30 Luglio Lug 2019 1530 30 luglio 2019

Carla Cuccu: «La Sardegna sblocchi il reddito di libertà»

La legge approvata nell'agosto del 2018 è al palo. La consigliera regionale del Movimento 5 Stelle: «Servono i decreti attuativi subito. È una battaglia culturale, non una lotta femminista».

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Reddito Libertà Sardegna Carla Cuccu (2)

Una legge a tutela delle donne vittime di violenza domestica ed economica, approvata nel 2018, ferma al palo. È il caso del reddito di libertà, la norma che garantisce sostegno e programmi di integrazione nel mondo del lavoro per chi subisce abusi in casa e si sente in trappola perché non ha un'indipendenza economica, a cui il Consiglio regionale della Sardegna ha detto sì ma alla quale ancora mancano i decreti attuativi. A lanciare l'allarme è Carla Cuccu, avvocata penalista di professione e consigliera regionale del Movimento 5 stelle. «Bisogna sbloccare la legge», dice, «perché la violenza di genere è un problema culturale». Ma la legge non si sblocca ancora, nonostante persino il governo nazionale abbia previsto un pacchetto di misure volte a tutelare le vittime. «L'interesse c'è, ma sulla carta, questi temi continuano a essere sottovalutati».

DOMANDA. Che cos'è il reddito di libertà?
RISPOSTA.
Uno strumento favorisce l'affrancamento dalla violenza attraverso una indipendenza economica che la donna potrebbe non avere, stimola l'autonomia e l'emancipazione perché la donna possa essere in condizione di accedere a beni essenziali e partecipare alla vita sociale.

Come funziona?
La beneficiaria deve impegnarsi a seguire un processo personalizzato che la porti ad acquisire una sua indipendenza attraverso piani di intervento mirati. Si tratta di un sussidio economico che mira anche a favorire una mobilità geografica, nel caso ce ne fosse la necessità di fronte a un pericolo imminente, prevede incentivi per le imprese che assumono donne scampate alla violenza e consente la continuità scolastica dei figli minori.

Quando è stato approvato?
La misura è stata varato dalla Regione Sardegna con la legge 33 del 2 agosto 2018. Quasi un anno fa, ormai.

Ed è ancora ferma?
Come tante altre leggi fatte in Italia o in Regione. Non ha ancora trovato un'attuazione concreta.

In che senso?
È stata emanata in via provvisoria e già applicata per primo dal comune di Oristano, ma ancora mancano i decreti attuativi.

Quello che chiede lei.
Ho pensato fosse necessario interpellare l'assessore alla Sanità per evidenziare la necessità di porre in essere tutte le iniziative a sostegno delle donne vittime di violenza e promuovere un piano strategico per la prevenzione che deve coinvolgere le scuole.

Con quale obiettivo?
La creazione di una cultura e di una coscienza civica. In termini di prevenzione si può costruire una società che sia sensibile anche nell'attuare i propri disegni politici.

Ma c'è qualcuno che si è opposto all'approvazione della legge?
Non che mi risulti. Sono tematiche assolutamente trasversali e fondanti di una società effettivamente equilibrata che deve evolversi verso un'accoglienza reciproca nel rispetto della diversità di genere. Non in termini di superiorità dell'uno rispetto all'altro ma in termini di complementarietà.

E in Sardegna c'è questa sensibilità?
Sì, ci sono già i centri anti violenza. Ma l'origine di questo problema va rinvenuta più che altro in un contesto culturale e strutturale, non si può certo considerare come un fatto privatistico.

Pensa che da parte della politica ci sia poco interesse concreto alla problematica?
Credo ci sia un interesse sulla carta, una sensibilità nel voler normare situazioni di questo tipo, ma poi queste norme restano un po' lettera morta nei cassetti delle istituzioni. Spetta un po' a soggetti politici zelanti suonare il campanello.

Perché succede questo?
Credo siano temi fortemente sottovalutati perché non se ne coglie il principio fondante e basilare. Questa non è una rivendicazione femminista ma una presa di coscienza consapevole e urgente su quelli che sono i fenomeni di una società in cui stiamo perdendo di vista il progetto di ciò che vogliamo realizzare.

Anche a livello nazionale si parla tanto di violenza sulle donne. C'è ancora tanta strada da fare?
A parer mio è del tutto assente una politica in termini di prevenzione a tutela delle donne, politiche che sostengano le lavoratrici perché possano conciliare il loro essere madri e la loro carriera. È una visione che manca a livello nazionale ma soprattutto a livello Regionale.

E come si può cambiare lo stato delle cose?
Forse noi donne abbiamo ancor più la necessità di impegnarci in prima linea perché abbiamo una incidenza maggiore nel processo educativo di questa società, per caratteristiche che la natura ci ha attribuito. Siamo noi a generare e crescere i figli.

Spesso si parla di inasprimento delle pene, ma in che percentuale le politiche educative possono fare la differenza?
Un buon 70% lo deve fare la cultura, la formazione, le prevenzione. Le punizioni possono essere un deterrente che però spesso funziona poco perché il movente e l'auto giustificazione che l'autore dell'illecito si dà è superiore anche al timore dell'applicazione della pena più grave. E anche perché il giusto garantismo del sistema italiano a volte porta all'impossibilità di dimostrare il dolo. Da penalista penso che il lavoro più grosso debba essere fatto alla base, partendo dalle famiglie e dalle scuole.

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