17 Gennaio Gen 2019 1304 17 gennaio 2019

Supercoppa in Arabia Saudita, che sia l'ultima volta dei diritti calpestati

Non una partita come le altre, ma l’ennesimo schiaffo dello Sport a quei valori di cui ci si riempie così spesso la bocca, quando magari servono soldi pubblici.

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Supercoppa Italiana 2019 Diritti Delle Donne

Lo spettacolo sportivo della Supercoppa il 16 gennaio ha avuto la sua vincitrice, il suo eroe, i suoi sponsor e il suo pubblico. Apparentemente una partita come le altre, con 10 mila donne nello stadio gremito, di cui alcune persino (eh sì, persino...) non «velate» e mi sia concessa l’imprecisione. Sarà senz’altro anche stato prontamente onorato il compenso di tre milioni e mezzo per ogni club finalista e la parte dovuta dei 21 milioni promessi per giocare tre delle cinque Supercoppa dei prossimi anni in Arabia Saudita. Una partita come le altre. No, invece. Non lo era affatto e spero che non lo sia stato per nessuno di voi, indipendentemente dal fatto che l’abbiate seguita o no. La partita è stata l’ennesimo schiaffo dello Sport a quelli che si definiscono «principi irrinunciabili», a quei valori sportivi di cui ci si riempie così spesso la bocca, quando magari servono soldi pubblici.

Due donne e un bambino nel 'box families' durante la Supercoppa giocata il 16 gennaio.

Non era la prima volta che la Lega Calcio Serie A ci regalava le sue discutibili scelte: la Supercoppa è stata giocata nella Libia di Gheddafi e in Qatar. Già da tempo i soldi non avevano odore. Tutto uguale, quindi? Tutto inevitabile, incluse le prossime partite in Arabia Saudita? Io, da osservatrice e attivista credo proprio di no. Il sussulto di indignazione non è stato solo quello delle associazioni a tutela dei diritti umani (Amnesty International), di alcune associazioni femministe (Ong Differenza Donna) e di Assist Associazione Atlete (che a differenza della AIC Assocalciatori, ha strenuamente sostenuto che la partita non andava giocata e neanche trasmessa in Rai). L’atteggiamento ostile a questa scelta si è avvertito in piani alti della politica, della stampa sportiva e anche di alcune aziende che tengono alla loro «brand reputation». A differenza delle arrampicate sugli specchi abbastanza prevedibili dei sostenitori del «si deve giocare proprio per i diritti delle donne», in molti hanno compreso che il tema dei diritti umani non può più essere ignorato, senza riceverne un danno pericoloso. Di immagine e di credibilità.

Il sit-in davanti l'ambasciata dell'Arabia Saudita contro le violazioni dei diritti umani del governo saudita a Roma 16 gennaio.

Gli uomini e le donne che seguono lo sport sono sempre meno propensi a ingoiare ogni decisione, nel nome della passione calcistica. E sono diventati fortemente critici quando le grandi organizzazioni calcistiche, peraltro ricchissime e spesso sotto i riflettori per l’ascesa del pericoloso fenomeno delle scommesse, delle partite comprate e di frange di criminali mischiati agli ultras, portano senza troppi problemi i loro eventi in Paesi dove i diritti umani e i diritti delle donne non sono rispettati. Guardando lo schermo per pochi minuti durante la partita ho avvertito non solo la sensazione di una profonda ingiustizia, ma anche l’illusione che sarà forse l’ultima partita che vedremo con una simile prevaricazione dei diritti delle donne. Le immagini di alcuni bambini accanto alle loro madri nei «box families» a loro riservati saranno la forza di chi smetterà di tollerare queste situazioni, saranno la consapevolezza che nessun figlio dovrà ingurgitare una cultura che decide per sua madre quale è il proprio posto in un evento sportivo o altrove. Come per i movimenti #MeToo e #TimesUp, come per le grandi rivoluzioni, il conto alla rovescia per chi calpesta i diritti delle donne o per chi li baratta per una manciata di milioni è iniziato.

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