2 Ottobre Ott 2019 1322 02 ottobre 2019

Non basta una presidente donna per colmare il gender gap nell'Unione europea

Gli incarichi di Von Der Layen e Lagarde fanno ben sperare. Ma le discriminazioni sul lavoro sono forti e l'80% delle parlamentari ha subito violenza psicologica: ce lo spiega la presidente dell'European Institute for Gender Equality.

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Unione Europea Parita Di Genere Eige

La Commissione europea non si è ancora ufficialmente insediata ma da luglio, lo sappiamo, una grossa novità c’è. Per la prima volta una donna, l’ex ministra tedesca Ursula Von der Leyen, è stata nominata e confermata dal voto in parlamento presidente della Commissione europea. Questo incarico può cambiare qualcosa per le donne del vecchio continente? Per capirlo la Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea guidata dalla Finlandia ha organizzato, il 30 settembre, una conferenza a Helsinki (L’Europa per la parità di genere? Fare il punto e mettersi in moto) a cui hanno partecipato le principali organizzazioni internazionali e le associazioni che si occupano di donne. Uno dei co-organizzatori è l’Eige, l’Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere, agenzia dell’Unione europea che dal 2007 è attiva nella ricerca per capire come combattere le disuguaglianze in tutti i campi. LetteraDonna ha intervistato la presidente Virginija Langbakk che lo dirige dal 2009.

DOMANDA: Per la prima volta due donne posizionate alle cariche più alte dell’Ue, Von Der Layen alla Commissione e Christine Lagarde alla Banca Centrale Europea. Come legge questo contesto l’Eige?
RISPOSTA
: È sicuramente un fatto positivo. Certo, non è detto che questo porti automaticamente ad un progresso reale, ma Ursula Von Der Layen sembra davvero impegnata su questi temi e ha assicurato che presto questa Commissione Europea stilerà un piano strategico per abbattere il divario di genere.

Eige ha appena presentato un report sull’avanzamento della Piattaforma di Pechino (programma di azione adottato durante la quarta Conferenza mondiale sulle donne dell’ONU nel 1995, ndr) in Europa negli ultimi cinque anni. Quali sono i dati che vi hanno colpito di più?
Purtroppo alcuni sono una triste conferma. I temi più tipicamente legati alla differenza di genere sono fermi a dove li avevamo lasciati. Il lavoro in particolare: ancora oggi per almeno 13 ore alla settimana le donne lavorano in famiglia, non pagate. Questo ci dice che non c'è stato un gran progresso in termini di educazione e di lotta agli stereotipi. Non solo nel privato ma anche a livello statale: il fatto di non avere servizi pubblici per la cura dell’infanzia – tanto che una donna su cinque non ha accesso agli asili nido - è inaccettabile ed è un tema di cui la politica europea non si occupa. Questo, tra le altre cose, porta ai dati di oggi ovvero che ci sono 7, 7 milioni di donne fuori dal mercato del lavoro perché occupate nel lavoro di cura e che altre 9 milioni lavorano part-time per lo stesso motivo.

Quindi abbiamo una maggiore rappresentanza politica ma ancora pochi diritti?
I diritti ci sono, ma mancano le politiche per renderli effettivi o non sono messe in pratica. È questo che più mette a rischio la condizione femminile. Ci sono alcuni Paesi dove le donne sono altamente educate, anche in misura maggiore rispetto agli uomini, ma difficilmente raggiungono posizioni di comando. La colpa è l’attitudine della società e di chi prende decisioni. È una mancanza di rispetto verso le donne.

Uno dei punti di cui si è parlato nel report è il cosiddetto Stem (science, technology, engineering, and mathematics) gender gap: perché le donne non entrano nel mercato del lavoro scientifico e tecnologico?
Confermo che la presenza delle donne nei settori scientifici e tecnologici è stabile ormai da molti anni all’11 e 12%. Ė come se non fossero interessate. Il problema però inizia in famiglia, la bambina si sente ripetere che la scienza non è un per femmine, è quindi già la nostra attitudine con i figli che crea ostacoli. Poi c’è la struttura della scuola, come vengono pensati i curricula in matematica in fisica in scienze ambientali e tecnologiche e come sono insegnate queste materie. Evidentemente c'è un problema. È necessario trovare un modo per attrarre le ragazze, così come è importante portare i ragazzi nelle materie sociali e umanistiche. Un secondo problema sono le condizioni di lavoro: in ambito scientifico e tecnologico gli ambienti sono ancora quasi totalmente maschili e ostili alla presenza di donne. Le aziende non sono ancora pronte.

C’è un’altra questione che affrontate, quello delle donne migranti e richiedenti asilo. Come sono trattate una volta in Europa?
Il problema è generale: l'Europa affronta il tema migranti solo in termini di protezione di confini e sicurezza. Gli aspetti di genere non vengono assolutamente considerati. Da quello che sappiamo da associazioni o agenzie per i diritti umani negli hotspot o nei centri collettivi nessuno si occupa dei rischi che le donne corrono in termini di violenza o discriminazione. Tutta la politica di integrazione è ancora totalmente 'cieca' dal punto di vista della parità di genere.

In Europa ci sono tendenze politiche anti-gender che in certi casi ci riportano indietro.
Ci sono delle regressioni che mettono le donne in una posizione nuovamente a rischio. Basti pensare che nel 2020 ci sono Paesi membri che stanno considerando di mettere al bando l'aborto. In alcuni Paesi cambia anche l’attitudine dei servizi pubblici: ospedali o forze dell’ordine che non credono o minimizzano quano una donna va a denunciare una violenza. Senza contare che in alcuni contesti politici c’è anche una marginalizzazione delle organizzazioni della società civile che prima venivano consultate per prendere decisioni politiche e venivano finanziare per offrire servizi. Oggi questo tipo di ong sono grossa difficoltà. Quindi chi c’è ad aiutare le donne o altri gruppi più vulnerabili come i migranti, rom o persone LGBT? Nessuno.

Virginija Langbakk.

Ha parlato di un nuovo modo di spendere il budget dell’Ue: che cosa intende?
Le risorse spesso vengono spese in maniera indiscriminata, troppo generalizzata e omogenea, mentre ci dobbiamo rendere conto che le persone sono diverse e hanno bisogni differenti. L’esempio potrebbe essere quello di un progetto per gli studenti che rischiano l'abbandono scolastico. Magari mettiamo le stesse risorse per ragazzi e ragazze, ma per quest’ultime è un problema che incide tre volte meno. Sono soldi buttati. Dobbiamo fare pressione affinché il nuovo budget Ue (2021 – 2028) tenga conto in misura maggiore le differenze.

E poi c'è il tema della violenza online.
Secondo il nostro report almeno l’80% delle parlamentari in Europa ha subito violenza psicologica. Nello stesso studio abbiamo visto che nonostante le giovanissime – dai 15 ai 19 anni – siano molto attive sui social media, il 51% di loro afferma di esitare ad esprimere una propria opinione per la paura di essere attaccate. Questa è una forte discriminazione che colpisce la libertà di espressione e di partecipazione politica.

Poco fa ha parlato del condizionamento della famiglia che porta ad un’introiezione da parte delle donne stesse di una narrazione che le vede meno capaci, o non capaci in tutti i campi. Come si può cambiare?
Prima di tutto lo si fa grazie a nuovi modelli femminili. Sarà molto interessante vedere come la prima donna presidente della Commissione Europea influenzerà le giovani e le rafforzerà nella fiducia in se stesse. Allo stesso modo è importante l’ampia presenza di parlamentari donne a Strasburgo, per la prima volta arrivate al 40%, e delle commissarie che dovrebbero essere numerose. Sono modelli di donne che prendono la parola e prendono decisioni che influiscono sulla vita di tutti. L'altro fattore fondamentale è l'informazione sui diritti e sulle opportunità. Un esempio tipico è quello della violenza dove le donne che la subiscono sono portate a credere di essere colpevoli. Pensano di averla provocata. Evidentemente c’è una forte mancanza di informazione su cosa è la violenza su cosa è giusto e cosa è sbagliato in una relazione. In questo caso i media sono molto importanti.

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