12 Settembre Set 2018 1811 12 settembre 2018

Perché legalizzare la prostituzione non risolve il problema

«Sarebbe una scelta folle oltre che incostituzionale e andrebbe a ledere i diritti di chi è già colpito dallo sfruttamento». Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di un lettore indirizzata a Matteo Salvini.

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Legalizzazione Prostituzione Legge Merlin

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un lettore, Alessio Bardelli, che commenta la scelta da parte del ministro Matteo Salvini di lavorare a un disegno di legge che porti alla legalizzazione della prostituzione. Nel testo spiega perché questa sarebbe una scelta «folle oltre che incostituzionale e andrebbe a ledere i diritti di chi è già colpito dallo sfruttamento».

La scorsa sera il Ministro dell'Interno Matteo Salvini, intervistato da Radio 2, ha parlato di un tema caro a molti italiani, quello della legalizzazione della prostituzione: «Abbiamo anche raccolto migliaia di firme per provare a fare un referendum. Ora combatto tra antidroga, antimafia, e altro, ma ritengo che riconoscere quello che è un mestiere, togliendolo dal controllo della mafia e dello sfruttamento, sarebbe opera di civiltà». Forse lo stesso ministro non sa che per combattere la prostituzione e il racket di trafficanti e sfruttatori esiste già una legge, la stessa che lui vuole abolire, la contestata Legge Merlin, così come esiste la Convenzione sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui che la stessa Italia ha ratificato. La legge, entrata in vigore nel settembre 1958, ha introdotto reati come l'induzione, il favoreggiamento e lo sfruttamento a fini di prostituzione: tutt'oggi è grazie a questa legge sacrosanta, che ha riconosciuto gravi violazioni di diritti basilari contro le donne prostitute, che vengono perseguiti i reati di sfruttamento.

L'opera di riapertura delle case vuole rispondere all'esigenza di combattere la prostituzione di strada, a detta di molti motivo di scandalo e di degrado: la soluzione, semplicistica quanto illusoria, è quella di regolarizzare il fenomeno, legalizzando e tassando l’attività sul modello olandese e tedesco. E sarebbe un po’ come prendere la spazzatura e nasconderla sotto la moquette e dire di aver fatto pulizia. I Paesi di riferimento sono la Germania e l’Olanda: non sa il ministro dell'Interno, che, nonostante in questi Paesi, definiti neo-regolamentisti, in cui la prostituzione può svolgersi in locali creati ad hoc, come i bordelli non diminuiscono allo stesso tempo i casi di sfruttamento e di tratta: le vittime cambiano, ma sono sempre soggetti, ragazze e anche ragazzi, a volte anche minori, provenienti dall'Est Europa. Storie di persone che, all’oscuro di tutto, vengono raggirate e portate in questi Stati a lavorare come prostitute: e molte persone vivono in questi locali, ai limiti della segregazione, persone ricattate e costrette a turni massacranti di lavoro.

Un'interessante inchiesta di Presa Diretta ha intervistato le sex workers di un bordello tedesco ed offre testimonianze di sfruttamento e ci ha fatto oltretutto capire cosa significa essere prostituta in un bordello di Stato. L’aspetto delle tasse, su cui molti vogliono far leva, appare illusorio: non tutte le ragazze si registrano presso la camera di commercio, i guadagni, non pochi, vengono ottenuti dallo Stato con la tassazione sui locali di prostituzione. Le stesse testimonianze delle prostitute di ieri, raccolte nel secondo in un volume a cura di Lina Merlin e Carla Barberis, ci offrono storie di cruda drammaticità. Scrive una di queste donne: «Ma sempre sono gli altri ad obbligarci a entrare in questi inferni, a ricevere 30-35 uomini al giorno, i vecchi sporcaccioni e i giovani infoiati, e quelli ubriachi, e quelli che gridano, e quelli che vogliono sentir parlare. Quasi tutta questa gente, che paga per averci come bestie al mercato. Perché, e per quanto dovremo sopportare questa vergogna?». Oltre all’etica del lavoro, verrebbe poi da chiedersi se una simile legge potrebbe passare il vaglio di costituzionalità, come l’articolo 3 e, soprattutto, l’articolo 41 della Costituzione: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Senza dimenticare il primo comma dell’articolo 37: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione». Attualmente l’Italia, aderendo al modello abolizionista, non criminalizza né la prostituta né il cliente: punisce il reato di sfruttamento, di tratta, di induzione e favoreggiamento e lo fa con pene molte severe. Con questa legge non si vieta ad una donna (o ad un uomo) di prostituirsi, ma si dà piena libertà alla persona di disporre del proprio corpo: questa scelta deve essere totalmente libera da parte della persona e non viene minimamente perseguita. È chiaro come una legge che vada a stravolgere il testo Merlin andrebbe soprattutto contro le stesse prostitute volontarie: chi lo fa per libera scelta preferisce sicuramente decidere quanti e quali clienti avere ogni giorno, e potrebbe farlo occasionalmente, senza decidere di stare in un locale chiuso.

Ricordiamo poi che lo Stato non pone nessun divieto, come molti vogliono far credere: la prostituzione libera non viene punita dalla legge. In uno scenario come questo è chiaro che eventuali testi di legge, come quello annunciato da Salvini, andrebbero a toccare quelle prostitute non libere, bensì le sfruttate, minacciate e ricattate, che decidono di fare questo mestiere per poter sopravvivere. Per loro non cambierebbe moltissimo nella sostanza: eccetto il luogo 'di lavoro' le persone se costrette prima, non verrebbero di certo liberate come si pensa. Basta che ad ogni persona sia affiancato un protettore, apparentemente incensurato, che potrebbe disporre della sua vita, esattamente come prima. E facciamo un esempio: se per un’organizzazione criminale gestire una persona su un marciapiede è rischioso, visto i dispositivi di legge, quali benefici potrebbero esserci da un’abolizione della Legge Merlin? Quale nuova legge potrebbe subentrare? Una legge che forse attenua e riduce sensibilmente le pene e i reati di sfruttamento? A chi andrebbe il vantaggio delle nuove case di prostituzione? Alle prostitute o alle organizzazioni criminali che vedrebbero così riconosciuto e favorito il loro traffico?

Ricordiamo che Salvini raccolse nel 2015 firme per chiederne il referendum abrogativo e ricordiamo come, dal 1958 in poi, decine e decine sono stati i progetti di legge presentati in Parlamento (da moltissime forze politiche) per una sua sostanziale modifica e cancellazione. Pochi si ricordano di ascoltare le stesse persone, le prostitute libere, che vivono di questo mestiere: ricordiamo che lo stesso Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, guidato dall’attivista Pia Covre, si è più volte espresso contrario ad una riapertura delle case chiuse, chiedendo però al contempo maggiori controlli in termini di sicurezza sulle prostitute, per evitare stupri, violenze e abusi da parte dei clienti.

La maggiore sicurezza però non può passare per un ritorno al passato, per quelle case di schiavitù, troppo spesso osannate come luoghi di libertà sessuale. Che la Lega da sempre si sia schierata a favore di un ritorno a quel passato non è certo una novità, così come gran parte dello schieramento di centro-destra negli ultimi anni: ricordiamo innanzitutto che dalla prostituzione di stato passa il futuro di generazioni intere di persone, che un giorno, in assenza di certezze lavorative, potranno considerare quel mestiere un modo per sbarcare il lunario. E parliamo soprattutto di etica del lavoro. Un modello legislativo quello italiano, che, ancora oggi, non riesce a combattere in modo efficace ed incisivo le organizzazioni criminali: molto spesso mancano le denunce delle vittime, le stesse prostitute vengono ricattate e minacciate di morte, e ciò rende difficile l’accertamento di questi reati. È da qui però che si deve continuare il percorso già intrapreso: a 70 anni dalla Legge Merlin, la sua cancellazione sarebbe una grave sconfitta per i diritti civili e per lo stesso Stato.

Alessio Bardelli

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