Femminicidio

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26 Marzo Mar 2019 1230 26 marzo 2019

L'approccio sbagliato del pacchetto contro il femminicidio

Pene più dure e niente rito abbreviato. Il governo affronta il problema con «un approccio emergenziale». L'opinione dell'avvocata di D.i.re Francesca Garisto.

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Decreto Femminicidio Associazioni Femministe

Il nuovo pacchetto di norme per fermare i reati contro le donne promesso dal governo l'8 marzo dà una stretta di vite rilevante e punta su pene più dure, Codice rosso, niente rito abbreviato. Una soluzione, quest'ultima, che non può riguardare solo i femminicidi, altrimenti si esporrebbe tra le altre cose a rilievi di incostituzionalità, e infatti al Senato è già in discussione per tutti gli omicidi, e che cambierebbe profondamente il sistema della giustizia italiana. Per l'avvocata Francesca Garisto, del team legale di D.i.re (Donne in rete contro la violenza), si tratterebbe di una misura importante: «Non tanto e non solo per ottenere una condanna esemplare che soddisfi anche il bisogno di risarcimento morale da parte delle famiglie delle vittime, ma quanto per la necessità di svolgere un processo e fare un dibattimento che consenta di far emergere la voce e la vita della persona offesa, qualcosa che col rito abbreviato non può emergere perché si decide allo stato degli atti».

NON È UN PROBLEMA EMERGENZIALE MA CULTURALE

Resta comunque sullo sfondo un approccio sbagliato: «Se parliamo di delitti contro le donne, io penso che le donne non chiedano tanto condanne esemplari dal punto di vista della pena, quanto dal punto di vista del merito, della motivazione, del riconoscimento della propria sofferenza, del proprio dolore, del proprio dramma», prosegue l'avvocata Garisto. «Nell'interesse delle donne non è tanto la cancellazione del rito abbreviato. È la solita iniziativa di tipo emergenziale e noi sosteniamo che la violenza contro le donne non è emergenziale ma culturale. Risolverla così, come se il problema fosse oggi e non esistesse da sempre è sbagliato». Ciò che serve, dunque, non sono tanto pene più severe, quanto «un percorso culturale educativo generale e in particolare una formazione specifica di tutti gli operatori dal servizio sociale, al medico, al magistrato, oltre agli avvocati che difendono tanto le vittime quanto gli imputati. Questa è una materia che ritiene una formazione particolare che non c'è. Poi serve la diffusione di una cultura generale sugli stereotipi di genere, che emerge nelle motivazioni delle sentenze di sempre».

Silvia Carpanini, giudice del tribunale di Genova, al centro della polemica dopo la sentenza sul femminicidio di Jenny Angela Coello Reyes.

Ansa

LE MOTIVAZIONI DELLE SENTENZE CONTANO

Un problema, quest'ultimo, tornato alla ribalta con casi come quello di Bologna e quello di Genova. Anche qui, afferma Garisto, il nodo della questione non sta nello sconto di pena: «Mi scandalizza poco e relativamente, il problema è la motivazione delle sentenze». La «tempesta emotiva» che portò Michele Cataldo a strangolare Olga Mattei, e il «misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento» alla base delle attenuanti riconosciute a Javier Napoleon Pareja Gamboa per l'omicidio di Jenny Angela Coello Reyes, sono concetti che rischiano di veicolare messaggi pericolosi: «Penso che il magistrato abbia una responsabilità importante», spiega Garisto, «non solo perché fa giustizia quanto anche perché una sentenza è portatrice di una cultura, le leggono gli imputati, le vittime, i familiari e il mondo. La responsabilità è anche questa, una questione culturale, nel momento in cui i giudici motivano si devono assumere la responsabilità delle parole e dei concetti che esprimono». Non è una mera questione di forma, è pura sostanza, «emerge un pensiero, una cultura da certe parole. Al di là della pena che vanno a irrogare, che più di tanto non mi scandalizza e non mi preoccupa, è il pensiero che esprimono, con la gelosia che esce dalla porta come aggravante e rientra dalla finestra come riconoscimento delle attenuanti generiche».

DAL GOVERNO UNA SENSIBILITÀ DI FORMA

Un altro caso che ha fatto discutere è quello del risarcimento per responsabilità civile dei magistrati tolto ai tre figli di Marianna Manduca, uccisa dal marito nel 2007 dopo che i giudici erano rimasti immobili di fronte a 12 denunce da parte della donna. «È una sentenza interessante da diversi punti di vista», commenta Garisto, «in primis perché mette al centro del dibattito il problema delle donne che denunciano e rimangono inascoltate, la schizofrenia del nostro sistema che da una parte sollecita le donne a denunciare e contemporaneamente non è pronto a ricevere quelle denunce e quelle richieste d'aiuto». Ma c'è anche un piano di lettura squisitamente politico: «In quel processo la schizofrenia è tutta della presidenza del Consiglio, che da una parte fa disegni di legge per inasprimento delle pene per i reati contro le donne e misure processuali a tutela delle stesse, ma quando c'è da pronunciarsi su una responsabilità civile si oppone e fa ricorso. Se la Presidenza del Consiglio non l'avesse impugnata, sarebbe stata definitiva la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto il risarcimento ai figli della vittima. La sensibilità del nostro legislatore è una sensibilità politica volta a cogliere consensi, non di sostanza ma di forma».

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