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Diritti

3 Marzo Mar 2019 0630 03 marzo 2019

Come la pensano i candidati alle Primarie Pd sui diritti delle donne

Zingaretti, Martina e Giachetti a confronto su temi come parità (anche nel partito) e violenza di genere, occupazione femminile, femminicidi e sessismo. 

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Il confronto televisivo del 28 febbraio all’ora di pranzo anziché in prime time come sempre avvenuto la dice lunga sull’appeal dell’appuntamento, fatto sta però che in casa PD è tempo di Primarie. La sfide interna per decidere chi debba essere il leader del Partito di centro sinistra chiamato all’impresa di recuperare consensi in un elettorato giunto ai minimi storici è più che mai accesa e, anche se è ancora presto per sapere se i sondaggi che danno per vincente Nicola Zingaretti abbiano ragione, una cosa si può già dire con assoluta certezza: mancano le donne, visto che gli sfidanti sono Maurizio Martina e Roberto Giachetti. Una in realtà ci sarebbe, Anna Ascani, presentatasi in tandem con Giachetti ma, non si sa per quale motivo, da un po’ di tempo sparita nel nulla. Compare poco nei dibattiti e le sue dichiarazioni sono talmente rare da far venire il sospetto si tratti quasi di una finta candidatura, voluta in extremis per mettere a tacere i malumori di alcune esponenti del Partito che proprio denunciando un PD a maggioranza maschile nel 2018 fondarono il movimento interno TowandaDem. Polemiche a parte è bene rassegnarsi, non ci sarà un segretaria. Si può però almeno sperare che una delle forze che più di altre dovrebbe tenere conto della parità di genere possa avere una guida a trazione, se non femminile, almeno in parte femminista? Nei dibattiti e talk show televisivi il tema non è tra i più trattati ma in ogni programma dei candidati esistono paragrafi dedicati, ricchi di spunti, riflessioni e proposte. Ovvi, un po’ superficiali e non certo rivoluzionari, ma ci sono.

ROBERTO GIACHETTI (E ANNA ASCANI – FORSE)

Chi paradossalmente sembra, almeno a parole, meno interessato alle politiche di genere è proprio questo duo al 50% femminile, che dedica alla questione un capitolo non lunghissimo. E se il numero di battuta non conta, guardando alla sostanza è interessante notare come questa ruoti attorno soprattutto, anche se non solo, al concetto di famiglia. «Condivisione, conciliazione, parità salariale e lotta alla violenza» sono capisaldi di riflessioni che fanno leva su un principio che dovrebbe essere scontato ma così non è, ovvero che favorire le pari opportunità non significa togliere qualcosa agli uomini (che poi anche se fosse…) visto che «la loro implementazione è un potentissimo moltiplicatore in grado di generare crescita, lavoro e sviluppo per tutti». Si invoca nello specifico un cambiamento culturale che porti alla condivisione equilibrata del lavoro di cura, visto che i carichi familiari continuano a pesare quasi esclusivamente sulle spalle delle donne, accostate prima al concetto di maternità che a quello di carriera. In ordine si parla infatti di promuovere politiche che elimino la scelta obbligata famiglia-lavoro, e solo dopo di incentivi all’imprenditoria e superamento del gender gap. Capitolo femminicidi: secondo Giachetti & Ascani occorre muoversi su due binari paralleli: quello della prevenzione a partire dall’educazione alla parità sin dai banchi di scuola, e quello del contrasto attraverso certezza della pena e interventi tempestivi a tutela di chi denuncia. Infine il mea culpa, perché se la società civile ha ancora molta strada da percorrere la politica non è certo da meno, visto che sono troppo poche le sindache, le presidenti di Regione e leader di partito. Per questo si punta al rafforzamento delle quote rosa, che seppur debba mirare al proprio superamento, resta fondamentale per raggiungere un’autentica parità di accesso ai ruoli apicali.

NICOLA ZINGARETTI

Il favorito alla leadership parla apertamente di un nuovo femminismo che sta attraversando il mondo e il nostro Paese. «Dal #MeToo alle grandi manifestazioni di Non Una Di meno, nuove generazioni di donne rivendicano autodeterminazione e libertà dalla violenza e dal machismo delle politiche illiberali e sovraniste. Questo movimento deve trovare ascolto nel Partito democratico». Già, ma come? Opponendosi «al tentativo di respingere le donne in una condizione di subalternità, di rimettere in discussione la legge 194 e di imporre un unico modello di famiglia negando le differenti forme di relazioni». Si parla inoltre di riduzione delle differenze di genere nella retribuzione, nelle occasioni di lavoro e nella divisione del tempo dedicato a quello familiare da attuare investendo nel welfare con misure come l’assegno unico per i figli a carico, il rafforzamento del congedo parentale, permessi genitoriali, miglioramento dei servizi per la prima infanzia e la cura degli anziani e trasformazione dei sistemi di telelavoro. C’è poi sempre, inevitabilmente, il tema del contrasto alla violenza di genere da portare avanti educando al rispetto, accrescendo le risorse economiche, potenziando le politiche di prevenzione, aumentando la presenza dei centri antiviolenza e il lavoro di rete nel territorio. Senza dimenticare il rafforzamento dei percorsi di autonomia economica e abitativa delle vittime di violenza e sostegno degli orfani di femminicidio.

MAURIZIO MARTINA

Chi ha deciso di approfondire più di altri il tema della parità e dell’empowerment femminile è senza alcun dubbio il team di Maurizio Martina, almeno stando alle intenzioni. Tantissima la carne al fuoco posta dal candidato che cita il movimento #MeToo e secondo il quale la violenza «si combatte attraverso la decostruzione della cultura sessista nella quale siamo immersi, contrastando la banalizzazione delle aggressioni verbali e fisiche». Per farlo serve lavorare su canali culturali e repressivi. Se per il primo è fondamentale promuovere l’educazione di genere nelle scuole incentivando anche lo studio delle discipline STEM e aumentare la partecipazione delle donne in politica e nei centri di potere, per il secondo è necessario realizzare, tra le altre cose, misure che garantiscano protezione concreta come l’apertura delle case-rifugio dove sentirsi al sicuro e, solo dopo esservi entrate, sporgere denuncia; e l’inserimento in un circuito di vita attiva che permetta il riscatto dei soggetti coinvolti. Bocciato il ddl Pillon definito retrogrado e punitivo, altro tema centrale è anche in questo caso quello dell’occupazione come strumento di emancipazione, letto però prevalentemente in chiave family-friendly, visto che si parla di «alzare il livello di assistenza alle coppie con figli, tutelando la maternità, estendendo il congedo di paternità e prevedendo misure di sostegno alla genitorialità condivisa». Non manca però l’impegno a favorire l’imprenditoria femminile con sgravi fiscali alle aziende che investono nel capitale umano femminile. Infine un occhio all’interno del Partito. Quello che Martina immagina dovrebbe essere paritario, numericamente e a livelli di importanza di cariche.

Quello che immaginiamo noi altrettanto, ma non solo a parole, che come abbiamo visto sono tante e tutte bellissime, ma nei fatti. E ci permettiamo di suggerire che a parlare di donne siano, soprattutto in una forza partitica di centro sinistra, una volta per tutte le donne.

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