20 Luglio Lug 2018 1835 20 luglio 2018

Perché la castrazione chimica è inutile e sbagliata

Il tweet di Matteo Salvini dopo lo stupro della barista di Piacenza ha riaperto la discussione sulla pratica. Che è reversibile, ma non praticabile per legge. 

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Italia Castrazione Chimica Piacenza

Dopo la notizia dell’arresto dello stupratore di una barista a Piacenza, il tweet del Ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha riaperto la discussione sulla castrazione chimica. E come ormai accade nelle discussioni che la politica cavalca a proprio favore (e in questo la trasversalità è evidente), l’opinione pubblica prende posizione con la pancia e con le informazioni, spesso insufficienti o distorte, che diversi attori lanciano nel mare magnum della rete. Andrebbe innanzitutto detto che parlare di castrazione chimica come sanzione è un qualcosa di aberrante. Lo sa bene anche la ministra Giulia Bongiorno che, pur avendo sempre sostenuto che questa pratica potesse essere introdotta (in cambio di uno sconto di pena), ha sempre specificato che questa ipotesi poteva essere considerata solo come approccio terapeutico e volontario. Vale la pena ricordare che per introdurre una castrazione chimica come quella cui – ahinoi – molti utenti sui social inneggiano in queste ore, bisognerebbe cambiare la Costituzione e precisamente l'articolo 32 che stabilisce con nettezza che: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Ma anche ammettendo che si possa suggerire come possibilità la castrazione chimica ai sex offender, la realtà della scienza e dei numeri a riguardo (sulla base dell'esperienza di Paesi, come Stati Uniti, Germania, Francia, in cui in presenza di alcuni requisiti, viene utilizzata), dicono che comunque non servirebbe: i numeri di riduzione della recidiva sono inferiori a quelli ottenuti con trattamento psicologico. Senza dimenticare che la pratica farmacologica, peraltro difficile da controllare una volta che il reo sconta la sua pena in carcere e torna ad essere libero, non solo non risolve, ma causa effetti reversibili.

NON È SOLO QUESTIONE DI ORMONI

A supportare l’inutilità di un eventuale ricorso a questa terapia (che procura un blocco della produzione da parte della ghiandola ipofisi dell’LH, ormone che stimola abitualmente la funzione testicolare), un elemento scientifico inconfutabile: la violenza sessuale non viene esercitata esclusivamente per un fattore legato alla libido, ma la componente psicologica è ugualmente importante. La sessualità dell’uomo non dipende esclusivamente dalla quantità di testosterone prodotta. Ciò che porta un aggressore ad offendere con un reato cosi odioso è, secondo gli esperti, un mix di fattori che coinvolgono la sua condizione mentale, le sue esperienze e il suo vissuto, incluse (ricordiamocelo sempre) anche le sollecitazioni ambientali e mediatiche. Inoltre sono molti gli specialisti che addirittura parlano del rischio concreto che un soggetto cui venga imposta questo tipo di trattamento, possa maturare meccanismi di vendetta sociale o nei confronti di chi ritenga essere la causa della pena inflittagli. Insomma il percorso psicologico, continuo e profondo, rimane la strada migliore per abbattere il rischio di recidività.

MENO SLOGAN, PIÙ PREVENZIONE

Accantonando però per un attimo il tema specifico della castrazione chimica, ritengo che si sia sprecata un’altra occasione per centrare il bersaglio. In tanti e tante non sappiamo più come far capire alla politica che l’unica vera, micidiale arma contro la violenza sessuale e la violenza maschile contro le donne sia la prevenzione. Quanto mi piacerebbe che i nostri politici così pronti al tweet destinato alla nostra rabbia, qualche volta ne facessero uno parlando di questo. È evidente che una dichiarazione del genere non diventerebbe virale sui social, non farebbe notizia nei tg o altrove, non colpirebbe quell’Italia arrabbiata e superficiale che ama proporre soluzioni su tutto. D'altronde questa Italia è un bacino di voti troppo allettante. Ma in un Paese dove quasi sette milioni di donne sono vittime di violenza, la propaganda dovrebbe farsi da parte e lasciare il passo alla competenza, al ragionamento, a soluzioni concrete e profonde. Non è sbattendo il mostro in prima pagina o chiedendo la castrazione chimica che si risolverà un problema così complesso e pandemico. Serve ben’altro.

«Serve che il Ministero dell’Istruzione consenta all’Italia di non avere più paura di parlare di educazione di genere e di educazione sessuale»

Magari, mi permetto di suggerire, servirebbe rilanciare con vigore il lavoro del Piano Nazionale Antiviolenza, costruito con un’interazione importante e anche a volte faticosa tra le Istituzioni (il Dipartimento per le Pari Opportunità in primis, vari Ministeri, realtà locali ecc.) e tante realtà del terzo settore. Serve che il Ministero dell’Istruzione consenta all’Italia di non avere più paura di parlare di educazione di genere e di educazione sessuale. Serve che la cultura del nostro Paese premi quegli attori di altri importanti settori della vita sociale (imprenditoria, sport, associazionismo) che si vorranno adoperare per sensibilizzare e informare su questo tema, magari neutralizzando quegli elementi di distorsione che sono humus prezioso per i violenti (stereotipi, sessismo, machismo ecc.). Cominciamo da qui e forse da uno slogan facile facile: meno tweet, più concretezza.

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