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Diritti

13 Maggio Mag 2019 1748 13 maggio 2019

Cosa ha fatto l'Ue per le donne e cosa può fare dopo le Europee

Congedo per gli uomini. Milioni di fondi per la parità. E poi l'obiettivo occupazione e rappresentanza politica. Tutto il lavoro delle istituzioni europee al servizio della parità di genere e dei diritti femminili.

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Che la parità tra i sessi sia scritta nel Dna dell’Unione Europa è dato pressoché certo. Che molti traguardi siano ancora da perfezionare - e altri da raggiungere - lo è altrettanto. La lunga tradizione della Commissione del parlamento europeo per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere (FEMM) ha sicuramente permesso all’Ue di porsi all'avanguardia nel dibattito. E l'attività dell'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (EIGE) anche. Tuttavia i progressi sono stati compiuti, ma a ritmo piuttosto lento. E le differenze tra i vari Paesi sono palpabili.

Alla vigilia delle elezioni del prossimo maggio, ci si domanda, dunque, se tali questioni siano un tema caldo all’interno dei programmi delle varie liste di partito. E la risposta è, per lo più, negativa. Eppure, l'opinione pubblica invita a spingere il piede sull’acceleratore, con la preghiera alle istituzioni sovranazionali di far sentire la propria presenza laddove l'incisività dei singoli Stati fatica a essere percepita. L’obiettivo? Un'Europa capace di ricordarsi di Alcide de Gasperi e Robert Schuman, senza dimenticarsi di Ada Rossi e Simone Weil. L'ultima legislatura ha portato buoni frutti, ma la speranza è che il futuro ne porti di maggiori.

COSA È STATO FATTO NELL'ULTIMA LEGISLATURA

PERCHÉ I PADRI FACCIANO I PADRI: NUOVE NORME PER IL CONGEDO

Notizia fresca. A pochi giorni dal rinnovo del Parlamento, l'Ue imbocca la strada della conciliazione, perché la responsabilità dei figli e l'organizzazione familiare siano nelle mani di entrambi i partner. Entro tre anni, gli Stati membri dovranno dunque adeguarsi, stabilendo dieci giorni di congedo per i neo-papà. Poi? Cambieranno le regole del congedo parentale. Oggi in Italia è fino a cinque mesi per le madri, fino a cinque per i padri: con la clausola di non superare gli 11 totali. Come ovvio, il periodo a casa a stipendio ridotto è sempre stato a carico della donna, a causa di buste paghe meno fiorenti. La nuova direttiva europea introduce dunque due mesi per i papà, non cedibili alle compagne. L'obiettivo è chiaro: incoraggiare gli uomini a partecipare al lavoro di cura, favorendo l’occupazione delle madri.

GENDER PAY GAP: LONTANI DAL RAGGIUNGIMENTO DEGLI OBIETTIVI CONCRETI

Il gender pay gap è nel mirino nelle istituzioni europee da tempi immemori: le prime direttive comunitarie risalgono agli Anni '70. Purtroppo, però, la parità salariale è ancora un tasto dolente. Molto dolente. Le istituzioni europee sono dunque approdate al Piano di Azione 2017-2019 sul contrasto al divario retributivo di genere, con una serie di assi d'azione per affrontare la segregazione sul mercato del lavoro, l’esistenza di stereotipi e la scarsa trasparenza lato salariale. I risultati sono discutibili: circa 2/3 dei manager europei sono (ancora) uomini e guadagnano in media il 23% in più, solo a titolo di esempio. Anche sul fronte della piena occupazione femminile vi è da marciare, sebbene l’Europa abbia fissato prima al 70 e poi al 75% l’obiettivo. L’Italia è ancora al 47%. La media europea è al 60. Buoni, comunque, i vari programmi per il miglioramento delle competenze, lodevoli le opportunità di accesso a finanziamenti per avviare e far crescere un’impresa compresi nel Fondo Sociale Europeo (FSE). L’ultimo lancio è stato l'European Network for Women in Digital, per incoraggiare la presenza femminile nel settore tecnologico. Ancora, Orizzonte 2020, per sostenere le organizzazioni di ricerca e le università nell’attuazione dei piani per la parità di genere. Attenzione, però: ci sono ambiti, come il lavoro, in cui le istituzioni sovranazionali non possono intervenire direttamente, se non stabilendo direzioni che ogni singolo Stato membro dovrebbe poi seguire. Un'occasione mancata: si stima che il divario occupazionale costi all'Ue, ogni anno, 370 miliardi di euro.

IL CONTRASTO ALLA VIOLENZA DI GENERE A LIVELLO GLOBALE

La mattanza delle donne sembra non avere fine: circa un terzo delle cittadine d'Europa è stata vittima di molestie sin dall'età dei 15 anni. Online, verbali e fisiche. Numeri a parte, la condanna da parte delle istituzioni è stata sempre (abbastanza) puntuale. In primis, con la Convenzione di Istanbul, l'Ue ha emanato il primo quadro giuridico internazionale sul tema, invitando i membri a lavorare sodo su prevenzione, protezione e punizioni. L’eliminazione della violenza è anche al centro dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Uno tra i tanti strumenti operativi? La campagna «NON.NO.NEIN – Say no! Stop violence against women», grazie alla quale sono stati elargiti dal 2016 alla fine dello scorso anno 15 milioni di euro in finanziamenti agli Stati membri. Si aggiunge l’iniziativa Spotlight, in partenariato globale con le Nazioni Unite, con una serie di piani di azione modulati in funzione delle varie specificità geografiche per colmare le lacune legislative, rafforzare le istituzioni, promuovere atteggiamenti di genere equi ed erogare servizi per le sopravvissute e indennizzi per le vittime di violenza e le loro famiglie. L'Ue mette del suo: 500 milioni di euro, dal 2017 al 2023. Una menzione speciale al Piano d'azione dell'Ue sulla parità di genere, con il desiderio di integrare nell'85% di tutte le iniziative Ue la dimensione dell'equità. Purtroppo, però, si tratta di un semplice working document, un documento di lavoro di rango istituzionale inferiore, differente dalla Strategia, di cui eravamo dotati fino al 2015.

COSA C'È ANCORA DA FARE

BILANCIO DI GENERE: C'È MA NON SI VEDE

Il forte impegno a favore della parità di genere si riflette nelle spese? Sembrerebbe di no. Ma uno strumento ci sarebbe per mettere in pratica i principi tanto decantati: il bilancio di genere, mai sistematicamente applicato né in sede Ue né nei vari programmi di finanziamento. Eppure, sulla carta, potrebbe trattarsi di un'ottima strategia per il raggiungimento dell'uguaglianza sostanziale tra i due sessi, che si concentra su come le risorse pubbliche vengano raccolte e dunque spese, valutando l'impatto su uomini e donne. Insomma, il cosiddetto gender budgeting si configura come una sfida al modo tradizionale di fare politica, formulata a metà degli Anni '90, già recepita da molti Paesi europei (Belgio, Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Svezia) e persino da vari enti locali, se si guarda alla nostra dimensione nazionale. Manca ora l'Europa.

DALLE MOLESTIE ALL'ISTRUZIONE: DOVE SERVONO NUOVE LEGGI

Se una massiccia legislazione in materia di parità di genere c'è, mancano forse misure realmente efficienti per garantire l’attuazione e l'applicazione delle norme. Non solo. Una revisione e un aggiornamento risulterebbero a questo punto necessari. Alcuni settori strategici in cui si verifica ineguaglianza risultano poi scoperti: si veda il campo dell'istruzione, a titolo informativo. La protezione contro le discriminazioni? Molto carente: quelle basate sul sesso coprono solo alcuni ambiti, lasciandone scoperti altri. Stalking e molestie online sono perlopiù ignorati. Manca poi un occhio di riguardo che tenga conto delle esigenze specifiche dei gruppi vulnerabili, quali le bambine vittime, le donne con disabilità, rifugiate e Lgbt+. Le giustificazioni, però, l'Europa le ha pronte in tasche: i trattati non offrono infatti all'Ue una base giuridica diretta per affrontare determinati temi, decisivi per la parità di genere. Insomma, un problema di lunga data.

VESTAGER E MOGHERINI NON BASTANO

Stando agli ultimi report disponibili, nel novembre 2018 le donne rappresentavano il 36,4 % dei 749 membri del Parlamento europeo. Emerge la Finlandia, ça va sans dire. Le posizioni di maggior rilievo, però, non sono di certo tinte di rosa. Presidente del Consiglio Europeo? Donald Tusk. Del Parlamento? Antonio Tajani. Dimitris Avramopoulos è stato messo all’immigrazione e Pierre Moscovici agli Affari economici e monetari. Ecco così sistemati i ruoli di maggior prestigio. Federica Mogherini, Margrethe Vestager, Cecilia Malmström e Marianne Thyssen sono solo eccezioni che confermano una regola ben radicata. Delle donne ancora non ci fidiamo.

11 STATI EUROPEI CON LE QUOTE DI GENERE AL VOTO

Intanto, sono 11 gli Stati europei che a maggio imporranno le "quote di genere", perché i due sessi abbiano uguale rappresentanza all'interno delle liste elettorali: il punto di vista femminile è quanto più necessario. Per la tornata del 2014, questa linea era già stata sposata da 8 Paesi, seppur in maniera diversa: Francia e Belgio avevano già raggiunto la parità di rappresentanza; Spagna e Slovenia la soglia del 40%. Per il Portogallo, invece, la proporzione si attestava al 33%. Polonia? 35%. Per la Romania, infine, valeva la regola delle liste miste. Per il 2019, vi saranno delle novità in tal senso. La Grecia ha infatti imposto il 33%, il Lussemburgo ha adottato la linea dura: “fifty fifty” e sanzioni pecuniarie per chi non rispetta il diktat. In ultimo, l'Italia: al via le liste di parità, così che gli uomini non potranno superare la metà dei candidati della liste stesse, e viceversa. Non solo. I primi due nomi non potranno essere dello stesso sesso e, come nel 2014, i voti di seconda e terza preferenza non verranno conteggiati, qualora gli elettori dovessero aver scelto candidati di un solo genere. Laddove gli Stati membri abbiano deciso di ignorare la questione a livello centrale, subentreranno i partiti introducendo in modo volontario le quote. Le donne partiranno in svantaggio? Non per forza. Finlandia, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia, ad oggi, hanno già una buona rappresentanza al femminile in Parlamento, sebbene abbiano detto no al sistema delle quote. Lo stesso, però, non si può dire di Ungheria, Lituania, Bulgaria, Cipro ed Estonia che, cinque anni fa, hanno portano in emiciclo una delegazione con meno del 20% di donne.

QUEI DIRITTI NATI DA MAMMA EUROPA

Un tentativo per modificare l’attuale situazione da parte degli Stati membri potrebbe essere stato fatto. Cambieranno gli equilibri politici e muterà la composizione del Parlamento? È troppo presto per dirlo. Due pilastri rimangono però ben saldi: qualcosa è stato fatto, ma tanto c’è ancora da fare. Intanto, è bene ricordare che alcune delle leggi che oggi ci tutelano nascono da direttive e raccomandazioni di mamma Europa. Che non sempre, però, vincola gli Stati a veri cambi di rotta.

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