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5 Luglio Lug 2019 1649 05 luglio 2019

Il problema della rappresentanza femminile alle Comunali 2019

Con i ballottaggi in Sardegna si è chiusa la tornata delle Amministrative. Poche le donne elette (ma anche le candidate), soprattutto nelle grandi città. Il punto della situazione. 

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Elezioni Comunali 2019 Donne

Le ultime sono state in Sardegna, ma il risultato – sul fronte delle elette – è in linea con il resto d'Italia. Solo il 30 giugno con i ballottaggi si è infatti chiusa la tornata delle amministrative iniziata in Sicilia ad aprile. Nella penisola il voto è stato accorpato alle Europee del 26 maggio, con l'election day. Nei comuni sardi, invece, per i ritardi dell'insediamento del nuovo Consiglio regionale, il primo turno è stato il 16 giugno, due settimane più tardi il secondo. Dalle urne, però, il 30 giugno non è arrivata nessuna sindaca in più. A Sassari l'unica candidata (su sette), Marilena Budroni, era già stata esclusa, a Monserrato – altro comune con più di 15 mila abitanti – Valentina Picciau che partiva in vantaggio è stata poi sconfitta dall'ex primo cittadino Tommaso Locci. Lo scenario delle presenza delle donne va – ancora - a macchia di leopardo: buon risultato nei piccoli, quasi assenza – anche di candidature – nelle grandi città e un bestiario di casi nella composizione di giunte e consigli comunali, nonostante le norme che puntino al riequilibrio.

NON SONO (GRANDI) CITTÀ PER SINDACHE

Trenta le città capoluogo di provincia al voto: dal Piemonte alla Basilicata. Ebbene, su tutte sono state elette appena due sindache: in Molise, a Campobasso, ha vinto Maria Domenica D'alessandro; a Vibo Valentia, in Calabria, Maria Limardo. Le altre sono tutte occasioni sfumate. Si registrano alcuni testa a testa come in Veneto, a Rovigo, dove al ballottaggio ha avuto la meglio il candidato uomo, Edoardo Gaffeo contro Monica Gambardella. A Cagliari il secondo turno è stato evitato per un soffio di voti, appena 90: Francesca Ghirra, l'aspirante prima sindaca della città, che ha fatto della parità di genere una bandiera, è stata battuta dal rivale Paolo Truzzu. Se le elette sono solo due, sono poche anche le candidate. Scorrendo le liste dei nomi alle comunali delle città capoluogo tra cinque, sei o anche sette in corsa le donne sono una, due al massimo. E ci sono addirittura comuni dove erano del tutto assenti, per esempio Bergamo, Biella, Urbino, Ascoli Piceno, Foggia e Caltanissetta. Colpa del percorso accidentato che quelle di noi che vogliono fare politica si ritrovano davanti e sul freno – bipartisan – da parte dei partiti a puntare su nomi femminili se non per 'obbedire' alle norme.

SINDACHE IN PERCENTUALE

Come è noto - ed emerge dall'analisi dei numeri - più sale il livello di potere (con più visibilità e più alte indennità) e più per noi è difficile sfondare. Su 90 capoluoghi di provincia, appena sei sono amministati da donne, il 6,67% del totale, mentre nei 20 Capoluoghi di regione, sono in tre, al 15%: un quadro che emerge dal lavoro del portale Comuniverso su dati Ancitel del 2019. Sono 1143 i comuni con fascia tricolore femminile (il 14, 30%) che amministrano una popolazione di 10 milioni e circa 27 mila abitanti. Ma se si osserva il numero di prime cittadine in base alla grandezza del comune la proporzione è evidente: la quasi parità si sfiora solo nei piccoli centri con meno di 2 mila abitanti dove le sindache arrivano al 43,46%. Poi decresce proporzionalmente fino ad arrivare allo 0,18% dei comuni con più di 250 mila abitanti. Dove governano solo due le sindache: Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino.

EQUILIBRIO NELLE GIUNTE: GLI STRANI CASI IN GIRO PER L'ITALIA

C'è poi la questione della squadra da formare, ossia la giunta. Anche qui – secondo la legge Delrio, numero 56 del 2014 – per i centri con più di 5 mila abitanti «nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40%, con arrotondamento aritmetico». Un'imposizione che non dovrebbe essere necessaria, ma che – ancora si tenta di eludere – come dimostrano i casi dalle grandi città ai micro centri. Al di là del clamore di Udine c'è anche la cronaca da Firenze. Dove il sindaco rieletto Dario Nardella ha dovuto aggiustare in corsa le nomine perché non rispettavano la parità. Stessa cosa che accade a Cercemaggiore, dove il sindaco va a caccia di assessore, anche perché non ha elette. Nei micro comuni sotto soglia l'obbligo non c'è e ci si affida alla sensibilità. Ad Acquaviva di Isernia, in Molise, c'è una giunta solo al femminile, sindaca inclusa che parla solo di «meritocrazia». In Sardegna si registrano due composizioni speculari – ma opposte – entrambe con protagoniste donne, neo sindache. A Guasila, nel sud Sardegna dell'interno, la rieletta Paola Casula ha scelto tre assessore su quattro; a Calasetta – nel Sulcis, isola di Sant'Antioco - invece, la collega Claudia Mura ha nominato tutti uomini. Poi ci sono le classiche esclusioni: a Ferentillo, nelle Marche, la più votata non è entrata nella giunta, scavalcata un uomo. Ed è scattato un ricorso al Tar. Dal sud calabrese, da Civita – borgo italo albanese – si registra una lista tutta al femminile. La candidata sindaca non ha vinto, però, le donne hanno conquistato tre seggi. È uscita invece trionfante, per la terza volta di seguito la sindaca di Traverselle (300 abitanti in Valchiusella, Piemonte). Emilia Colombano ha 82 anni e ha iniziato la sua carriera amministrativa dopo i 70, perché – forse - non è mai troppo tardi.

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