C'è poi un'altra ragione dietro lo scetticismo di Pim intorno al tema: «Se un papà non era in grado di garantire al mese non più di otto giorni di presenza in famiglia per motivi di lavoro, come può richiederne 15 al fine di garantire una concreta bigenitorialità?».

IL MANTENIMENTO DIRETTO DEL MINORE

Il ddl introduce il mantenimento diretto sulla base della parificazione del tempo passato dal minore con i genitori disposto dal piano genitoriale e di conseguenza prevede l’abolizione dell’assegno di mantenimento per il genitore presso cui il minore risiede. Il mantenimento diretto prevede che ci sia un’equa ripartizione delle spese ordinarie e straordinarie in proporzione al reddito e in base sempre a quanto stabilito dal piano genitoriale, concordato con il mediatore e in caso di mancanza la decisione aspetterà comunque al giudice. Il mantenimento diretto, tanto auspicato dai padri per risparmiare, è inapplicabile se non si verificano condizioni di simmetria reddituale e patrimoniale tra i genitori. «Questo ddl porta avanti uno stereotipo di genere, cioè sottintende che le madri usino i soldi del mantenimento dei figli per scopi personali. Una visione distorta che danneggia il minore che potrebbe trovarsi a vivere in situazioni di disparità se c’è una differenza di reddito, così come nella maggiranza dei casi».

L'OBBLIGO DI LASCIARE LA CASA DI CUI NON SI È INTESTATARI

Il problema della casa sarebbe accentuato inoltre da altri principi introdotti dal ddl Pillon, secondo il quale, in caso di contestazione tra i due ex coniugi, quello che rimane dovrà pagare un canone a quello che la lascerà e in ogni caso non vi potrà più abitare il genitore che non ne sia proprietario o titolare di specifico diritto di usufrutto, uso, abitazione, comodato o locazione e che non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. «Anche in questo caso prevale una visione adultocentrica basata sull’interesse di uno dei due genitori e non sulla stabilità e serenità dei figli che di fatto viene lesa attaccando l’altro genitore».

LA DONNA È ANCORA IL SOGGETTO PIÙ DEBOLE

Sebbene Pim non neghi che la legge vigente abbia talvolta creato situazioni di padri in stato di difficoltà, senza una casa, costretti a tornare a vivere con i genitori, da amici o in auto, ricorda come i dati Istat attestino che oggi il soggetto più debole economicamente all'interno della coppia sia ancora la donna. «Noi di Padri in Movimento chiediamo ai genitori di riflettere su quanto potrebbe accadere ai loro figli che già vivono una separazione senza vederne un beneficio per sé e, molto spesso, senza comprenderne le vere ragioni. Per quante rassicurazioni si possano fare, la vita per loro cambia radicalmente. Per questo il loro diritto a ritrovare equilibrio e serenità deve prevalere su quello dei genitori, sulle loro paure e sulle loro rivendicazioni. Chiedere ai propri bambini di sommare al trauma della separazione anche la perdita di ogni riferimento logistico e amicale, cambiando casa ogni 12 giorni, abitudini alimentari, modalità di accudimento, equivarrebbe a posporre ogni loro interesse alle esigenze organizzative ed economiche dei genitori».

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