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20 Luglio Lug 2018 1624 20 luglio 2018

Cosa abbiamo imparato dal caso delle ginnaste Usa violentate

Hanno denunciato Larry Nassar, il loro molestatore. Per questo sono state premiate col Courage Award. Non limitiamoci però ad applaudire. Partiamo dalle loro parole per agire.

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Espy Awards 2018 Atletica Larry Nassar

Il 19 luglio negli Stati Uniti è stato assegnato il prestigioso premio Arthur Ashe Courage Award alle coraggiose atlete della Federazione Ginnastica Usa, capaci di sollevare il più orribile caso di violenza sessuale seriale nella storia dello sport mondiale. Vedere il video del momento a loro dedicato mette i brividi. Sono più di cento, bellissime e potenti come forse solo gli occhi e i corpi delle atlete sanno essere. Ma i loro visi sono tesi, decisi, come prima di iniziare una gara importante, una di quelle che ti cambia la vita. Delle loro parole e degli applausi commossi con cui sono state accolte ve ne abbiamo già parlato. Ora, a mente fredda, però, è importante andare oltre l'emozione e l'empatia. Perché da questa vicenda si può e si deve imparare.

NON SORPRENDIAMOCI PIÙ

Le tre speaker che hanno parlato a nome di tutte le atlete coinvolte in questo incubo terribile hanno parlato allo sport mondiale, non solo alla loro Federazione stelle e strisce. E il messaggio è chiaro: nessuno tra i dirigenti e i politici del settore potrà mai più chiamarsi fuori. Nessuno potrà mai più stupirsi di casi di molestie che peraltro sono già tristemente accaduti e che alcune inchieste avevano fatto balzare all’onore delle cronache (come accadde nel settembre 2016 con l’Indianapolis Star secondo cui, nei vent’anni precedenti, almeno 368 giovani atleti e atlete avevano subito abusi da parte di allenatori, medici, dirigenti).

INIZIAMO DALLA PREVENZIONE E DALLA SENSIBILIZZAZIONE

Ma, soprattutto, nessuno potrà più permettersi di non avere alcun programma di prevenzione, sensibilizzazione e formazione su questo tema. La vera falla del sistema che la vicenda del mostro Larry Nassar, il medico che 'consolava' le sportive violentandole e molestandole dopo i durissimi allenamenti del coach, ha reso evidente è oggi una chiamata ad agire. Il percorso di preparazione di tecnici e dirigenti deve prevedere materie come la corretta relazione tra i generi e le molestie sessuali. E poi vogliamo parlare del ruolo degli allenatori? Imbrigliati nello stereotipo del «se è duro è bravo», i coach sono spesso maggiormente apprezzati se esercitano il ruolo con forza e durezza piuttosto che con empatia e autorevolezza. La vicenda statunitense è in questo una case history terribile. Sulla Gazzetta dello Sport, Massimo Lopes Pegna, apprezzato giornalista italiano da tempo a New York, ha scritto con fermezza: «Sul banco degli imputati ci sono insegnanti dai curriculum gloriosi visti come intoccabili. La pedofilia nelle palestre, spesso certificate dalla Federazione Ginnastica statunitense, è un virus maledetto, che ha contagiato l’America in lungo e in largo. Ed esiste la convinzione che questo tipo di crimini sia stato coperto proprio dalla Federazione per paura degli scandali o per il timore di dire addio alle medaglie mondiali e olimpiche».

NON RIGUARDA SOLO GLI STATI UNITI

Inoltre pensare che tutto questo non riguardi l'Europa sarebbe un errore imperdonabile per il Comitato Olimpico Internazionale. Le denunce in Italia sono poche, è vero. Ma conosciamo casi a livello locale. È il momento di cogliere l’opportunità per essere concreti e da esempio con altre Nazioni. Ci sono mezzi e persone per farlo, in primis l’Associazione Nazionale Atlete Assist che da anni parla di questo tema, ma anche tante altre realtà qualificate.

«Non sono solo atleti ed atlete, ma anche bambini e bambine, ragazzi e ragazze»

Victor Vieth, un legale americano esperto in materia di crimini sessuali che ha studiato diversi casi di violenze sui minori, ha notato in allenatori e medici sportivi un’insolita riluttanza nell’utilizzare la parola children, bambini: «Vengono chiamati solo atleti o atlete, in un meccanismo di spersonalizzazione che li rende solo un mezzo per raggiungere l’obiettivo, la medaglia, il risultato». Eppure nella maggior parte di casi si tratta di persone che vanno dai 6 ai 15 anni. Questo dovrebbe bastare nel dimostrare l’urgenza e l’importanza della questione. Sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Sono i nostri figli e le nostre figlie. Bisogna fare qualcosa perché nessuno di loro viva mai un simile orrore e perché il coraggio delle ginnaste resti nella storia come un inizio e non una fine.

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