7 Gennaio Gen 2019 1846 07 gennaio 2019

Donne saudite avvisate del divorzio via sms: non chiamiamola «conquista»

I tribunali saranno tenuti a informarle sulle sentenze di separazione che le riguardano attraverso un messaggio sul cellulare. Ma anche se adesso sanno, restano gli uomini a decidere.

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Ha squarciato un velo sulla condizione femminile in Arabia Saudita la protezione dell'Onu concessa a Bangkok alla prima saudita riuscita a non farsi rimpatriare, anche grazie alle autorità thailandesi, un volta scoperta in fuga dall'apartheid che opprime le donne nella monarchia islamica assoluta ed estremista. Lei, la scatenata 18enne Rafah Mohammed al Qunun sgusciata via dai famigliari mentre era con loro in vacanza in Kuwait, e non la fine del divorzio segreto, è la vera notizia su Riad di questo inizio del 2019.

Per carità, ben vengano gli sms che, ha disposto il ministero della Giustizia saudita evidentemente su ordine dell'erede al trono Mohammad bin Salman, informano le mogli che il loro marito ormai ex ha messo fine al matrimonio (insomma, non sarà più possibile per gli uomini divorziare ad insaputa delle mogli. Una pratica assurda ma, purtroppo, molto diffusa nel regno ultra-conservatore). Così sono loro garantiti fuori da ogni dubbio gli alimenti, e le medesime possono anche controllare che sulle loro proprietà e sui loro soldi in banca non siano messe le mani, dalla fine del rapporto. Cioè, non solo in Arabia Saudita è il marito a scegliere il divorzio ma le donne non erano neanche avvisate e a volte si continuava a lucrare su di loro.

Dai 2019 le donne sanno, ma restano gli uomini a decidere. Specie nell'Italia che sta per mandare la Juventus e il Milan a disputare la Supercoppa nello stadio con platee separate di Gedda, la notizia degli sms di avviso sul divorzio si sarebbe potuta presentare così. Anche così si sarebbe squarciato un velo. Invece, nell'Italia che cade dalle nuvole sugli spazi distinti per le donne e gli uomini in Arabia Saudita, si è preferito inneggiare all'ennesima riforma di MbS (come è chiamato nel regno il principe del cambiamento), dispensatore di concessioni anche alle donne.

MbS qualcosa ha migliorato per le saudite: dall'estate 2018 possono guidare e accedono a più professioni. Ma, a differenza del re del Marocco Mohammed VI che per primo atto ha cambiato il diritto famigliare di un altro regno islamico – non estremista e non assolutista –, il principe MbS, sovrano effettivo dell'Arabia Saudita, continua ad avere diversi problemi con le donne e anche con la società. Vuole arrogarsi tutti i meriti dei progressi, al punto di sbattere in galera e far torturare le femministe storiche, e non vuole allentare la presa della monarchia sulla popolazione.

Ovvio che le sue modifiche siano approssimative, oltre che limitate. MbS non cambia il diritto (ma c'è un diritto in uno Stato senza parlamento?), ridefinendo il ruolo e le libertà delle donne nella famiglia e gli impegni civili ed economici dei rispettivi coniugi anche quando il matrimonio finisce, come ha fatto Mohammed VI con una riforma elogiata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani. MbS riduce di un po' la discriminazione con con gesti dall'alto: direttive o decreti lampo con qualche vantaggio, dove la parte predomina sul tutto.

La colpa non è soltanto sua. Nella sua ribellione quasi rivoluzionaria, Rafah l'ha detto in modo scandaloso: «Scappo alla maggiore età e chiedo asilo perché se rientro in Arabia Saudita anche la mia famiglia può uccidermi una volta che mi sono dissociata dall'Islam». Rafah non è stata rimpatriata e l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati l'ha presa in carico perché il rischio c'è, bisogna appurare. Anche volendo MbS non potrebbe cambiare tutto, perché una parte della società resiste e questa parte gli fa comodo.

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