7 Giugno Giu 2018 1227 07 giugno 2018

Il governo spagnolo ci insegna perché le quote rosa sono necessarie

Certo, da sole non bastano. Ma servono a garantire che le questioni che ci riguardano vengano affrontate. Avere uomini e donne in politica è il doveroso esercizio di un diritto costituzionale ed è garanzia di qualità.

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Dopo il 50 per cento di ministre della Francia, anche la Spagna ritorna a darci lezioni di Pari Opportunità. Raoy aveva preferito non mantenere una parità di genere nei ruoli di governo e questo non deve avergli portato troppo bene, oltre ad avergli scatenato addosso l’ira delle femministe. Il bellissimo (ops..scusate!) Sanchez non commette lo stesso errore e mette nell’esecutivo addirittura 11 donne, contro sei ministri uomini. Ed è ovvio che la cosa riaccenda una discussione, mai sopita, sulla rappresentanza di genere nei luoghi della politica.

In Italia è un argomento spinoso. E lo è perché nel nostro Paese ogni differenza di visione viene affrontata con toni aggressivi e denigratori. Non accade solo sul web purtroppo. Accade nei talk show, accade sui giornali dove i due schieramenti si tacciano a vicenda di intenti discriminatori. Persino Lilli Gruber il 6 giugno, dopo aver avuto l’ardire di far notare ai suoi tre ospiti maschi (Lilli, magari invitare qualche donna in più non farebbe male...) che l’Italia è ben lontana da questa sensibilità, è stata inondata di commenti sarcastici e offensivi. Con vero sprezzo del pericolo anche io voglio avventurarmi in una spiegazione di quella che a mio parere è solo una battaglia elementare per il diritto di essere rappresentati.

Le quote antidiscriminatorie di genere vengono innanzitutto chiamate comunemente «quote rosa». Sbagliato, anzi sbagliatissimo. Le quote tutelano entrambi i generi (quindi anche nel caso vi fosse un sovrannumero di donne, rispetto gli uomini) e sono necessarie laddove la sproporzione è talmente consistente da ridurre all’invisibilità uno dei due sessi. Perché dovremmo tutti combattere perché le quote siano obbligatorie? Per me la risposta è davvero banale: perché uomini e donne sono diversi e la diversità è ricchezza; e poi perché tutti vogliamo sentirci rappresentati da persone che ci somigliano e paiono portatori di un sentire.

Ovvio che non sempre questo può essere garantito dal genere di appartennenza. Non me ne voglia la Presidente del Senato Casellati, ma proprio non potrei sentirmi rappresentata da lei né dalla sua storia. Ma il dovere di una parità formale innegabilmente aiuta quella parità sostanziale cui dovremmo ambire. Tutti, uomini e donne.

Uomini e donne che lavorano insieme sono una giusta espressione di due mondi e di due visioni della vita (e della politica) diverse e insieme formano 'squadre' vincenti.

Il «monogenere» nella governance è perdente, vecchio, sterile.

Quando incontro gli studenti, cerco di spiegare in maniera figurata che la mia non è solo una battaglia per le donne, ma per qualunque genere ingiustamente in minoranza. Quello che faccio è chiedere loro di immaginare per un momento le nostre aule del Parlamento riunite, con tutti i 951 componenti. Poi chiedo loro di immaginarli per un attimo tutti di sesso femminile. Le risate sono immediate. Non solo perché la scena a loro deve sembrare surreale, ma probabilmente i ragazzi penseranno che mai un intero Parlamento di donne possa essere interprete delle loro istanze, dei loro sogni. Chiedendo di immaginare il Parlamento (sempre i 951 deputati e senatori) composto da soli maschi, la cosa non suscita la stessa reazione. Un pessimo segnale, sostenuto dal fatto che capita sempre più spesso il fatto che gruppi di uomini decidano su questioni riguardanti la maternità, l’occupazione femminile e i temi riguardanti le Pari opportunità. Situazioni inaccettabili, dove la voce delle donne semplicemente non esiste.

Per evitare politiche per le donne scritte da soli uomini e per garantire il diritto e il valore della differenza, le quote sono efficacissime. E siccome sono oggettivi ed evidenti gli ostacoli che le donne incontrano nel raggiungere luoghi apicali, se le decisore non saranno almeno in parte donne, questi ostacoli non li rimuoveremo mai.

So che qualcuno starà pensando «Ma a parità di valore, se io lavoro 12 ore e lei 8, perché io non dovrei fare carriera e lei si?». «Se io faccio politica da sempre, perché devo cedere il posto a una donna?». La risposta è per me ovvia: perché finora tu sei stato avvantaggiato e una «discriminazione positiva» può essere una (temporanea) soluzione di riequilibrio.

Un esempio per tutti: le ore dedicate da una donna, al di fuori dall’esercizio della sua professione, sono uno degli ostacoli alla parità. Il lavoro di care giver, cioè di chi si occupa di casa, parenti, gestione della famiglia e di ogni sorta di incombenza, è enormemente sbilanciato sulle donne. Inoltre, il valore della maternità (bene collettivo, non solo di chi partorisce), non ha in Italia una adeguata rispondenza in servizi di supporto. Una scelta? Certo. Ma anche un valore sociale, vissuto quasi esclusivamente sulle spalle delle donne.

Ma sia chiaro: le quote da sole non bastano. Nessuna imposizione cambierà le cose, se non si lavora sulla rimozione degli ostacoli. Se, ad esempio, i tempi della politica e del lavoro continueranno ad essere sempre e solo quelli dei maschi, e i parametri di valore solo quelli della quantità (e non della qualità e del risultato), le donne vivranno sempre questo squilibrio.

Cosa c’entra direte voi, con quello da cui siamo partiti in questo articolo ossia il Governo Sanchez. C’entra del tutto. Perché garantire in politica un’adeguata presenza di donne (persino maggiore), vuol dire proprio che garantire che le questioni che citavo sopra verranno affrontate. Avere donne in Parlamento portatrici delle richieste di anni di battaglie per la parità vuol dire finalmente lavorare per una società migliore.

In me non abita nessuna volontà suprematista e nessuna convinzione secondo cui le donne siano migliori solo in quanto donne, ma credo che serva combattere perché cittadini e cittadine si sentano rappresentati a partire dalla propria, meravigliosa, differenza di genere.

Nonostante questo Governo non abbia il 50% di ministre, non abbia voluto istituire un Ministero per le Pari Opportunità (a proposito, qualcuno sa a chi potrebbe andare la delega?...) e Conte non abbia dedicato al tema più di 30 secondi al tema, potrebbe essere interessante scoprire che il premier l’argomento ce l’abbia a cuore. Oltretutto una buona pratica italiana c’è stata ed è la Legge 120/2011: una legge sulle quote antidiscriminatorie che puntava ad accelerare un cambiamento che sarebbe avvenuto spontaneamente tra circa un’ottantina d’anni (secondo uno studio della Banca d’Italia).

L’esperienza legislativa, nata con una resistenza terribile anche da parte di molte donne, è stata invece un vero successo: analizzando i dati delle società quotate in borsa, i numeri parlano chiaro: le aziende al primo rinnovo hanno avuto il 27,8% di donne (l’obbligo di legge era il 20), mentre le aziende che sono già al secondo rinnovo contano il 36,9% di donne (anche in questo caso, più dell’obbligo di legge, il 33,3%).

Non solo: l’ingresso delle donne ha rappresentato uno «svecchiamento» prezioso: le donne subentrate sono state più giovani dei loro predecessori (50,9 anni contro i 58,9 degli uomini) e più istruite (l’88,5% ha una laurea, e ben il 29,7% di loro ha anche un titolo post laurea, a fronte dell’84,5% di lauree dei colleghi uomini).

Se anche la legge non diventasse strutturale a mio parere sarebbe già molto più difficile tornare indietro. E, peraltro, come ricorda AIDDA l’associazione donne dirigenti di azienda, le imprese a guida femminile, o con una significativa presenza femminile, «sono più strutturate e attente all’innovazione e all’attività associativa».

Ricordo quindi alla politica italiana (forze di opposizione incluse) che avere uomini e donne è il doveroso esercizio di un diritto costituzionale ed è garanzia di qualità. Ne guadagneremmo tutti e noi donne, oltre ad avere «soddisfazione» di avere qualche donna mediocre, potremo di sicuro sostituire tanti uomini mediocri, incollati alla poltrona per ben altre ragioni. Non sarebbe stupendo?

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