17 Dicembre Dic 2018 1645 17 dicembre 2018

L'identità di genere deve essere un punto di arrivo, non di partenza

La protesta della madre di Chivasso dopo che il figlio aveva indossato un paio di pantaloni rosa è emblematico: la lotta agli stereotipi è ancora lunga. Ne parliamo con il professor Vaglienti.

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Una mamma si lamenta con le maestre per aver fatto indossare al figlio dei pantaloni fucsia pur di non lasciarlo sporco: «Le norme sociali sull’identità di genere non le abbiamo fatte noi: meglio bagnato di pipì che vestito da femmina». A volte basta davvero poco per mortificare decenni (secoli?) di lotta per la libertà, l’uguaglianza, il riconoscimento del valore degli individui indipendente dai simboli. Credevamo di aver scardinato (almeno un po’) imposizioni e cliché di genere, ma il fatto avvenuto nell’asilo Pete Pan di Chivasso, nel Torinese, ha dimostrato che la lotta contro gli stereotipi sarà ancora molto lunga.

«DA MASCHIO» E «DA FEMMINA»

Maschile e femminile sono le categorie biologiche in cui la scienza occidentale moderna raggruppa e differenzia gli individui, ma quello di genere è un concetto più ampio e complesso, che implica il riconoscimento di ruoli, prerogative, attributi e aspettative specifici legati al sesso piuttosto che alla persona. Il professor Vaglienti, che per anni ha tenuto il corso di Storia delle Donne e dell’Identità di Genere all’Università Statale di Milano, spiega che «semplificare è nella natura umana e le etichette nascono con l’intenzione di orientare a priori opinioni e giudizi, talvolta anche i diritti degli individui e le aspettative sociali nei loro confronti». Il sesso, al pari di altre caratteristiche (colore della pelle, età, religione, nazonalità, ecc) si trasforma così in una «gabbia» e ad esso si legano tutta una serie di simboli che trasformano la distinzione biologica in un «vincolo deterministico del destino della persona».

BASTA CON LE ETICHETTE

Fin da piccoli siamo educati all’idea che esistano oggetti, giochi, desideri, «da maschio» e «da femmina»: le bambine cullano le bambole, non si sporcano con la terra e non urlano; i bambini rincorrono il pallone, giocano con le macchinine, litigano e disobbediscono. E l’esistenza di un’aspettativa sociale che distingue la legittimità dei comportamenti sulla base della classificazione biologica coinvolge da sempre anche l’abbigliamento, che non è mai un fatto neutro, ma uno strumento attraverso il quale l’individuo manda (consapevolmente o meno) un messaggio a coloro che abitano il suo stesso contesto sociale. Riconoscere il colore rosa come identificativo della sfera prettamente femminile rientra in quel sistema di schemi mentali tramandato dalla cultura occidentale (e non solo) ed è sintomo diun’incertezza di fondo rispetto a cosa significhi davvero «identità di genere», con conseguenze più o meno rilevanti sulla psicologia, le attitudini e le abitudini di chi si trova ingabbiato nelle etichette sociali.

NON È MAI TROPPO PRESTO PER UNO STEREOTIPO

«Se la scienza occidentale ci ha insegnato a raggruppare e distinguere tutti gli individui in due sole categorie biologiche, ma il concetto di genere è un prodotto culturale molto più ambiguo e mutevole, determinato dalla volontà esplicita di differenziare uomini e donne, e riconoscere agli uni e alle altre ruoli, prerogative e attributi specifici e rigidi». Ecco allora che la distinzione biologica diventa vincolo, il corpo gabbia e gli oggetti simboli di uno stereotipo, che «condiziona giudizi e diritti, senza tenere conto delle inclinazioni della singola persona, del suo 'sentirsi', del proprio riconoscersi in un genere piuttosto che in un altro, indipendentemente dalle aspettative dei suoi simili e addirittura dell’anatomia del proprio corpo». Negare questo diritto all’essere umano è ciò che realmente ostacola lo sviluppo di una personalità equilibrata e consapevole, non il fatto di indossare un colore piuttosto che un altro.

RI-EDUCARE ALL’IDENTITÀ (DI GENERE)

Per sfuggire agli stereotipi occorre ripensare il concetto di genere, smettere di pensarlo solo come dato biologico, per inserirlo in una più ampia riflessione sull’identità e sulla sua costruzione. «L’unico modo per abbattere gli stereotipi è quello di modificare la cultura che li genera. Bisogna smettere di giustificare e legittimare la distinzione rigida maschio-femmina per cominciare a pensare all’identità di genere non come un dato di partenza immutabile, bensì come un il punto di arrivo». Quella sul proprio sentirsi ed essere maschio o femmina è una riflessione che ogni essere umano deve essere messo in condizione di svolgere su se stesso fin dall’infanzia. «Il fatto stesso che i servizi per la prima infanzia vedano la presenza pressoché esclusiva di personale femminile (dettata dalla convinzione che le donne siano più propense all’accudimento dei colleghi maschi) rappresenta uno stereotipo e contribuisce a insegnare un modo di pensare basato su rigide classificazioni e pregiudizi».

TORNARE AL NEUTRO?

Libertà sessuale oggi significa tornare al neutro? «Volendo sì: a Manhattan l’ufficio anagrafe riconosce ai cittadini la possibilità di non registrare il proprio sesso», spiega il professor Vaglienti. «L’identità di genere è l’esito di un percorso che coinvolge più ambiti dell’esistenza (aspetto fisico, inclinazioni, gusti, storia familiare e personale, relazioni, possibilità e ambizioni) e che porta alla costruzione dell’Io, mettendo in relazione l’aspetto biologico con quello sociale dell’individuo. Forse arriverà il giorno in cui ci renderemo conto che per la reputazione di un individuo, l’apparato genitale non conta poi granchè».

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