We Can Do It!

Diritti

29 Maggio Mag 2019 1750 29 maggio 2019

Vita da caregiver: tante responsabilità, poche tutele

Sono in prima linea quando si tratta di accudire un parente anziano, malato o non autosufficiente. Peccato che la società non riconosca il loro lavoro e rischi che affrontano ogni giorno.

  • ...
Caregiver Familiare Legge

Pensate a un lavoro non retribuito e totalmente privo di formazione, dato che nessuno insegna come farlo al meglio e in sicurezza, che occupa in media sette ore al giorno di attività pratica con almeno 11 di pura sorveglianza. Qualcuno penserebbe: «È legale?». Immaginate poi una professione che interessa circa 15 milioni di italiani secondo l’Istat - i dati sono del 2011 - e che ha nelle prime file un vasto numero di donne. Ecco che avrete un quadro aggiornato del caregiving e dei caregiver. Coloro i quali hanno nel curriculum grandi responsabilità di cura, scarso aiuto da parte dello Stato e vaghissimo riconoscimento sociale dell’emotional labour, il faticoso lavoro emozionale che serve per mostrarsi sereni di fronte a una situazione di stress o nel mezzo di una relazione impegnativa. Per non citare le spese economiche e di tempo che queste figure sono abituate a caricarsi sulle proprie spalle senza fiatare. Così abbiamo deciso di accendere una luce su chi è ancora in attesa di una legge nazionale mentre ogni Regione legifera per sé con grandi differenze, e che aspetta l’attivazione del Fondo triennale inserito nella Legge di stabilità 2018 e che oggi risulta bloccato.

UN PROBLEMA PER L'86% DELLE DONNE

Dall’accudimento generale, passando per la sorveglianza della persona non autosufficiente, alla somministrazione delle medicine, le caregiver supportano parenti e coniugi che hanno bisogno di aiuto. Secondo i dati del 2018 diffusi dal Libro bianco sulla salute femminile della Fondazione Onda e Farmindustria, l’86% delle donne è impegnato in questo lavoro informale. Molte alla fine lasciano la professione di riferimento. Ma se loro aiutano, ed è indubbio, chi a propria volta aiuta ‘loro’? Per Antonio Bondavalli, responsabile del Centro InfoHandicap Friuli-Venezia Giulia e organizzatore a maggio 2019 del convegno Care for careers a Udine, il problema è serio, strutturale ed è connesso per forza di cose all’invecchiamento della popolazione italiana. «Chi nasce in Italia oggi ha una speranza di vita di 100 anni. Siamo lo Stato più anziano d’Europa e secondo a livello mondiale dopo il Giappone. Serve una politica che pensi a questo fenomeno. Le persone in età avanzata a carico di chi è in età lavorativa, cioè dai 14 anni ai 65 anni, sono tante. Si tratta di un’emergenza figlia dei nostri tempi. Oggi in famiglia ci sono donne che sono figlie, hanno genitori anziani e poi sono anche nonne. E danno una mano a tutti. Sulle loro teste grava un’economia sociale che rischia di implodere e se non si pongono provvedimenti seri».

UN COSTO SANITARIO E SOCIALE CHE FA RISPARMIARE LO STATO

Il caregiving, nonostante l’impegno che comporta, rientra in quel tipo di lavoro domestico che da sempre nel nostro Paese è stato a carico delle donne o in generale delle famiglie. Un po’ come crescere i figli rinunciando al lavoro o occuparsi in via prevalente della casa: si dà per scontato che sia la figura femminile a gestire queste mansioni e che lo faccia senza assistenza esterna, magari nel silenzio di uno stato delle cose destinato a non cambiare. Perché il caregiving ha sia un costo sanitario che sociale. 1 donna su 3 si ‘prende cura’ senza ricevere assistenza e a sua volta va incontro a esaurimento emotivo, depressione e isolamento. Un prezzo alto che le donne pagano facendo risparmiare allo Stato quello che dovrebbe invece spendere in termini di welfare; per esempio tramite strutture assistenziali o assistenza domiciliare. Per le lavoratrici la situazione peggiora ulteriormente dal momento che, sempre dati del Libro bianco, solo 1 su 4 può avere accesso al part-time o allo smart working. Certo esiste la legge 104, quella che tutela i lavoratori che assistono un disabile grave riconoscendo loro il diritto di fruire di permessi retribuiti dal loro impiego principale, ma il provvedimento riguarda solo i dipendenti e il diritto di assentarsi è permesso per un massimo di tre giorni al mese.

I RISCHI DI VIOLENZA FISICA

La situazione che si viene a creare è che una badante esterna che ricopre un ruolo più riconosciuto socialmente come professione, con tutto ciò che ne consegue, è più visibile di un figlio che si prende cura del genitore non autosufficiente a tempo pieno. Una badante ha ferie e può fare una vertenza nel caso in cui il rapporto di lavoro non rispetti i limiti di legge. Può avere un indennizzo se si fa male mentre svolge i propri compiti. Una donna caregiver o un caregiver no; e non che non esistano rischi fisici e psicologici, persino nello spettro della violenza che può, è una possibilità accertata, scatenarsi. Come ci racconta F.F. una 65enne che ha curato la madre malata di Alzheimer per 17 anni: «Quando si è ammalata, la persona con cui conviveva non l’ha più voluta e io e il mio compagno abbiamo cominciato a occuparcene. Lui se ne occupava la notte e io il giorno e per questo lo ringrazio. Ora siamo arrivati al punto da dover ricorrere a una struttura perché mia madre non sta più in piedi. Io ho avuto due tumori al seno, e mi sono ammalata di asma lavorando da tanto tempo nella ceramica, ma fino a due anni fa ho fatto tutto da sola fino a quando non ho avuto l’accompagnamento (un’indennità erogata dall’Inps a chi ha necessità di assistenza nel compimento degli atti quotidiani della vita o per camminare ndr)». E non senza rimpianti per quella che comunque non viene percepita come una soluzione ‘facile’. «Vederla in questa struttura con un paziente che piange e uno che urla mi dispiace moltissimo. Fortunatamente, a differenza di altre persone che possono picchiare, lei era tranquilla. Solo negli ultimi tempi era un po’ più aggressiva, questo sì».

«Una badante esterna che ha un ruolo più riconosciuto socialmente come professione è più visibile di un figlio che si prende cura del genitore non autosufficiente a tempo pieno».

Il tema delle violenze è uno degli aspetti centrali. «Nel momento in cui una donna si rapporta a un uomo e quest’ultimo può trovarsi nella difficoltà e nella frustrazione di stare male, non per forza per cattiveria, il pericolo è presente. È una possibilità certificata nell’accudimento di anziani o persone con patologie», commenta Bondavalli. Infine l’ultimo anello critico, l’autorappresentazione della categoria: «Il mondo sociale è in prevalenza al femminile. La cosa che mi sconvolge è vedere che quando si parla pubblicamente di questi argomenti ci siano sempre sul banco dei relatori solo gli uomini. Se la materia è femminile normalmente chi parla sono i maschi, ed è strano». E se l’Università della vita le ha titolate come plurilaureate e capaci, la società fa ancora fatica a considerare l’importanza e la fatica del loro ruolo. Quello di lavoratrici atipiche, certo, ma non per questo trasparenti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso