Femminicidio

Femminicidio

13 Maggio Mag 2019 1513 13 maggio 2019

Valeria Valente: «La violenza di genere ci costa 17 miliardi all'anno»

La senatrice Pd, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, auspica una legge quadro e maggiore consapevolezza: «Non un'emergenza, un problema culturale. La pena non è un deterrente».

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Valeria Valente Femminicidio

«Il femminicidio è un problema culturale, non un'emergenza». Ne è convinta Valeria Valente, senatrice del Partito democratico e presidente della commissione d'inchiesta sul Femminicidio. Da quando si è iniziato a parlarne, ormai qualche anno fa, la consapevolezza è andata crescendo, ma i numeri continuano a essere preoccupanti. Secondo i dati presentati l'8 marzo, solo nei primi tre mesi del 2019 ben 13 donne erano state vittima di un omicidio di genere in Italia. Secondo dati del Censis resi noti il 3 maggio, 120 sono stati i casi nell'ultimo anno. Il governo ha presentato un pacchetto di misure volte a dare priorità alle denunce e a inasprire le pene. Ma forse non basta, ciò di cui c'è veramente bisogno è un profondo lavoro culturale. Bisogna parlare di femminicidio, come accade il 13 maggio 2019 con la presentazione dell'ebook #Hodettono, in un evento organizzato dal Sole 24 Ore che vedrà tra i partecipanti anche la senatrice Valente.

DOMANDA: Lei è recentemente stata eletta alla presidenza della commissione del Senato sul Femminicidio. Che lavoro state facendo?
RISPOSTA:
Per prima cosa abbiamo acquisito gli atti dell'inchiesta svolta dalla Commissione Femminicidio nella passata legislatura, che già dà preziose indicazioni di lavoro e che ha delineato il quadro generale.

Poi?
Abbiamo stabilito le nostre priorità di lavoro, che continueranno a ruotare in maniera decisa e convinta intorno alle quattro P della Convenzione di Istanbul sul contrasto e la prevenzione della violenza contro le donne: prevenire, proteggere, perseguire e politiche, concentrandoci stavolta sulle criticità.

Come avete organizzato il lavoro?
Abbiamo creato specifici gruppi di lavoro e abbiamo iniziato con audizioni, missioni, sopralluoghi. Abbiamo già ascoltato alcuni magistrati, visitato università e centri antiviolenza.

Una specie di task-force per rispondere a un'emergenza.
La violenza di genere non è un'emergenza. Purtroppo è un fenomeno strutturale e culturale radicato e antico e per questo la prevenzione, intesa innanzitutto come corretta e sana educazione alla capacità di riconoscere e rispettare le differenze tra i generi è fondamentale.

Come vi muoverete in questo senso?
Intendiamo indagare sui contenuti della comunicazione, della formazione, dell'istruzione in merito all’utilizzo ancora troppo diffusi di stereotipi profondamente e subdolamente sessisti che riproponendo relazioni di potere fortemente sperequate tra donne e uomini costituiscono terreno fertile ai fenomeni di violenza sulle donne. Vogliamo dare importanza alle buone pratiche di educazione al rispetto della diversità di genere e del corpo femminile. Vogliamo che le vittime siano protette meglio, prima durante e dopo il processo. Sicuramente molto meglio subito dopo la denuncia.

E con una maggiore certezza della pena?
Anche la repressione, che però non può più essere unica priorità, può migliorare: vogliamo approfondire come perseguire meglio i colpevoli e per questo approfondiremo i rapporti tra i processi penali per i reati contro le donne e quelle civili per il risarcimento e l'affidamento dei figli nella violenza domestica, faremo luce sul problema spinoso delle consulenze tecniche. I famosi Ctu che oggi troppo spesso determinano l'esito di in processo. Il monitoraggio delle politiche è l'ottica trasversale che ci permetterà di svolgere il nostro lavoro".

Recentemente avete proposto e richiesto una legge quadro sul tema. Quali sono i punti fondamentali che dovrebbe toccare?
Ho detto che il sogno sarebbe arrivare, quale obiettivo finale dell'attività della Commissione, a una legge quadro sulla violenza contro le donne, un quadro normativo organico organizzato appunto attorno alle 4 P che ho illustrato. Vogliamo capire se e dove esistono vulnus legislativi da colmare e poi sistematizzare la normativa esistente, per dare anche più omogeneità a un quadro in cui agisce una molteplicità di operatori. Sarebbe un buon modo per dare concreta attuazione alle tante leggi che già esistono e che sono già un punto di partenza.

Il governo ha da poco presentato il suo pacchetto per combattere la violenza contro le donne. Sembra si punti molto sull'inasprimento delle pene. Secondo lei è l'approccio più corretto? Basta?
Aumentare le pene, lo sappiamo, non è un deterrente contro questo tipo di violenza che, ricordiamolo, è un fenomeno sociale. Basti citare una cifra dell'Istat, del 2014: in Italia 6,7 milioni di donne hanno conosciuto la violenza fisica o sessuale, in gran parte gli atti subiti provengono da uno o più uomini all'interno della famiglia. Dire “mettiamoli in galera” fa notizia, ma non basta, anzi diventa un alibi.

Cosa occorre allora?
Bisogna assicurare i colpevoli alla giustizia, pretendere la protezione delle vittime, ma anche cambiare una cultura imperniata su un rapporto uomo-donna sbilanciato, impari, discriminatorio e che quindi finisce con il produrre e giustificare la violenza".

Perché molti continuano a minimizzare la portata del problema?
Perché risolverlo implica un grande cambiamento, che riguarda innanzitutto gli uomini ma, diciamolo, anche le donne.

In che senso?
È più facile guardare al di fuori di sé e pensare di ricorrere all'innalzamento delle pene e alla castrazione chimica dei violentatori, anziché riflettere sul fatto che per esempio anche il linguaggio è strumento di violenza e di discriminazione contro le donne. Non è un caso se ancora oggi l'argomento di difesa ricorrente è “la vittima è stata consenziente” e se i genitori continuano a difendere i figli aggressori.

C'è una parte di opinione pubblica che considera il femminicidio un problema in buona parte costruito dai media. Almeno in Italia. Perché si ha tutta questa difficoltà ad accettarlo invece come un problema di fatto che va al di là dei freddi numeri e delle statistiche?
Proprio per la sua natura culturale imperniata sulla disparità tra uomo e donna che investe, alla fine, tutto il tessuto sociale ed economico. Il legame tra uomo e donna basato sul possesso che sfocia nella violenza e nel femminicidio è solo uno dei sintomi di questa disparità, ma sulle donne gravano anche discriminazioni nelle professioni, lavoro di cura non retribuito, disparità salariale, mancata conciliazione tra famiglia e lavoro.

Anche alcune sentenze e motivazioni di sentenze scritte da magistrati donne hanno recentemente fatto discutere. Pensa che ci sia sufficiente sensibilità sul tema?
I magistrati e gli esponenti delle forze dell'ordine non sono esenti dai pregiudizi, come i politici e come tutti. Per questo anche gli operatori della giustizia devono essere formati per affrontare nel mondo corretto la violenza di genere. I tribunali più grandi stanno sperimentando con successo le sezioni specializzate nei reati contro le donne in quanto donne.

Eppure i casi recenti come quello di Genova o quello di Bologna continuano a fare discutere.
È sempre necessario contestualizzare ciò che si legge, ma il linguaggio di certe sentenze turba perché in alcuni casi è un linguaggio purtroppo intriso di stereotipi e pregiudizi culturali. Poi è un tema di confronto politico se la legge consenta attualmente ai giudici almeno in alcuni casi, troppa discrezionalità, nella definizione della pena, per esempio con il bilanciamento delle circostanze e l’utilizzo delle attenuanti generiche. Approfondiremo anche questo.

Che importanza hanno tavole rotonde ed eventi come quello organizzato dal Sole 24 Ore a cui lei parteciperà il 13 maggio?
Molta perché di femminicidio e di violenza contro le donne si deve parlare per diffondere conoscenza, consapevolezza. L'ebook #Hodettono e l'iniziativa del Sole 24 ore per presentarlo hanno il grande merito di affrontare il tema anche in termini di costi per la società.

Che tipo di costi?
Le autrici citano uno studio di We World secondo il quale nel nostro Paese il costo annuo diretto della violenza sarebbe di quasi 17 miliardi di euro, tra spese sanitarie, per il sostengo psicologico, i farmaci, le spese legali, i costi giudiziari e delle forze dell'ordine, i centri antiviolenza e le spese legali. A questi, dicono, vanno aggiunti i costi indiretti dovuti alle assenze dal lavoro e poi i costi umani, non monetari, del peso sulle vittime e sui figli.

Insomma, la violenza genere perdita di valore economico.
Sì, e credo che squarciare il velo dell'impatto economico della violenza contro le donne sia un altro aspetto fondamentale: una lesione dei diritti umani fondamentali, un crimine contro l'umanità, che schiaccia la nostra società e ne compromette il futuro. Non riguarda solo le donne, ma tutti. È tempo di liberarcene.

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