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Diritti

27 Luglio Lug 2018 1928 27 luglio 2018

Nel calcio femminile c'è un problema con le atlete dilettanti

Il braccio di ferro tra FIGC e LND rischia di cristallizzare la questione sulla discriminazione che riguarda tutte le atlete donne. 

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Sara Gama Juventus calcio femminile

Il 27 luglio 2018 lo sport italiano ha assistito a un’altra puntata di una telenovela che mai avremmo voluto vedere. Il titolo della telenovela potrebbe essere, tanto per cambiare, Questioni di potere. Che in poco meno di tre mesi hanno cambiato completamente gli scenari. Ad aprile 2018 Roberto Fabbricini, Commissario straordinario della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), aveva portato la gestione del Campionato di femminile di serie A e B sotto il suo controllo. Una decisione sostenuta da almeno un terzo delle società sportive, secondo i bene informati, e di certo dall’Associazione Italiana Calciatori e dalla Associazione Nazionale Atlete Assist. Il 3 maggio sempre Fabbricini aveva, per così dire, forzato un passaggio per acquisire la gestione delle massime serie femminili (A e B appunto), lasciando alla Lega Nazionale Dilettanti (LND) la promozione e la crescita della cosiddetta base locale. Un’operazione poco concertata, ma di cui in tutta onestà, si parla da anni come di un serio elemento di crescita del settore. Crescita che non c'è stata nell’era Tavecchio. L’operazione, sgraditissima alla Lega Nazionale Dilettanti, ha portato a un immediato ricorso agli organi della giustizia sportiva. Che è stato appunto accolto dalla Corte Federale d'Appello il 27 luglio complicando ulteriormente lo scenario. Finita qui? Assolutamente no. Perché la FIGC non molla e ha annunciato un ulteriore ricorso. Di tutta questa vicenda, la cosa che più mi lascia sbigottita è che all’esterno, soprattutto a chi non è un super esperto del settore, pare del tutto ovvio che si stia combattendo più una battaglia di potere tra le due organizzazioni più che un confronto nell’interesse primario del movimento del calcio femminile. Movimento che, peraltro, sta regalando all’Italia grandi soddisfazioni con la qualificazione al Mondiale di Francia e relativa crescita dell’attenzione dell’opinione pubblica.

IL TEMA DELLA DISCRIMINAZIONE

È innegabile però che siamo ancora poco oltre l’anno zero, soprattutto se guardiamo cosa sono riuscite a fare le altre Nazioni. E l'aumento delle tesserate di 1339 unità a partire dal 2014, tanto sbandierato in conferenza stampa da Cosimo Sibilia, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, è poca cosa. Forse bisognerebbe abbandonare l'accesa discussione su chi si debba intestare i meriti di questi (piccoli) risultati e affrontare seriamente il tema della discriminazione. Perché non è pensabile che un'atleta che fa del calcio il proprio lavoro sia sotto il controllo di una organismo che per definizione non ammette i professionisti. Vorrei però rispondere a Sibilia che ha dichiarato: «Sara Gama (capitana della nazionale e rappresentante della AssoCalciatori ndr) dice che lei e le sue compagne non si trovano bene nella Lega Dilettanti. Prendiamo atto di tutto questo e non vogliamo che nessuno sia costretto a rimanere nella Lega Dilettanti». Presidente, è vero, è brutto subire decisioni dall'alto quando si rappresenta un vastissimo e prezioso mondo senza il quale nessuno potrebbe arrivare al vertice. Però, anche lei, cerchi di capire Sara Gama e tutte le calciatrici italiane che, al pari delle atlete delle altre discipline, non possono scegliere un bel niente. Lo Sport italiano e una legge vecchia di quasi 40 anni (Legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo) hanno relegato le donne allo status di dilettanti, anche quando così non è. Anche quando campano con questo lavoro per anni. Anche quando arrivano ai Mondiali mentre i loro colleghi milionari maschi stanno a casa. Perché anche per loro essere top atlete comporta una dedizione immensa.

Sara Gama.

E non è solo un problema, seppur questo di gravità inaudita, di diritti e tutele mancanti per le giocatrici. È anche un problema di mero conflitto di interesse: come può un movimento che viene gestito solo all’interno del confine dilettantistico volere che il calcio femminile italiano punti a numeri, ore-lavoro, livello organizzativo, gestione, pari al professionismo? Non può ed è più che normale, perché lavorerebbe contro sé stesso.

SERVE L'INTERVENTO DEL CONI

Su una cosa però mi sento di spezzare una lancia in favore della LND: non si può proseguire questa discussione a suon di carte bollate. Serve una discussione reale e fattiva, dove mi permetto di suggerire la presenza non solo del CONI, ma anche di un delegato del Sottosegretario allo Sport, Giancarlo Giorgetti. Immagino davanti a questo mio suggerimento il terrore di un certo vecchio modo di vivere il settore. Mi sembra di sentire già i rimproveri: «Il CONI non può interferire sulle Federazioni. La politica deve essere lasciata fuori». Io onestamente di questo sono veramente stanca. Di controllori e controllati che non cambiano mai. Di uno Stato che dimentica che il calcio e le altre discipline hanno un interesse pubblicistico che vale centinaia di milioni di euro l’anno. Su questo mi piacerebbe davvero, invece, vedere un cambiamento con questo Governo. E, attenzione, non chiedo un intervento invasivo e invadente, ma dell’esercizio di un ruolo di vigilanza previsto dalle nostre leggi per far sì che ogni azione non perda il faro dell’interesse sociale e delle componenti protagoniste (atlete in primis, non alla fine). Assist propone proprio questo: un tavolo di discussione immediato, fattivo e dove a decidere alla pari ci siano tutte le componenti. Ripartiamo da qui. O forse, meglio dire, partiamo per la prima volta.

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