Fausto Brizzi

Caso Fausto Brizzi

31 Luglio Lug 2018 2111 31 luglio 2018

Giulia Blasi: «Il caso Brizzi è un precedente pericoloso»

I pm chiedono l'archiviazione. La scrittrice contesta la richiesta di non andare neanche a processo. E spiega: «Così si dice a una donna vittima di molestie che nessuno le crederà». 

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Giulia Blasi Quella Volta Che

Archiviazione. Perché, per i pm, «il fatto non sussiste». E cioè, nulla è mai accaduto. Se la richiesta sarà accolta, dunque, nessun processo a Fausto Brizzi, finito in una bufera mediatica dopo essere stato accusato di molestie. Ad aprile, il regista era stato indagato per violenza sessuale dopo le denunce presentate da tre ragazze. Tre episodi, avvenuti nel 2014, nel 2015 e nel 2017. Due delle querele sarebbero arrivate oltre i termini di legge e la terza, secondo la procura di Roma, non avrebbe presentato elementi sufficienti. Solo i racconti delle donne che hanno deciso di parlare.

L'HASHTAG #QUELLAVOLTACHE ALLA VIGILIA DELLO SCANDALO WEINSTEIN

La scrittrice Giulia Blasi, che il 12 ottobre, poco prima dello scandalo che colpì Hollywood e Harvey Weinstein, aveva lanciato l’hashtag #Quellavoltache (diventato poi un libro, in primavera, dove sono raccontati gli episodi quotidiani di molestia subiti da diverse donne), ha commentato la decisione dell’archiviazione del caso che ha coinvolto Brizzi. «La scelta di non procedere nemmeno crea un precedente molto pericoloso», ha spiegato l’autrice a Letteradonna. Soffermandosi, poi, su una riflessione più ampia. Che riguarda l’eco di ogni denuncia.

Fausto Brizzi.

DOMANDA. Blasi, perché pensa che questa decisione crei un «precedente pericoloso»?
RISPOSTA. Perché chiedendo, e probabilmente ottenendo, l’archiviazione si sta dicendo a tutte le persone che hanno molestato delle donne che, di fatto, lo possono fare.

Che cosa intende dire?
Basta che si trovino da soli con una donna, in una posizione di forza, che le mettano in condizioni di vulnerabilità psicologica e che non lascino segni. Ecco come. Con questo, però, non sto dicendo che Brizzi sia assolutamente colpevole.

Ma quindi niente segni, niente violenza?
Se non è possibile provare fisicamente la violenza, ed è già comunque difficilissimo arrivare a processo e ottenere una condanna mostrando «le prove», se non ci sono i segni di violenza, la persona che commette la molestia ha una ragionevole certezza di farla franca.

Si aspettava un esito del genere in un caso come questo?
Onestamente non avevo una posizione in questo senso. Però, in questo momento, noi abbiamo dei racconti: ci sono 15 persone che hanno detto delle cose molto simili e concomitanti, con dettagli che coincidono. Si tratta di soggetti che, all’interno di un processo, sarebbero stati considerati credibili, per una serie di motivi. In un mondo che non disprezzi la parola delle donne, s’intende. Purtroppo si è deciso di non andare direttamente a processo, quindi non ci sarà mai una sentenza su questo caso.

Qual è il messaggio che passa, secondo lei?
Stiamo dicendo alle donne che subiscono molestie che nessuno crederà loro e che anche se denunciano non ci sarà nulla, non si andrà avanti. Quando alcune delle molestate hanno parlato con Le Iene, qualcuno ha detto che avrebbero dovuto denunciare. Ecco, tre l’hanno fatto e il processo non ci sarà. Allora diciamolo che non ci interessa assolutamente stabilire i fatti, accertarli e andare a fondo. Forse l’unica cosa che interessava all’opinione pubblica era che queste donne stessero zitte.

Leslie Moonves come Harvey Weinstein?

Sei donne hanno accusato di molestie Leslie Moonves , amministratore delegato di Cbs e uno degli uomini più potenti dell'industria dell'intrattenimento americana. Accuse che mostrano come l'onda d'urto del movimento #MeToo non risparmi nessuno e che gettano luce su una cultura interna a Cbs da " club di soli uomini" fra molestie, discriminazione di genere, vendette e promozioni per chi era accusato di condotta inappropriata.

Uno dei punti che fa più discutere è il tempo previsto per la querela. Due di queste sono arrivate oltre i termini consentiti (sei mesi). Qual è la sua posizione su questo? Asia Argento aveva protestato.
È difficile non essere d’accordo con Asia Argento su questa cosa. Lei, ovviamente, lo sostiene con ancora più forza perché, essendo la vittima di uno stupro, sa benissimo quanto ci si metta a elaborare anche solo l’idea di essere state violentate o molestate. Spesso arriva dopo, non te ne rendi conto subito.

Come mai, secondo lei?
Socialmente, l’idea dello stupro è questa cosa che quando succede è talmente drammatica che tu non puoi far a meno che presentarti lacerocontusa alle forze dell’ordine. Questo è il concetto che abbiamo diffuso nella cultura dell’aggressione sessuale. In realtà, l’aggressione sessuale può essere anche molto molto sottile.

Per esempio?
Ti puoi trovare nelle condizioni di subire un approccio non voluto e molesto e realizzare quello che è accaduto tempo dopo. Molte delle persone che hanno aderito alle campagne anti-molestie, raccontando le loro storie, hanno detto proprio questo, che non si erano mai rese conto di quanto avevano subito fino a quando non avevano sentito altre donne parlarne o altre storie.

E quando si sentono altre storie che cosa succede?
Si pensa che «questa cosa è successa anche a me e io ho sempre pensato non fosse giusto, ma che forse non potevo raccontarla, perché me l’ero cercata, perché magari lo volevo, perché alla fine ho cambiato idea».

Qualcosa si è trasformato, socialmente, secondo lei?
Diciamo che sta cambiando, e cambierà ancora, la nostra percezione di ciò che è lecito fare tra adulti. Ma deve cambiare, soprattutto, la nostra definizione di consenso, che in questo momento è molto sbilanciata in favore della soddisfazione del desiderio maschile.

Lei pensa che l’archiviazione di questo caso, se si concretizzasse, potrebbe trasformarsi in una sorta di boomerang per il movimento #MeToo, che in Italia ha fatto più fatica a emergere?
Non dobbiamo fare l’errore di pensare che #MeToo o #Quellavolta siano un movimento. Non lo sono: sono episodi di una cosa più grande, che sono le lotte femministe. Non è una cosa separata, ne rientra e ne fa parte. E le lotte femministe non si fermano, nemmeno davanti a una sconfitta.

Questa è oggettivamente una sconfitta. Ma il femminismo non ragiona sul breve periodo. Ciò che facciamo oggi potrebbe avere dei frutti tra 50 anni

Questo è un fallimento, secondo lei?
Il femminismo non ragiona sul breve periodo, ragiona sui secoli. Ciò che facciamo oggi potrebbe avere dei frutti tra 50 anni. Questa oggi, sicuramente, viene letta come sconfitta, perché anche se scoprissimo che non c’erano davvero gli estremi per procedere, quello che conta è l’immagine che viene trasmessa a livello mediatico.

E qual è?
Ciò che passa è: non si andrà mai a processo perché non è mai successo niente. Qui non si tratta neanche dell’assoluzione dell’imputato. Questo è gravissimo perché stiamo comunicando a milioni di uomini e di donne che non c’è alcuna conseguenza pratica per quel tipo di comportamento. Passa l’idea che quei racconti non avevano nessun valore, la querela è arrivata troppo tardi, quindi basta. Quel che vediamo è che la legge non tutela le molestate ma solo i molestatori, almeno sulla carta.

Ma lei non crede che il fatto di non andare a processo danneggi anche l’immagine e la reputazione del regista, in questo caso? Di fatto non si è potuto difendere.
Non necessariamente. Lui è stato dipinto anche come una vittima, per essere stato allontanato temporaneamente dal lavoro. Ma non è lui «la vittima». L’essere stato sospeso dal lavoro non equivale a una condanna, a un processo o a una carcerazione. Io non saprei e non ho idea di che cosa avrebbe preferito lui, onestamente. Io se mi ritenessi innocente non so se vorrei andare a processo per una cosa così. Credo che sia stata presa una decisione, a mio avviso, molto grave, che avrà delle conseguenze sociali purtroppo.

Ritiene che qualcosa si sia mosso davvero, anche soltanto parlando di episodi di aggressioni sessuali?
Sì, assolutamente. Ciò che è stato fatto non è passato senza traccia. Ha risvegliato molte persone e la loro consapevolezza. E da quel risveglio non si torna indietro. Credo che quel momento, ora in fase di elaborazione, è stato incamerato. Da qui si andrà avanti o indietro a seconda dei prossimi sviluppi. Questo è solo un caso, ma probabilmente succederà di nuovo. Allora potremo capire come si procederà la prossima volta, che clima troveremo. Quello in cui ci troviamo non è particolarmente favorevole per le donne.

Perché?
Abbiamo un governo con sei donne su 39. Un Consiglio superiore della magistratura completamente senza rappresentanza femminile. Dappertutto ci sono panel e discussioni in cui o non ci siamo o se siamo presenti facciamo le moderatrici, le organizzatrici. Però a raccontare il mondo ci sono gli uomini. Non è un momento particolarmente felice per le donne italiane. Ma allo stesso tempo, piano piano, ci si accorge. Ci vuole molta pazienza.

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