19 Ottobre Ott 2018 1904 19 ottobre 2018

Perché sulle quote rosa non sono d'accordo con Michela Marzano

«La determinazione non c'entra: se le donne non vengono nominate in posti di rilievo è per via di ostacoli spesso insormontabili». Luisa Rizzitelli risponde all'editoriale su Repubblica.

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Quote Rosa Marzano

Se si è donne e femministe è difficile solitamente non essere d’accordo con Michela Marzano, filosofa e docente di filosofia morale all’Università Paris Descartes di Parigi. La professoressa, editorialista per Repubblica, riesce sempre a dare spunti di grande lucidità. La mattina del 19 ottobre ha commentato sulle pagine del quotidiano la notizia di questi giorni sul sessismo imperante nelle Università, in materia di assegnazione cattedre e ruoli di rilievo. Il ragionamento della professoressa, come prima cosa, ha sottolineato come una professione come quella universitaria non possa 'accogliere' il principio delle quote antidiscriminatorie di genere (quelle che chiamiamo impropriamente 'quote rosa').

A suo parere, in ruoli così delicati, le competenze e le qualità debbano essere talmente oggettive e fondamentali, da non poter concedere privilegi a un genere sotto rappresentato. Ho letto le sue parole a riguardo con grande dispiacere. Le cosiddette 'quote' in realtà non hanno quasi mai avvantaggiato persone prive di competenza: le donne arrivano sempre alla soglia di questi incarichi con curricula pari se non di maggiore consistenza dei loro colleghi uomini. A frenare le nomine femminili sono semmai col consenso di 'lobby', la mancanza di relazioni potenti capaci di sponsorizzare, dei tempi di gestione del ruolo da sempre (e dovunque) modellati sui tempi degli uomini e mai su quelli delle donne.

Nel suo editoriale Michela Marzano punta il dito sul ruolo dell’educazione. A suo parere con una diversa componente educativa le donne (al pari degli uomini) potrebbero acquisire quelle qualità, utili a raggiungere poi determinate posizioni. Nel asserire questo la filosofa cita la professoressa Annalisa Pastore, prima donna ordinaria nella classe di Scienze della Normale di Pisa dopo ben 208 anni. La Pastore attribuisce il grande risultato ottenuto alla capacità di perseverare e di saper «insistere». Secondo la Marzano è quindi l’educazione la chiave per abbattere il tetto di cristallo. Educare a essere più sicure, più perseveranti, più «indistruttibili» direi io.

Credere questo, a mio parere, è invece una grande concessione al patriarcato. Una maggiore considerazione di sé e una maggiore intraprendenza sono senz’altro utili. Ma una cosa è migliorarsi in queste 'virtù' tanto care alla competizione, ben altro è spostare la causa del problema 'discriminazioni' alle donne stesse e alle loro caratteristiche.

A mio parere, oggi le donne non vengono nominate in posti di rilievo, non perché non siano abbastanza convinte del proprio valore o meno determinate. Le donne restano nelle seconde e terze fila (spesso anche per tutta la vita lavorativa) perché vengono poste innanzi a ostacoli spesso insormontabili. Sono gli ostacoli di cui la stessa Costituzione parla, 'chiedendo' vengano rimossi. E se fra questi ostacoli siamo noi per prime ad inserire la scarsa autostima e la mancanza di carattere, stiamo implicitamente decidendo che il modello vincente sia solo quello deciso dalla cultura degli stereotipi maschili! Stiamo asserendo che, per superare le sperequazioni, dobbiamo 'progettare' donne-uome cui necessitano qualità ritenute maschili.

Io penso, piuttosto, che il nostro dito debba essere sempre puntato sulla mancata volontà di governi e realtà organizzate di creare un sistema realmente paritario tra i generi. Un sistema che non giudichi il «come sono» prima di conoscere e valutare le mie competenze e la mia reale capacità di ricoprire un incarico di alto livello. Un modello libero dagli stereotipi che sappia scegliermi per ciò che valgo, non per quello che mostro di pensare di valere.

Un modello innovativo e faticoso da far accettare, ma tutt’altro che impossibile. Nella dirigenza sportiva (dove i prossimi cda delle Federazioni saranno obbligati ad avere un terzo di donne) attualmente la presenza femminile non arriva al 15%. «Non ci sono le donne», mi sento ripetere da professionisti dell’alibi, ma mentono sapendo di mentire. Le donne non ci sono perché il sistema di gestione quasi sempre le esclude nei tempi e nelle modalità di esercizio della funzione. Esempi pratici? Eccoli: riunioni dopo cena e senza orari, impossibilità di avere sostegno per chi ha figli, assenza di riconoscimento oggettivo delle competenze, ghettizzazione per chi chiede di eseguire il telelavoro, trasferte lunghissime, rimborsi inferiori a quelli degli uomini e così via.

Oppure, talvolta, banalmente a fermarle è il pregiudizio. Citando un’esperienza positiva ricordo un episodio bellissimo nel quale a fronte di continue nomine maschili di Maestri di musica in un’orchestra, si decise di fare delle audizioni al buio ossia senza dichiarare ai selezionatori il sesso del candidato. Le scelte ricadute sulle donne aumentarono vertiginosamente.

Pu riconoscendo al pensiero di Michela Marzano lo stesso mio auspicio, il mio suggerimento è di non mollare mai la presa su quello che è il vero nemico. E il nemico è il voler 'costringere' le donne ad avere caratteri che non abbiamo e modalità che non ci appartengono. Abbattiamo piuttosto insieme gli ostacoli: culturali, pratici, economici. Coltiviamo insieme la voglia di essere tutti uguali al nastro di partenza ed essere giudicati non per quanta voglia di far vedere i muscoli abbiamo, ma per quanto siamo veloci e capaci di rispondere ai requisiti richiesti. Si può fare. E fa bene a tutti.

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