Femminismo

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10 Maggio Mag 2019 1728 10 maggio 2019

Luciana Castellina: «La destra vuole riportare le donne al Medioevo»

Comunista convinta, quattro volte deputata a Roma, altrettante a Strasburgo, a 90 anni si ricandida con Syriza in Grecia per le Europee. «Ma non voglio tornare in parlamento».

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Luciana Castellina Elezioni Europee

Nel 1967, mentre si trovava ad Atene per documentare per Paese Sera l'ascesa del regime dei Colonnelli, venne arrestata ed espulsa dalla Grecia. Ma quello tra l'ex giornalista del Manifesto Luciana Castellina e il Paese che fu culla della civiltà europea è un legame ancora forte, fondato sugli ideali del comunismo che ha conosciuto appena maggiorenne e che non ha mai rinnegato. Ora che ha 90 anni e il Pci non c'è più, ci ha pensato Alexis Tsipras a chiamarla per offrirle una candidatura al parlamento europeo. Lei, che è già stata quattro volte deputata della Repubblica e altrettante volte si è seduta tra i banchi di Strasburgo, ha accettato. «Ma è una candidatura simbolica, non ho alcuna intenzione di entrare nel parlamento», ha spiegato a LetteraDonna. «Ci sono stata per 20 anni e a 90 non mi sembra carino ritornarci». Eppure sulla strada che dovrebbe prendere l'Unione europea ha le idee chiarissime.

DOMANDA: Cosa l'ha convinta a tentare questa nuova avventura?
RISPOSTA:
È stato un invito che mi è venuto da Tsipras per testimoniare la solidarietà che la sinistra italiana ha dato alle battaglie così difficili che la Grecia ha dovuto sostenere. Ho pensato che fosse una bella idea e mi sono sentita onorata.

Lei ha un legame speciale con la Grecia.
Sì, anche per questo quando si è cercata una presenza italiana in lista la scelta è caduta più facilmente su di me. Sono molto legata al Paese da quando l'ho cominciato a frequentare come giornalista, poi ho mantenuto rapporti politici con chi ha dato vita a Syriza.

La sua storia politica è molto lunga ed estremamente coerente. Cosa l'ha portata ad avvicinarsi al comunismo?
Mi ha fatto scoprire il mondo, dall'Indonesia a Tor Pignattara. Mi ha fatto scoprire che era molto più grande e complesso di come lo avevo percepito nel ghetto del mio quartiere Parioli. Direi che è già abbastanza.

Il comunismo è morto?
No. Bisogna capire cosa si intende per comunismo. Marx non ha mai definito come avrebbe dovuto essere una società comunista, parlava di “rimozione” dello stato delle cose per rendere l'uomo libero e uguale.

E c'è ancora bisogno di combattere per libertà e uguaglianza?
Direi che non le ha messe insieme ancora nessuno, nemmeno la rivoluzione francese o sovietica: la prima ha raggiunto la libertà senza uguaglianza, la seconda l'uguaglianza senza libertà.

La sinistra in Italia non se la passa benissimo, però.
Ha avuto una grande sconfitta e sono state fatte cose che hanno contribuito ad assassinarla, a partire dallo scioglimento del Pci.

Tutto è cominciato là?
Nell'89 il Partito comunista italiano aveva ancora quasi 2 milioni di iscritti, si è dispersa una grande forza morale, politica culturale. Tutto si è frantumato. Il problema ora non è che la sinistra non sta al governo, ma che ha perduto la società.

Cosa è la sinistra oggi?
Sinistra è una parola vaga, faccio fatica a considerare il Pd un partito di sinistra, mi sembra più un po' un guazzabuglio di centro. Così chi si identificava con la sinistra si è ritrovato abbandonato da politiche come il jobs act. Si è creato un disorientamento che ci vorrà molto tempo per superare.

Una sorta di crisi di identità, insomma.
La sinistra non è stata in grado di rappresentare il lavoro anche perché il lavoro è stato frantumato dal precariato e da contratti a nero. Si sono distrutte garanzie conquistate con fatica e anni di lotta.

Molti dicono che la sinistra si occupa troppo di diritti civili e migranti e troppo poco dei lavoratori.
Ma quella dei migranti non è mica una questione marginale. Occuparsi di immigrati non è una distrazione: il rispetto dell'umanità fa parte dei valori fondanti della sinistra. La situazione è drammatica, si tratta di decidere se farli affogare o no. Difficile decidere di farli affogare o rimandarli in Libia come coi decreti Minniti, non è sinistra quella.

E l'Europa come sta?
Siamo in una pessima situazione perché la crisi che è nata nel 2008 ha fatto scoppiare tutte le contraddizioni. Difficile mantenere una unità quando le due velocità delle economie europee sono così diverse.

A destra Luciana Castellina con Lucio Magri, Rosanna Rossanda, Eliseo Milani nella redazione del Manifesto in una foto d'archivio.

Ansa

Come si risolve?
Bisogna mettere la solidarietà al primo posto e pensare all'Europa nel suo complesso. Se invece si assume la competitività come criterio fondamentale, anche dentro l'Ue ci saranno Paesi che resteranno schiacciati.

Lei è sempre stata un'europeista convinta. Ci crede ancora?
Sono sempre stata critica, in realtà, ma la considero un terreno di lotta, di confronto. Una lotta fatta a livello nazionale oggi non serve a niente, può avercelo invece all'interno dell'Europa, per poter cambiare quello che succede a livello globale.

Insomma, bisogna cambiarla?
Sì, oggi siamo arrivati a un punto in cui si cambia o si finisce. L'Europa è nata male, già nel 1957 era lontanissima da ciò che avevano sognato e sperato i confinati di Ventotene, che immaginavano un'Europa ispirata dalla Costituzione italiana. Non è un caso se si chiamava Mec e non Ue. Già da allora era chiaro che si trattasse di un'Unione commerciale più che politica.

Lei ha lavorato con Nilde Iotti, ha fatto politica in un'epoca in cui per le donne era estremamente complicato farla. Oggi com'è la situazione?
Penso che le donne hanno conquistato moltissimo, a partire da un'autorevolezza che non avevano. Pensi al movimento #MeToo, nessuno credeva alle donne ora ci si crede. Hanno acquistato protagonismo, capacità di lotta e collegamenti internazionali, quello che loro dicono non è più sapere di piccoli gruppi ma presa di coscienza di grandi masse.

Però restano problemi forti, a partire dalla violenza di genere.
La rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva qualcuno, le rivoluzioni comportano durezze terribili, anche spargimento di sangue. Ma anche il femminicidio oggi è diverso: prima le donne venivano ammazzate perché non contavano nulla, ora perché i maschi non sopportano che si siano liberate e possano fare le loro scelte.

E in Europa che spazio c'è per le istanze femministe?
Fin dall'inizio c'è sempre stata un'iniziativa femminile importante, e devo dire che quando arrivai nel parlamento europeo per la prima volta, nel 1979, scoprii con mia grande sorpresa che le italiane avevano più diritti delle donne dei Paesi nordici.

Tipo?
Beh, noi abbiamo avuto un movimento sindacale che anziché essere puramente aziendale ha percepito di più i problemi della società. Avevamo una legge sulla maternità con sei mesi di permesso pagato per le lavoratrici fatta all'inizio degli Anni 50. Avevamo una parità salariale stabilita ben prima di altrove.

Ma allora perché le donne italiane continuano a essere pagate meno degli uomini?
Perché siamo maestri nel non applicare le leggi, ma i principi sono stati affermati e sono diventati di ispirazione e d'aiuto persino per le inglesi che hanno portato la nostra legge nel ricorso alla corte di Lussemburgo sul gender pay gap.

Che ne pensa del ddl Pillon?
Trovo molto interessante che l'estrema destra ora se la pigli per prima cosa con le donne e tutta la problematica relativa a loro. Dimostra che siamo diventate molto importanti e che è in atto un tentativo di riportarle a una condizione medievale.

Ha seguito il Congresso di Verona?
Sì, e si è rivelato un'iniziativa diventata ridicola perché ogni intenzione di riportare la donna dentro vecchi schemi è stata sommersa da grandi manifestazioni femministe.

E di questa voglia di cancellare la 194 che ne pensa?
Quella legge è simbolica, ma fa tutto parte di una concezione d'insieme che ormai fa ridere. Questa gente vuole che la donna non lavori, che stia a casa e faccia figli.

C'è ancora bisogno di un femminismo militante in Europa?
Certo, eccome no.

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