5 Settembre Set 2019 1212 05 settembre 2019

Le ministre del governo Conte bis sono solo sette, e nessuna è femminista

Ha partorito il minimo sindacale del 33% di quote di genere, utile a non farsi additare come impresentabile. Ma diciamoci la verità: siamo alle solite. E la loro storia non ci garantisce che rappresenteranno le istanze delle donne.

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Ministre Nuovo Governo Conte Bis 2

Finalmente possiamo smetterla, noi petulanti femministe, di dire che vogliamo il 50% di ministre. Il Governo della Svolta su questo non ha svoltato proprio per niente e ce ne ha regalate sette su 21.

Il governo Conte bis ha partorito il minimo sindacale del 33% di quote di genere, utile a non farsi additare da femministe e femministi come un governo impresentabile. Ma diciamoci la verità: siamo alle solite. Certo facile non era: gli equilibrismi tra Pd, 5 stelle e LEU non erano facili, ma naturalmente nei giochi di palazzo le donne sono sempre con una fila di ostacoli che i maschi nemmeno si sognano. Hai meno potere, meno lobby alle spalle, magari hai pure il coraggio di aver fatto dei figli… A meno che tu non sia «la prescelta del capo», la storia del percorso a ostacoli la conosciamo.

Giusto per la cronaca ricordo la compagine femminile di questo neonato Governo: Luciana Lamorgese agli Interni, Teresa Bellanova alle Politiche agricole, Paola De Micheli alle Infrastrutture, Nunzia Catalfo al Lavoro, Paola Pisano all’Innovazione tecnologica, Fabiana Dadone (M5s) alla Pubblica amministrazione, Elena Bonetti alle Pari opportunità.

Senza entrare nel profilo tecnico di ognuna di loro - cui peraltro LetteraDonna ha già dedicato ampio spazio – due sono le cose che mi sembrano evidenti: nessuna di loro ha una storia femminista alle spalle e nessuna di loro ha una relazione forte con le associazioni che combattono ogni giorno per i diritti delle donne. Nessuna di loro per la storia politica, professionale e sociale può consentirci di dire che le grandi istanze delle donne saranno sicuramente rappresentate. Sono senz'altro donne preparate e competenti, ma la loro vita nei partiti/movimenti da cui provengono il filo rosso delle loro battaglie non si può dire sia illuminato da una visione femminista o più banalmente dalle grandi istanze delle donne.

Ci dobbiamo stupire? No. Nel precedente governo di femministe a capo dei ministeri non ne abbiamo visto nemmeno l'ombra. Nel precedente governo l'unica era Valeria Fedeli.

In molti sui social (in verità l’80% uomini) dicono «non serve sia donna, basta sia una persona capace e preparata». Ed è vero, ma con un piccolo pesantissimo particolare: le donne quasi sempre sono preparatissime, ma chissà come mai le poltrone vengono assegnate agli uomini. E mi preme precisare che quando noi femministe diciamo che vogliamo il 50% di donne non stiamo predicando il «suprematismo delle donne»: stiamo chiedendo il diritto che il nostro genere sia rappresentato.

Altrettando doveroso precisare che quello che le femministe chiedono è di avere rappresentanti che non si siamo uomologate (concedetemi l'orrendo neologismo…).

Il nostro sbraitare compulsivo sulla necessità di avere ai vertici politiche che arrivino dalle grandi lotte delle donne o quantomeno siano ad esse vicine è perché, come forse accadrà in questo caso, con donne cresciute sotto la protettiva e ingombrante «ala maschia», è veramente difficile che si avranno azioni più coraggiose di quelle che metterebbe in campo un collega uomo. E soprattutto, non neghiamo l'evidenza, le priorità degli uomini in politica sono difficilmente quelle del 52% di cittadine che ancora oggi vive da «stampella del welfare» e si porta dietro perle discriminatorie.

Voglio però spezzare una lancia a favore di queste ministre, dove peraltro troviamo donne che personalmente stimo come Paola De Micheli, prima donna della Repubblica al Ministero delle Infrastrutture. Anche se tre su sette sono senza portafoglio, credo che le neo-incaricate sappiano bene che le donne italiane si aspettano molto da loro. E per fare cose importanti non sempre solo i soldi sono fondamentali. Non posso non citare Elena Bonetti che ci consente di riavere una ministra per le Pari Opportunità dopo la vergognosa cacciata di Josefa Idem. Essere ministre non è solo un titolo, ma vuol dire essere nella cabina di comando del Consiglio dei Ministri, essere dove si calendarizza, si decide, si scrivono le pagine della Repubblica e della storia del nostro Paese. I temi sul piatto, sulle quali le donne attendono risposte da decenni, sono tanti a queste sette signore professioniste voglio augurare non solo buon lavoro, ma buona «resistenza». Perché la prima cosa cui dovranno resistere è il livore di fiumi di maschi mediocri che diranno che loro sono state scelte solo perché «bisognava rispettare le quote». Fate come farebbe una femminista come me: ridetegli in faccia con eleganza, signore ministre.

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