Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

19 Marzo Mar 2019 1530 19 marzo 2019

Il problema della formazione della magistratura sul femminicidio

Non sempre i giudici dimostrano una sensibilità e una preparazione adeguata riguardo ai casi di violenza sulle donne. Come dimostrano recenti e contestate sentenze. 

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Femminicidio E Violenza Sulle Donne Magistratura

«Le dimezzano la vita, gli dimezzano la pena». Era scritto su uno dei cartelli esibiti durante il grande corteo che ha attraversato il centro di Milano la sera dell’8 marzo. Le manifestanti si riferivano alla sentenza della Corte di appello di Bologna, che pochi giorni prima aveva dimezzato la pena a Michele Castaldo, reo confesso di femminicidio, basandosi su una perizia psichiatrica per cui l’assassino aveva agito in preda a una «soverchiante tempesta emotiva e passionale». Una scelta di metodo, quella del giudice Orazio Pescatore, da più parti criticata. A ruota è arrivata poi un'altra sentenza che ha destato diverse perplessità. In questo caso siamo a Genova e a decidere è stata una donna, Silvia Carpanini, che ha ridotto da 30 a 16 anni la condanna per Javier Napoleon Pareja Gamboa, che aveva ucciso la compagna Jenny con diverse coltellate al petto. Mosso, è scritto nella sentenza, «da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento», avrebbe agito in «uno stato d’animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile», non «sotto la spinta di un moto di gelosia fine a sé stesso, per l’incapacità di accettare che la moglie potesse preferirgli un altro uomo, ma come reazione al comportamento della donna, del tutto contraddittorio che lo ha illuso e disilluso allo stesso tempo». Sulla scia del dibattito suscitato da queste due sentenze, il governo Lega-Movimento 5 Stelle rilancia l’inasprimento delle pene per gli autori di crimini di genere, con il Ministro della giustizia Bonafede che in un’intervista a La Repubblica ha annunciato «fatti concreti per stare dalla parte delle donne». La certezza della pena è importante, come ci spiega Claudia Pecorella, docente di diritto penale all’Università di Milano. Le sentenze di tribunale, infatti, hanno valore non solo solo perché puniscono ma soprattutto per l’effetto riparativo nei confronti della vittima: «Stigmatizza in modo ufficiale che quel comportamento non era tollerabile e che la donna aveva ragione nel rivolgersi alla giustizia penale. Tutti gli imputanti negano, minimizzano, ed ecco perché è importante che la vittima si veda riconosciuto ufficialmente che quel comportamento non era giusto».

LA RIDUZIONE DELLA PENA IN NUMERI

Ben venga dunque la certezza della pena, ma da sola non basta. A ben vedere, infatti, queste due sentenze sono lo specchio di una mentalità ancora diffusa in magistratura che tende a minimizzare la reazione violenta dell’uomo. Infatti quando le donne vittime si rivolgono ai tribunali per chiedere giustizia, in molti casi non la ottengono. In un’indagine svolta dalla stessa Claudia Pecorella sulle prassi del Tribunale di Milano in materia di maltrattamenti in famiglia risulta che solo il 44,2% del campione dei procedimenti analizzati si è concluso con una condanna e pene, in gran parte dei casi, ridotte di un terzo per quella che in gergo tecnico viene definita «circostanza attenuante generica». Lo è, ad esempio, l’essere incensurato ma anche il fatto di avere tenuto un comportamento «irreprensibile al fuori dell’ambiente domestico e familiare». Come a dire che i panni sporchi si lavano in casa.

LA POCA SENSIBILITÀ DEI MAGISTRATI

Negli ultimi anni, spiega Francesca Garisto, avvocata della Casa delle donne maltrattate di Milano, «la vittima comincia a essere un soggetto processuale con una dignità, se non pari, almeno tendente a quella dell’imputato. Questo lo dobbiamo alle modifiche legislative introdotte dopo la Convenzione di Istanbul del 2011 grazie alla pressione europea e internazionale oltre che dei centri antiviolenza. Ma a fronte di queste norme non corrisponde una cultura professionale che valorizzi il punto di vista di chi denuncia». Insomma cambiano le leggi, ma non la cultura dei magistrati, che in molti casi non hanno né la preparazione né la sensibilità per trattare adeguatamente casi di questo tipo. «La consapevolezza dei giudici più anziani su questo tema si è formata a partire dal celebre Processo per stupro, nella seconda metà degli Anni '70 e '80. Non c’è più quel clima, c’è stato un cambio generazionale e ci troviamo nelle aule giudiziarie a dover fare battaglie a partire da zero», aggiunge Garisto sulla base dei suoi trent’anni di esperienza.

L'IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE DEI MAGISTRATI

Sul sessismo in magistratura si è soffermata di recente la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio nonché su ogni forma di violenza di genere, istituita nel 2017 dal Senato sotto il governo a maggioranza PD-Nuovo Centro Destra. La Relazione finale, firmata dalla senatrice Francesca Puglisi, condensa un anno di lavori, con 67 audizioni e indagini svolte tra diverse fonti per la raccolta dati. Un lavoro importante, quello della Commissione, che si è concluso con indicazioni operative che l’attuale governo ha fino ad oggi lasciato cadere. Secondo il documento le Procure sono più preparate dei Tribunali a gestire la violenza di genere. Tradotto: il percorso che si apre per una donna vittima grazie alla capacità di polizia, carabinieri e pubblici ministeri, rischia di chiudersi, e male, durante la fase del processo penale (ricordiamo il caso recente della sentenza n. 863 del 15.2.2017 del Tribunale Torino con cui la giudice ha assolto l’imputato dall’accusa di violenza sessuale perché la donna che lo ha denunciato non avrebbe urlato). Senza formazione adeguata su come relazionarsi a soggetti traumatizzati, entrano in moto gli schemi mentali o procedurali che pure i giudici, come tutti gli esseri umani, hanno. La pensa così anche Fabio Roia, ex magistrato, tra i primi in Italia ad occuparsi di violenza domestica. Nel suo libro Crimini contro le donne spiega in modo esteso quanti danni possano fare i pregiudizi sessisti dei colleghi e come possano trasformarsi in «errori tecnici» sul piano giuridico. Il che significa: ingiustizia.

IL FEMMINICIDIO È UN CRIMINE PREVENIBILE

La formazione per tutti gli operatori del sistema che ruota attorno a questo tipo di reati è tanto più necessaria in quanto il femminicidio non è una calamità naturale ma un crimine prevedibile e prevenibile: è questa un’altra delle conclusioni a cui è approdata la Commissione. In Italia non sappiamo neppure con precisione quale sia il numero degli omicidi che colpisce la donna in quanto donna. Nel nostro sistema giudiziario e legislativo, infatti, non esiste una definizione di femminicidio e neppure esiste – come invece in Spagna, ad esempio – la categoria giuridica di violenza di genere. Si sa però, grazie all’esperienza consolidata in altri Paesi, che crimini in ambito domestico potrebbero essere evitati. L’omicidio di quella che l’assassino considera un oggetto di proprietà è, infatti, soltanto l’atto estremo di una lunga sequenza in cui gli abusi sono cresciuti di intensità. Un’escalation che è uno dei segnali che dovrebbe allertare chiunque la intercetti, siano persone vicine alla donna, siano operatrici edoperatori con cui essa viene in contatto. Purtroppo questo, in Italia, ancora non avviene. Risultato: ogni tre giorni in media le cronache registrano un nuovo femminicidio.

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