31 Agosto Ago 2018 1853 31 agosto 2018

Le leggi 'comprensive' che non fermano la violenza sulle donne

Quante volte ci siamo chiesti: «Chi ha già denunce come può girare impunito e commettere altri reati?». Ne parliamo con l'avvocata Antonella Sassone.

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Sembrerebbe un’esclation terribile di crudeltà contro le donne e invece no, sappiatelo, non è proprio nulla di nuovo. Stupri e femminicidi senza distinzione di nazionalità, ceto sociale, religione, età sono la norma nel nostro Paese e i numeri lo dicono chiaramente. Tutte violenze con due soli tratti in comune: la crudeltà e l’arroganza di chi pensa di poter usare il corpo e la vita di una donna a proprio piacimento, fino al punto di stuprare, uccidere o segregarla, come come accaduto a Sommacampagna. Chissà se l’ha capito persino Salvini che non c’è nulla di più 'trasversale' della violenza maschile contro le donne…

Prima di entrare nel merito di una riflessione su come si può arginare quella che, ahinoi, «emergenza» non è, ma piaga strutturale, non riesco a non esprimere tutto il mio sdegno per la frase pronunciata dal presunto colpevole delle cinque ore di sevizie disumane inflitte a una ragazza di 21 anni a Parma, un noto imprenditore: «Ma che davvero arrestate uno come me?».

È tutta in questa frase la mancanza di rispetto per le donne, l’assenza di coscienza di chi, da essere umano diventa uno spaventoso criminale e compie un crimine di cui non riconosce la gravità.

Un motivo c’è: a giustificare tutto c’è la cultura misogina in cui continuiamo a sguazzare. All’assurdità della frase pronunciata da Federico Pesci possiamo comparare i commenti di odio verso le donne sui social, le narrazioni clementi di una certa stampa nei casi di femminicidio, la 'comprensione' benevola dei branchi quando si spalleggiano nel «Beh, però anche lei…». Tutto degno prodotto del peggior patriarcato, del convincimento di una parte ancora troppo grande di uomini che una donna possa essere oggetto, proprietà, schiava.

Ritornando ai casi denunciati dalle cronache di questi giorni, in tantissimi ci siamo indignati. In particolare la grande rabbia ha suscitato il caso di un uomo che, nonostante le due denunce di violenza sessuale già comminate, ha violentato un’altra ragazza.

La domanda di tutti è stata: com’è possibile che un uomo con due denunce per questo orrendo reato possa girare impunito e pronto a commettere altri crimini? La risposta è legata al garantismo della nostra Costituzione, secondo la quale la presupposizione di innocenza vale fino alla condanna, inclusi eventuali ricorsi ai successivi gradi di giudizio.

Ma è anche vero che la custodia cautelare è già possibile, in particolare in caso di pericolo di fuga, di inquinamento probatorio o di reiterazione del reato. Cosa che evidentemente non ha sfiorato il giudice forse ignaro che lo stupro abbia una recidività comprovata e spaventosa.

Cosa manca al sistema giudiziario italiano per dare ai cittadini, almeno nella assegnazione della pena, la sensazione che giustizia sia fatta? Perché le donne, e sempre più uomini con loro, hanno la sensazione che le leggi italiane siano inadeguate alla mostruosità di questa violenza?

La risposta sembra legata ad una discutibile applicazione delle leggi e ad una ancora inadeguata formazione dei giudici in materia. Le dinamiche che agiscono nei violenti sono da anni oggetto di letteratura scientifica e seppur in assenza di statistiche aggiornate sulle sfaccettature del fenomeno, proteggere le vittime o prevenire non dovrebbe essere così difficile. Invece puntualmente questo non accade.

Rebel Network, la rete femminista per i diritti ha più volte chiesto che nei reati contro la persona in generale e in particolare contro donne e bambini, alla luce dei dati terribili relativi alle violenze, vengano rivisti i concetti di pericolosità sociale, adeguando e rafforzando le misure cautelari. La richiesta delle attiviste di Rebel Network è che il legislatore si adoperi in questo senso e che la magistratura, supportata da adeguati percorsi formativi, sia in grado valutare con maggiore attenzione e competenza casi di violenza, valutando con attenzione la pericolosità sociale del soggetto.

Un capitolo a parte meriterebbe l’inasprimento delle pene, in casi di vera e propria tortura come quelle usate sulla povera ragazza di Parma.

Il reato di violenza sessuale, come ricorda l'avvocata Antonella Sassone, interpellata da LetteraDonna, è previsto dagli articoli 609-bis e seguenti del codice penale ed è prevista una pena «base» dai 4 ai 10 anni che, per effetto di circostanze attenuanti o aggravanti può essere ridotta ad un anno e otto mesi o aumentata sino a 14 anni. Ed è la stessa avvocata a sottolineare che il reato di tortura è stato introdotto nel nostro ordinamento in maniera «depotenziata» nel senso che per essere applicato è necessario sussista un rapporto di «affidamento qualificato» tra il reo e la vittima: ed è quindi evidente la necessità di un coordinamento legislativo tra la disciplina della violenza sessuale e quella della tortura.

Coordinamento senza il quale ogni condanna risulterà molto più lieve a quanto avrebbe meritato.

Anche su questo punto l’avvocata Sassone ci ricorda che la prescrizione nei casi di violenza sessuale è raddoppiata rispetto ai reati tradizionali e la ratio della prescrizione stessa rappresenta un pilastro dello stato di diritto.

Ciò su cui si potrebbe e dovrebbe intervenire suggerisce l’esperta, è l’allungamento dei termini per sporgere querela, la riduzione dei tempi processuali che sono inaccettabili.

Rebel Network e molte realtà antiviolenza propongono su questi temi passi avanti di maggiore determinazione come l’eliminazione del rito abbreviato e l’eliminazione della prescrizione per i reati di violenza sessuale.

Servirebbe parlarne, legislatori, magistratura e società civile. Ma a noi, onestamente, sembra tutto molto fermo. Le donne, le loro sofferenze, le loro vite spezzate, gli stupri che ti rovinano la vita (ricordiamolo), in Italia per la politica possono ancora aspettare. Per noi, no.

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