6 Dicembre Dic 2018 1634 06 dicembre 2018

Il dramma silenzioso della violenza sulle braccianti agricole

Contratti stagionali e permessi di soggiorno a discrezione del padrone. Difficoltà con la lingua e lavoro di notte: le lavoratrici sono vulnerabili. E i ricatti sessuali all'ordine del giorno.

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Braccianti Donne Violenza Caporalato

Fin dove arriva la violenza contro le donne? Si dilata fino a occupare spazi in modi e forme che non ci sono sempre noti, arriva a innestarsi nei luoghi di lavoro, a colpire quelle che lavorano a tutti i livelli, in tutti i settori. In Italia ha assunto il termine più generico e meno 'duro' di molestie, riguarda un milione e 224 mila donne tra i 15 e 65 anni secondo la prima indagine realizzata da Linda Laura Sabbadini per Istat nel 2009. Un numero pari all’8,5% delle lavoratrici. È stata la prima e più significativa ricerca realizzata, replicata in parte sugli anni 2015-16 confermando il numero: un milione e 404 mila. Fin dal 2009, i dati, affiancati, ci mostravano già uno dei punti focali, cioè che le molestie verso le lavoratrici hanno origine, troppo spesso, in un ricatto: Se vuoi lavorare devi accettare. Un ricatto sessuale dove un uomo, un superiore di solito, pretende sesso in cambio di accesso al lavoro, non sesso in cambio di denaro. L’accesso, la possibilità è in questione. Gli indicatori della ricerca Istat rilevano i ricatti sessuali con riferimento al momento dell’assunzione (Nel corso della Sua vita per essere assunta ha avuto richieste di prestazioni o di rapporti sessuali? o Nel corso della Sua vita qualcuno le ha fatto capire che se fosse stata disponibile sessualmente avrebbe potuto avere in cambio un lavoro, ad esempio le hanno chiesto se era fidanzata, se era disponibile ad uscire la sera o ad andare a cena o a pranzo fuori insieme?) Le vittime di ricatti sessuali sono state 842 mila donne. Ma perché questa forma di violenza continua ad essere poco riconosciuta? Appare piuttosto come tematica quando è presente alla cronaca recente, ma su cui ancora sono esigui gli studi specifici, l’attenzione di tipo generale è temporanea, mentre una prospettiva di donna e femminista vede di più, più a fondo, vede il ricatto.

LE LAVORATRICI NEL SETTORE AGRIGOLO SONO PARTICOLARMENTE VULNERABILI

Quando l’attenzione e l’interesse nascono può succedere che si rivolgano ad un’area specifica, a una tipologia particolare. É il caso della ricerca che Stefania Prandi ha condotto in alcune regioni del Mediterraneo: in Spagna, in Marocco, in Sicilia e in Puglia. Tra fragole, pomodori, molestie e sfruttamento delle braccianti. In uno dei settori agricoli (la raccolta) che impiega manodopera femminile soprattutto, dove le lavoratrici sono particolarmente vulnerabili. I contratti, se li hanno, sono stagionali; i permessi di soggiorno per le marocchine in Spagna dipendono dal contratto, e questo dipende dalla disponibilità del padrone. Per tutte la possibilità di lavorare e quindi di guadagnare dipende dal padrone, per le rumene e le polacche in Sicilia, per le italiane in Puglia. Dipendono da una possibilità che spesso si rinnova un giorno dopo l’altro, senza continuità e sicurezza.

STANCHE, SFRUTTATE, VIOLENTATE

Le donne, lontane da casa, in luoghi dove non si parla la loro lingua, ammassate in case senza igiene, costrette oltre misura chine verso terra a prendere vegetali, o le braccia sollevate a raccogliere i frutti, sono molestate. Il libro Oro Rosso racconta le molestie e le violenze sessuali, le botte, i ricatti, gli stupri, i coiti violenti e imposti anche per umiliare la dignità loro. Invece in ogni racconto che viene riportato la dignità è conservata da ognuna di loro, anche quelle sottoposte alla brutalità che vorrebbe degradarle. La loro vita è fatta anche di resistenza alla violenza, di tenacia nella sopravvivenza quotidiana, nella comprensione e nella solidarietà delle compagne. Fatta dal coraggio di denunciare, anche quando le denunce non arrivano a colpire quel padrone che le ha violentate. In nessuno dei Paesi centro dell’inchiesta le denunce, quando vengono fatte, determinano un cambiamento nei comportamenti maschili. Perché è necessaria una prova, fisica corporea, (fotografica?) e come possono andare in un ospedale che non c’è, lasciare la casa e il campo isolati nella campagna, senza auto, senza mezzi?

COME DENUNCIA UNA BRACCIANTE CHE NON PARLA LA LINGUA DEL POSTO?

Ovunque nel mondo una donna che denuncia viene screditata, la sua parola fatta diventare impotente, ancora più facile che accada ad una bracciante, in un Paese straniero, che non parla la lingua del posto e forse è anche analfabeta. Una donna che è in quel luogo perché ha bisogno di lavorare, perché le serve quel denaro, per pagare un affitto, del cibo del cibo, per i figli che a casa l’aspettano. E in famiglia è lei quella che può guadagnare, non più sempre e solo l’uomo. I padroni nel campo, racconta ancora l’inchiesta, preferiscono le donne; perché di giorno lavorano e di notte esaudiscono la loro voglia sessuale, non importa se con la violenza e la sopraffazione. Di questo si tratta: di potere, non di sesso e piacere. Potere di quegli uomini che sono convinti di esercitare un diritto di accesso al corpo femminile, convinti di poterlo fare data la propria posizione, dal senso di possibilità e dal senso di impunità che accompagna chi comanda e chi dirige.

IL SEGNO DELLA CROCE SPERANDO DI TORNARE A CASA LA SERA

«Ma le nostre figlie non faranno la nostra fine. Non permetteremo alle nostre figlie di vivere le stesse ingiustizie. Il loro futuro sarà migliore e noi sopportiamo per loro»: storie di donne e della loro faticosa vita di lavoro, corpo consumato dalla fatica e corpi offesi, martoriati e uccisi. Questo libro si lega per me ad un film, girato un decennio prima, ove le braccianti vivono, lavorano e mostrano un mondo che ha i tratti dell’antichità più arcaica, quella che sfrutta i corpi fino allo sfinimento, e che invece di essere cancellata e dimenticata oggi risulta diffusa sul pianeta. Di nuovo in Puglia, l’attesa delle pugliesi del pulmino, la mattina ancor prima dell’alba, che le porti sui campi e nelle serre, era stata mostrata in un documentario da Mariangela Barbanente del 2001, Sole. Racconta di come salgano in 22 su pulmini che ne prevedono nove, di un incidente che ne uccise tre: Maria, Antonia e Maria. Donne che erano impiegate a giornata, i loro mariti spesso disoccupati, alcune sono divorziate ma tutte «quando escono la mattina si fanno il segno della croce perché non sanno se tornano vive a casa». Nella raccolta della frutta e della verdura sono preferite agli uomini perché «hanno le dita più piccole e sono delicate», ma sempre e ovunque perché «sono mansuete, si adattano, non si ribellano», e perché sono ricattabili.

LE BRACCIANTI, INVISIBILI ALLE CRONACHE DEI TG

Anche il caporalato le preferisce , perché «sono più inclini alla sottomissione». Le immagini scorrono e le mostrano mentre lavorano a più di cento chilometri da casa perché nei loro Paesi, sulle colline tra Brindisi e Taranto, non ci sono altre possibilità. Lavorano 'grazie' ai caporali, intermediari illegali tra le aziende agricole e la manodopera, che reclutano le braccianti, determinano la paga e mettono a disposizione i mezzi di trasporto in cambio di una percentuale sul salario già basso. Dai caporali dipende la sopravvivenza di moltissime famiglie: un potere enorme di cui spesso abusano. Le braccianti che lavorano nei campi sono invisibili alla cronaca mainstream e sono soprattutto altre a raccontare la loro storia, sguardi che s’incrociano, incontri «nei quali con le protagoniste del film si è costruita una intimità che mi permetteva di andare nelle loro case senza sentirmi un’ospite», racconta la regista.

QUELLO DI CUI HANNO BISOGNO È UNO SPAZIO D'ASCOLTO

Quelle incontrate hanno tutte una voce, più alta o più bassa non conta, sanno cosa hanno vissuto, sanno cosa vogliono cambiare. Ciò di cui hanno bisogno è che si crei uno spazio di ascolto. Ascolto pubblico naturalmente, da parte di chi può introdurre modifiche nelle loro condizioni, che sia la giustizia o la politica, o l’opinione pubblica. Nelle inchieste, che diventino libri o documentari, mentre compare sulla scena una voce narrante, talvolta più di una, contemporaneamente compare un desiderio di ascoltare quelle vicende; una storia avvenuta altrove mentre qui viene narrata. Spazio narrante è anche l’attesa, la tensione suscitata dal racconto, la distanza dall’avvenimento. Chi narra e chi ascolta risultano unite nel tempo e nello spazio; la dimensione originaria della narrazione: l’oralità, il rapporto fisico che intercorre tra gli sguardi, la velocità e la lentezza, il ritmo e il vibrare della voce, emozione e soggettività. Un’inchiesta che viene scritta in una lingua viva, un documentario dove si entra nelle case e già raccontare ad un’altra l’atto subìto diventa una pena che può essere sopportata, e un desiderio di vincere la violenza.

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