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31 Maggio Mag 2019 1410 31 maggio 2019

Il cognome del marito sulla scheda elettorale? Colpa del Codice Civile

A imporlo formalmente è l'articolo 143 bis del 1975. Su Change.org è stata lanciata una petizione per chiedere l'abrograzione al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. 

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Il 24 maggio vi raccontavamo dello stupore che girava sui social network dopo che alcune donne si erano trovate il cognome del marito sulla tessera elettorale. Qualche giorno dopo su Change.org Marilù Mastrogiovanni ha lanciato una petizione (che ha superato le otto mila adesioni) in cui chiede al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di abrogare l’articolo 143 bis del Codice civile che recita (siete pronte?): «La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze». Ed è subito 1975, anno in cui con la riforma del diritto di famiglia questo articolo è stato adottato in sostituzione dell'ex 144 che arrivava direttamente dal 1865 e diceva: «Potestà maritale - Il marito è capo della famiglia: la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome, ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda», un assunto rimasto praticamente intatto per più di 100 anni (il governo fascista si limitò a cambiare il numero dell'articolo, ndr). Insomma Marilù, come tante altre, è vittima di una norma che ha più di 40 anni, quattro decenni in cui l'Italia qualche passettino avanti dovrebbe averlo fatto.

LA DENUNCIA DELLA PETIZIONE

«Ho rifatto la mia tessera elettorale e ho scoperto che lo Stato, a mia insaputa e senza la mia approvazione, ha applicato alla mia vita, alla mia esistenza e alla mia identità l’articolo 143 bis del Codice Civile, modificando il mio nome, dunque un pezzo della mia identità», scrive Mastrogiovanni su Change.org. «Quando ho firmato il contratto di matrimonio e mi sono stati letti (o meglio declamati) gli articoli del Codice civile che regolamentano il contratto tra due persone fisiche che decidono di convolare a giuste nozze, tra quegli articoli letti e declamati, l’articolo 143 bis non c’era. Non l’ho approvato, non l’ho sottoscritto, non l’avrei mai fatto», continua lei che ha deciso di documentarsi. «L’avvocata Stefania Negro, civilista e matrimonialista, mi ha spiegato che quell’articolo, pur non essendo stato abrogato formalmente, di fatto non trova applicazione per effetto di leggi speciali soprattutto in campo amministrativo, che danno valore giuridico solo al cognome anagrafico. Significa che la donna ha il 'dovere' di aggiungere al proprio cognome quello del marito, ma quell’aggiunta e quel nome non hanno alcun valore giuridico. A che cosa serve dunque? A segnare la proprietà. Quel cognome aggiunto è un marchio a fuoco sulla coscia della vacca. Fatto, come per le vacche, a sua insaputa e senza la sua autorizzazione. È l’esercizio plastico del potere maschio sulle donne, il segno di una cultura patriarcale che sguscia tra le pieghe delle leggi e te la trovi davanti, quando meno te l’aspetti». E come darle torto.

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«Lo chiedono anche tutti gli uomini che non condividono questa legge patriarcale, ma che si impegnano ogni giorno perché il mondo sia a misura delle loro figlie, mogli, sorelle, mamme, amiche, colleghe di lavoro. A partire dalle leggi e dalle parole con cui le leggi sono scritte», conclude Marilù.

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