20 Ottobre Ott 2018 1505 20 ottobre 2018

Cosa ci hanno insegnato le ragazze dell'Italvolley

La capacità di sostenersi tra donne. La bellezza della diversità. Il messaggio di questa squadra deve durare oltre il Mondiale. E accendere i riflettori sulle carenze legislative che affliggono gli sport femminili.

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Pallavolo Femminile Mondiale Giappone

Una splendida medaglia d’argento. Così si chiude un fantastico Mondiale in Giappone per le ragazze della pallavolo italiana. Con uno scarto minimo, in un ennesimo tie break, le nostre atlete hanno dovuto cedere alla fortissima squadra della Serbia, dimostratasi nel momento decisivo più completa e più cinica. Ma quello che oggi, oltre il risultato, dobbiamo tutti dire a queste Atlete è uno immenso “grazie”. Al di là dei loro stessi propositi, ma di sicuro non per caso, si sono ritrovate a essere l’immagine di un’Italia in cui in tantissimi vogliamo credere. Non solo per la freschezza e la leggerezza del loro essere campionesse, ma per quella sensazione di sapersi muovere all’unisono verso uno stesso obiettivo, al di là di ogni difficoltà, differenza e caratteristica.

PRIMA DI TUTTO, UN GRUPPO

Una squadra animata dal senso vero di essere un gruppo. Ed è così, a mio parere, che hanno umiliato e ridicolizzato chiunque ancora veda nel colore della pelle la differenza tra le persone e, ancora di più, tra atleti delle Nazionali (e sui social network di gente che dice sciocchezze simili in queste ore ce n’è ancora tanta purtroppo...). In ogni scambio, in ogni palla schiacciata e recuperata questa Nazionale ha raccontato la determinazione e la capacità di sostenersi delle donne. Quello che tutti hanno percepito guardando le difese funamboliche di Moky De Gennaro, gli attacchi stellari di Paola Egonu o la calma imperiale di Lucia Bosetti è che nella complementarietà e nella diversità si trovano i risultati più belli. Un concetto che può valere per tutti, per chi vuole sentirsi “comunità”, “nazione”, persino sorelle, se penso al femminismo italiano.

Miriam, professione schiacciatrice

Ma nella strada verso il sogno di giocare a pallavolo ad alti livelli, la schiacciatrice ha dovuto fare i conti con un incidente di percorso che, nel 2017, l'ha costretta a saltare l'Europeo. Dopo la finale del Grand Prix giocata a Nanchino il 6 agosto del 2017, Miriam era risultata positiva all' antidoping.

Loro, donne in azzurro, sono state l’immagine emozionante di chi ancora si commuove pronunciando la parola “patria”. Un regalo vero se pensate che lo Stato Italiano non restituisce loro quanto meritano. Per la legislazione vigente e per lo sport Italiano, queste ragazze sono solo delle “dilettanti” e non delle lavoratrici a tempo pieno nel settore sportivo. A loro, che pure si allenano 350 giorni all’anno anche 6-7 ore al giorno, non viene riconosciuto né uno status giuridico né alcuna tutela come a qualunque altro lavoratore nel nostro Paese. Anche i maschi, direbbe prontamente qualcuno, subiscono lo stesso trattamento, come se questo riducesse l’assurdità della questione. La realtà, però, dice che le donne dello sport italiano l’ “offesa” la subiscono in tutte le discipline sportive: nessuna atleta donna, infatti, in Italia può avvalersi della Legge 91/81 sul professionismo sportivo. Per gli uomini “almeno” ci sono quattro discipline sportive cui questo è concesso (dal calcio fino alla Lega Pro ciclismo, golf, basket di A1).

UN'ENERGIA DA NON DISPERDERE

E allora l’auspicio è che l’energia contagiosa che queste campionesse hanno saputo regalarci nel Mondiale giapponese non si perda e non si disperda. Che diventi messaggio per un’Italia che sa essere fiera e unita nella modernità di un futuro dove le differenze sono solo un’opportunità di ricchezza. E, infine, che la loro forza “sportiva” diventi azione civile per i loro diritti, per il loro presente e futuro. Con Assist Associazione Nazionale Atlete ci battiamo per questo da 19 anni. Con donne così nessuno può permettersi di dire «dovete aspettare ancora».

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