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Diritti

10 Aprile Apr 2019 1811 10 aprile 2019

Il manifesto delle donne per le Europee 2019

Lanciato European Women Alliance, punta a costruire un'Unione che sconfigga il gender gap. Tra le prime firmatarie e sostenitrici la senatrice Valeria Fedeli. L'intervista. 

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Valeria Fedeli Europee 2019 Manifesto

Le responsabilità molto spesso fanno paura perché inchiodano a doveri non più rimandabili, ne delegabili. E se esiste un momento storico che più di altri esorta a prenderle è proprio questo, soprattutto se si parla di uguaglianza di genere. Parte da questa urgenza il Manifesto per le elezioni Europee #AltraEuropa - La forza delle donne per la leadership europea, presentato da European Women Alliance, una rete di professioniste nata in Italia ma attiva in Europa per promuovere il pieno sviluppo femminile nella vita pubblica e privata e che attraverso questo documento punta a costruire un’Unione basata sulla forza delle donne e ad affermare una nuova e più significativa leadership internazionale. «L’Unione Europea è l’organizzazione che ha fatto di più nella storia per diminuire le disuguaglianze di genere ma rimane comunque un gap enorme tra ciò che la legislazione afferma in termini di tutele e diritti e la pratica, ancorata invece ancora sulla cultura dominante maschile», ci spiega Alessia Centioni, presidente e co-fondatrice di EWA. «Basti pensare che il consiglio è attualmente formato da 25 uomini e sole 3 esponenti femminili e che nessuna è mai stata Presidente della Commissione europea, né del Consiglio, della Banca Centrale o dell’Eurogruppo». E l’occasione giusta per provare ad invertire la rotta sono proprio le elezioni del 26 maggio. «Il nostro appello è rivolto ai partiti affinché si impegnino a garantire la rappresentanza paritaria e la candidatura di donne alle cariche esecutive dell’Unione», continua Centioni. Ma attenzione. Questo non vuol dire leadership calate dall’alto: «Chiediamo solo ci venga data un’opportunità, non abbiamo bisogno di essere poste ai vertici ma di scalare e conquistare il potere senza chiederlo».

Alessia Centioni.

Sono nove i punti fondamentali del Manifesto che comprendono tra gli altri anche superamento del gap salariale, diritto pensionistico derivato dal lavoro di cura, tetto minimo di rappresentanti nei consigli delle imprese europee, investimento nell’educazione affinché tutti possano beneficiare dello sviluppo tecnologico, integrazione delle migranti e sostegno a maternità e a paternità. E al momento la risposta sembra essere positiva visto che il sostegno dei gruppi parlamentari europei è quasi completo, con l’unica esclusione della destra estremista e che a pochi giorni dalla presentazione ufficiale, su change.org sono quasi duemila le firme raccolte, tra le quali spiccano quelle di quasi tutti gli esponenti del Partito Democratico, oltre che di Leu, Più Europa e Verdi. Numerosi gli uomini, a dimostrazione che non si tratti di una partita maschi contro femmine. «Anche molti di loro, come Carlo Calenda, sono stanchi del riproporsi costante di un modello di leadership sempre uguale a se stesso e che ha come volto un uomo bianco di mezza età, ormai espressione di una minoranza incapace di intercettare e rispondere alle esigenze di un mondo moderno e cosmopolita», conclude Centioni. Battaglie in cui crede anche la senatrice Valeria Fedeli, tra le prime firmatarie e sostenitrici di manifesto: «Oggi più che mai è fondamentale pensare a un mondo bilanciato da due sessi e porre questo tema al centro del programma di qualunque forza progressista perché la disuguaglianza di genere determina a catena tutte le altre», ha spiegato a LetteraDonna.

Valeria Fedeli.

Ansa

DOMANDA. In che senso?
RISPOSTA.
Se si parla di lavoro non si può farlo in modo neutro ma si deve tenere ben presente l’impatto delle difficoltà femminile nell’accesso e permanenza all’ambiente professionale. Stessa cosa se si analizzano ad esempio povertà o religione, dove il conto più alto spetta sempre a noi. In qualunque situazione lo svantaggio maggiore cade sempre sulle stesse spalle e non è casuale che l’articolo 3 della Costituzione che parla dell’uguaglianza dei cittadini si soffermi prima di tutto sulla discriminazione di sesso.

Una visione di politica di genere che la appassiona da sempre.
Sì, fin da quando, una quarantina di anni fa, ho iniziato a fare la sindacalista. Ho sempre affrontato le questioni cercando di capire quanto potessero incidere su uomini e donne, lavorando di conseguenza per il superamento il costante gender gap. Oggi nulla è cambiato, per questo mi piacerebbe che presso la presidenza del Consiglio si attivasse un osservatorio per misurare l’impatto di questo fenomeno su ogni azione promossa.

Quelli elencati dal Manifesto dovrebbero essere obiettivi condivisi da tutte le donne, a prescindere dall’appartenenza politica.
Sì, battaglie simili si vincono solo se portate avanti trasversalmente, come fecero le poche madri costituenti che, pur venendo da partiti diversi ed esprimendo storie e vissuti agli antipodi, furono in grado di mettere da parte i personalismi e lavorare insieme nel nome del bene comune. Quella femminile non è una categoria quindi è normale agire e pensare in modo differenze ma su alcuni temi il fronte comune dovrebbe essere scontato.

Ma nel nostro Paese questo non succede.
Purtroppo. E lo testimonia la bagarre che ha preceduto l’approvazione dell’emendamento sul Revenge porn (qui la nostra intervista a Maria Teresa Giglio, madre di Tiziana Cantone, ndr). Abbiamo provato a coinvolgere in questo progetto esponenti di centro destra solitamente sensibili alla causa ma salvo casi rarissimi le logiche di partito hanno avuto la meglio.

Anche gli uomini devono essere coinvolti.
Certamente, non credo nelle contrapposizione ma nella condivisione di diritti, doveri e responsabilità familiari, lavorative e politico-istituzionali.

Come giudica idee e azioni del governo giallo-verde per quanto riguarda la condizione femminile?
Come l’espressione di una regressione totale già evidente dall’uso continuo di un termine che non esiste più da decenni come famiglia naturale. Basterebbe ciò per rendersi conto della divisione dei ruoli che si vuole continuare a perpetuare e della conseguente subalternità di un sesso rispetto all’altro. Siamo stati travolti da un’onda di conservatorismo che dagli Stati Uniti è giunta in Italia con le modalità tipiche di una Nazione che mette sul piedistallo le donne nei 9 mesi di gestazione salvo poi lasciarle sole un minuto dopo il parto, colpevolizza chi non vuole figli e ai colloqui lavorativi chiede alle ragazze se hanno bambini o intendono averne in futuro. Domande che ovviamente nessun ragazzo si sente mai rivolgere. Per questo, nonostante sia convinta che chi la pensi così sia una minoranza rumorosa, credo sia fondamentale insistere sull’obbligo di paternità perché è da lì che si iniziano a rompere certi schemi.

Tante volte però sono le donne stesse a non farlo.
Sì, ma dipende tutto da noi. È il momento di avere coraggio e credo che il clima più ampio che si respira in Europa e il confronto con Paesi differenti possa determinare quello slancio decisivo che in Italia fino ad ora è mancato.

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