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Diritti

8 Marzo Mar 2019 0816 08 marzo 2019

Perché l'8 marzo 2019 non è una festa

La Giornata internazionale della donna tra sciopero, manifestazione e passi indietro sui diritti che sembrano volerci riportare alla sottomissione al patriarcato degli Anni '30.

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8 Marzo 2019 Sciopero Delitto Passionale

Una parte della popolazione femminile si sta preparando ad un 8 marzo che considera ancora una festa, una serata in cui si può uscire in libertà e fare tardi, inebriate dall'alcool e dall'effetto che fa infilare una banconota nello slip di uno spogliarellista. Ma attenzione: questa data non è una festa ma una giornata di affermazione e di lotta, di scambio, confronti, sostegno reciproco e gioia di ritrovarci unite contro le discriminazioni e le violenze che ancora subiamo dentro e fuori casa e nei luoghi di lavoro. Le attiviste di Non una di meno si mobilitano per lo sciopero nazionale, tante femministe nelle istituzioni e nelle associazioni organizzano iniziative, incontri, manifestazioni di piazza. Manifestazioni necessarie perché sono tanti i problemi che in quanto donne dobbiamo ancora risolvere. E in tanti ad avere le idee confuse.

Tra queste c'è la ministra Giulia Grillo, che proprio l’8 marzo ha in programma in Senato il convegno La scelta di essere mamma in cui la maggior parte dei relatori è maschio. Un doppio paradosso, come hanno sottolineato le 100 ginecologhe in una lettera, poichè si tratta di una professione che impiega maggiormente le donne. Una sensibilità che pare mancare alla ministra che, ricordiamo, ha nominato soltanto tre donne su 30 membri del Consiglio Superiore di Sanità, contro le 14 precedenti. Quando si dice governo del cambiamento in peggio si intende anche questo, un allarmante arretramento che coinvolge tutti gli ambiti delle nostre vite. Ma noi indietro non vogliamo tornare.

DELITTO PASSIONALE COME QUANDO C'ERA IL FASCISMO

Fino agli Anni '50 le donne non potevano nemmeno accedere a molte professioni. Per la magistratura abbiamo dovuto aspettare il 1962 perché prima eravamo considerate non «idonee al giudizio» poiché «la donna è fatua, è leggera, è superficiale, emotiva, passionale, impulsiva». E oggi ci ritroviamo vittime di quelle stesse parole, «emotive e passionali», parole che vengono usate, insieme a tutte le altre forme di violenza, per negarci una libertà che ci spetta di diritto, in quanto persone. Per negarci di vivere e giustificare gli uomini che ci uccidono, una ogni tre giorni. A Bologna la Corte d'appello ha ridotto da 30 a 16 anni la condanna per femminicidio di Michele Castaldo, reo confesso nel 2016 di aver strangolato Olga Matei, la donna che lo aveva lasciato dopo una breve relazione. Tra gli elementi presi in considerazione dai giudici nel concedere le attenuanti generiche vi è anche lo stato «emotivo» dell’imputato. Nella perizia psichiatrica presenta dalla difesa si parla di una sua «soverchiante tempesta emotiva» che lo avrebbe indotto al reato. Ma non eravamo noi le emotive? Di delitto passionale si parla in continuazione, nelle aule dei tribunali come sulla stampa, riportandoci d'un balzo al periodo fascista, quando con il codice Rocco si inserì nella giurisprudenza il cosiddetto delitto d’onore (abolito sdolo nel 1981), ovvero la concessione di attenuanti per femminicidi di matrice "passionale", appunto, in cui l’onore ferito giustificava un crimine commesso nella realtà per imporre il potere maschile sulle donne della famiglia. Era il 1930, un periodo in cui le donne non potevano votare, non potevano divorziare e tantomeno abortire in sicurezza, così che in molte morivano e rischiavano di morire perché ricorrevano all'interruzione di gravidanza clandestina. Un periodo in cui non potevano gestire il guadagni del proprio lavoro ed erano rassegnate a un ruolo domestico al servizio di tutti fuorché di se stesse, in cui spesso subivano violenza senza nemmeno chiamarla con il suo nome.

IL PERICOLO DEL CATTO-INTEGRALISMO

Una sottomissione di cui hanno nostalgia le associazioni catto-integraliste che oggi sono entrate in parlamento con la Lega e che si sono date appuntamento a Verona (città della vita) al Congresso internazionale della famiglia. D'altronde questi gruppi hanno il sostegno addirittura di un ministro, quello per la Famiglia, Lorenzo Fontana. Un integralismo che santifica la moglie e madre devota, magari di 11 figli proprio come una volta, che mentre la Spagna propone di equiparare i permessi di paternità a quelli di maternità e al 100% dello stipendio (questa sì che è bigenitorialità), in Italia c’è chi parla di alzare la retribuzione degli uomini affinché le donne non debbano più lavorare. C’è chi considera i figli non come piccole persone ma come proprietà di un padre padrone tanto da volerli affidare per legge anche ad un papà abusante (ddl Pillon), chi vuole legalizzare la prostituzione riaprendo «le case chiuse» così che i buoni capi famiglia possano comprarsi corpi di donne per dare sfogo alle proprie frustrazioni senza che di questo ci sia testimonianza sui marciapiedi delle nostre strade. Che si tratti di una forma di schiavitù poco importa, è ancora viva nei cuori la distinzione tra santa e puttana e lo sfruttamento più antico del mondo qualcuno ancora lo chiama mestiere.

In Italia c’è chi parla di alzare la retribuzione degli uomini affinché le donne non debbano più lavorare.

Sono attesi tutti a Verona, anche Matteo Salvini e Simone Pillon che, come sappiamo, è promotore del disegno di legge (firmato anche Movimento 5 Stelle) che come annunciava il contratto di governo traccia la strada verso la perdita di tutti i diritti femminili conquistati negli anni, proprio come recentemente accaduto in altri Paesi come Polonia e Argentina, o come sta accadendo in Brasile dove si vuole vietare l’aborto anche in caso di stupro. Oltre ai leader italiani del family day, la città veneta è pronta ad accogliere nomi noti in Europa e nel mondo per la loro omofobia, la loro vetusta visione del femminile come figura sottomessa ai bisogni dell’ uomo e di una società per cui figliare, per il loro impegno nel vietare l’aborto. Tra questi il russo Dmitry Smirnov, presidente della Commissione patriarcale per la famiglia e la maternità del ex Paese sovietico. Quando ne parliamo, questi Stati ci sembrano lontani in fatto di diritti, eppure oggi rappresentano per chi ci governa un modello di riferimento al quale ci vogliono portare ad assomigliare, un poco alla volta così non ce ne accorgiamo e non ci ribelliamo. Persino Flavio Tosi, ex sindaco leghista, ha dichiarato che da Verona sta partendo un'idea di nazione buia e oscurantista. Siamo in pericolo e non lo sappiamo, anche perchè la censura televisiva non ne dà notizia e nei programmi di informazione del ddl Pillon non si può discutere.

RESISTIAMO E RIBELLIAMOCI

Così che mentre ristoranti e discoteche organizzano menù e streaptease per signore, a fare resistenza in difesa dei diritti conquistati in tanti anni di battaglie femministe ci sono altre donne, più consapevoli di ciò che sta accadendo e che vorrebbero a fianco tutte le altre. Donne impegnate ad informare e denunciare soprusi e violenze, sempre più coese con i movimenti Lgbt, altrettanto attaccati da quello stesso integralismo che li vuole riportare al silenzio e alla vergogna, sempre più coese con tutti i soggetti discriminati per il colore della pelle o le disabilità. Perchè i diritti umani di tutte le persone sono una conquista di civiltà irrinunciabile. Lottiamo ogni giorno dell’anno contro un patriarcato più vivo che mai che vuole spazzare via il valore e la dignità femminile, riportandoci a quella dimensione di silenzio e sottomissione che tanto gli manca. Siamo noi in balia di una tempesta e resistiamo compatte, con le nostre emozioni, le nostre parole, i nostri saperi e la nostra ribellione. Perchè unite siamo più forti, e saremo sempre di più.

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