19 Giugno Giu 2018 1859 19 giugno 2018

Le minacce di morte a Cathy La Torre sono lo specchio della cultura dell'odio

La violenza verbale è una realtà, sia nella vita reale, sia sui social network: crea coesione contro un nemico comune. E no, non è una cosa positiva.

  • ...
Cathy Latorre Minacce Morte

Una violenza verbale inaudita, un linguaggio violento e spregiudicato, scelto con cura e maestria. Questo è il tono usato da sempre dal leader della Lega, Matteo Salvini. Non succede da un giorno. Succede da quando ha capito che il cambio di rotta di non inneggiare più alla secessione necessitava di un contrappeso di aggressività. Immagino che la strategia di propaganda di Salvini abbia sempre tenuto conto che per far digerire al 'duro e puro' di Pontida il fatto che potesse avere come alleato uno di Reggio Calabria o di Catania avrebbe dovuto inventarsi terribili nuovi nemici. E così ha fatto. Una volta l’immigrato, poi il clandestino, ora il rom, tutti surrogati di quel 'meridionale' e di quel 'Roma ladrona' che non erano più funzionali all’elettore che doveva incassare il cambio di rotta sulla Padania libera.

Ok, fin qui tutto torna. Quello che però non torna è l’aggressività e il cinismo verbale con cui Salvini si sta proponendo all’Italia, all’Europa e al Mondo, come Ministro degli Interni. No, questo onestamente non ce l’aspettavamo in molti. Le parole in politica, quando sei tu al Governo, non spostano soltanto i voti: spostano rapporti diplomatici, alleanze, fanno sobbalzare la Borsa e lievitare lo spread. Fanno, soprattutto 'cultura'. Orribile per me scrivere questa parola, parlando delle parole del leghista Salvini, ma devo. E quello che sta creando con le sue parole è l’humus perfetto della cultura dell’odio. Proviamo a ricordare insieme le sue ultime uscite: «È finita la pacchia», «Non decidono loro quando finisce la crociera» (mentre le immagini ci mostravano gente buttata su un ponte con bambini di pochi mesi tra le braccia delle loro madri). «Censiamo i rom» e «quelli italiani ce li dobbiamo tenere», dice emulando Maroni che voleva l’impronta digitale di tutti i rom e fu fermato dall’Unione Europea. Infine, a completare la sequenza, «Un barcone per Saviano». Cosa sono queste parole, a cosa mira tutto questo cinismo, peraltro su questioni politiche verosimilmente inattuabili: queste parole sono un faro. Un faro dritto contro le minoranze e il diverso. Un’attenzione per puntare alla pancia dell’italiano che si sente minacciato da ciò che non conosce e che non segue, ma che di sicuro lo porta a temere per la propria incolumità e per il mantenimento del proprio benessere. E cosa c’è di più sicuro per avere consenso che terrorizzare, per poi promettere protezione? Nulla. Un 'nulla' che ha avuto un assist fenomenale dall’ insipienza delle forze di sinistra del nostro Paese. Un vuoto politico sui temi della legalità e della sicurezza su cui Salvini si è arrampicato con la facilità di uno stambecco sui monti.

In questo scenario inquietante, basterebbe la storia a farci preoccupare, ma per un attimo restiamo nel nostro tempo. In questi giorni il Ministro dell’Interno sta assegnando ad ogni cittadino e cittadina italiano una licenza: la licenza di odio. Non dovete essere d’accordo con me a occhi chiusi: basta leggere i commenti sui social. Ieri in uno dei miei confronti iper accesi su facebook, un medico chiamava «subumani» i migranti. Su un altro social network, Saviano veniva definito il male assoluto d’Italia perché fornisce del nostro Paese una rappresentazione criminale (Saviano, non la mafia, capite?) e, soprattutto, un’attivista per i diritti Lgbt Cathy La Torre riceveva una foto con un revolver puntato e minacce di morte.

Ma non finirà qui, purtroppo. La violenza e l’aggressività sono un cancro contagioso. A rischio saranno le minoranze e le donne. Soprattutto se femministe e attiviste. Lo abbiamo già sperimentato nei mesi scorsi quando ci siamo opposte in molte allo scempio dei manifesti che criminalizzavano la scelta dell’interruzione volontaria di gravidanza, regolata da una legge dello Stato (per la verità spesso resa inapplicabile). I commenti degli haters non erano solo quelli di chi usa la violenza verbale come strumento, bensì avevano la forza e l’arroganza di chi si sente legittimato ad assumere tali comportamenti. Il linguaggio sessista diventa un diritto, l’insulto più becero una opinione, l’inneggiare allo squadrismo una nuova forma di team building. Questo è il rischio vero. Che la violenza, l’intolleranza, l’odio diventino un diritto. Prima nel linguaggio, poi in altro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso