Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

8 Maggio Mag 2019 1148 08 maggio 2019

Le criticità del Codice Rosso secondo il Csm

Il disegno di legge passa all'esame del Senato. Per i magistrati quella principale è il termine troppo rigido di tre giorni entro il quale il pm deve ascoltare la donna che denuncia la violenza: «Vittimizzazione secondaria».

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Il Codice Rosso, il disegno di legge sulla violenza alle donne approvato dalla Camera e ora all'esame del Senato, è «un'ulteriore tappa» sulla strada dell'adeguamento delle nostre norme agli obblighi internazionali e contiene norme che «assicurano una più efficace tutela» della vittima. Ma secondo la Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura nel testo vi sono delle «criticità» che vanno corrette: quella principale è il termine troppo rigido di tre giorni entro il quale il pm deve ascoltare la donna che denuncia la violenza. Un automatismo che «rischia di creare un inutile disagio psicologico alla vittima e un appesantimento difficilmente gestibile per gli uffici giudiziari e le forze di polizia». Lo scrive la Sesta Commissione del Csm nel parere, che l'8 maggio sarà sottoposto al voto del plenum. Destinatario è il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, autore della proposta di legge con la ministra della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno. Il testo è stato poi arricchito alla Camera da una serie di emendamenti, come quello che ha introdotto il reato di revenge porn (qui la nostra intervista alla madre di Tiziana Cantone dopo che il ddl è stato approvato).

TROPPO RIGIDO L'OBBLIGO DI RISENTIRE LA VITTIMA DOPO TRE GIORNI

Proprio con l'introduzione del reato di revenge porn e di altre ipotesi delittuose, il disegno di legge, fa notare semore il Csm, ha colmato «alcuni vuoti di disciplina». E gli inasprimenti delle sanzioni vanno tutti «nella direzione di reprimere più severamente, come richiesto a livello sovranazionale» gli autori delle violenze ai danni dei minori o che avvengono tra le mura familiari o che vedono come vittima l'ex partner. Non solo: c'è anche una «piena concordanza tra gli obiettivi perseguiti dal legislatore» con questo intervento e quelli che negli anni «hanno ispirato gli interventi del Csm» sulla violenza di genere. Il problema è però «l'eccessiva rigidità» con cui si è imposto l'obbligo al pm di sentire entro tre giorni la vittima «senza operare alcuna distinzione tra i vari reati e senza consentire» al magistrato «una valutazione sull'opportunità dell'atto anche nell'interesse della persona offesa».

LA RIVITTIMIZZAZIONE E IL RISCHIO DI RIPENSAMETI O RITRATTAZIONI

Risentire a distanza di pochi giorni una donna che ha sporto denuncia «non solo è inutile ma determina in suo danno proprio quella vittimizazione secondaria di tipo processuale che la normativa sovranazionale raccomanda di evitare». Non solo: spesso le donne a lungo maltrattate «oppongono omertà» e anche quando hanno presentato denuncia «non è raro, che risentite subito dopo, manifestino remore e ripensamenti, minimizzando o addirittura ritrattando le precedenti dichiarazioni». E non è tutto: la norma «non appare tener conto delle reali capacità degli uffici giudiziari requirenti di provvedere ad adempimenti di tale delicatezza in tempi così ristretti», avvertono i consiglieri, che ricordano i carichi di lavoro «mediamente elevati» delle procure, invocando la «riformulazione» della norma.

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