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Diritti

6 Febbraio Feb 2019 1700 06 febbraio 2019

Il lungo cammino del Libano verso la parità dei sessi

Nel nuovo governo sono state nominate quattro ministre. Ma la partecipazione femminile alla politica resta bassa. E i diritti delle donne continuano a essere calpestati. Il racconto da Beirut.

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Libano Diritti Donne

da Beirut

Laureate in prestigiose università, impegnate sul territorio, attive sul piano umanitario, per metà sotto i 40 anni. Sono le quattro ministre del nuovo governo libanese del premier Saad Hariri, annunciato il 31 gennaio scorso. Una buona notizia, seppur ancora lontana dai traguardi che le femministe del Pese dei cedri vorrebbero raggiungere. La partecipazione delle donne alla vita politica è ferma al 30% e le parlamentari sono appena sei. Ma per la prima volta in tutto il mondo arabo, una donna ricopre l’incarico di ministro dell’Interno. «Fiero delle donne libanesi», ha twittato Hariri, «fiero di quattro donne ministro nel governo, fiero della prima donna ministro dell’interno del mondo arabo, fiero dell’avvenire, fiero del Libano». Le nomine sono state accolte con entusiasmo da molte associazioni per i diritti delle donne tra cui Woman in Front, che è impegnata nella sensibilizzazione sulla partecipazione delle donne nella vita politica.

Raya Haffar el-Hassan, nominata ministra dell'Interno.

La nuova ministra dell'Interno si chiama Raya Haffar el-Hassan. Nata a Tripoli nel 1967, è una sostenitrice di Hariri e quindi sunnita. Nel 2009 è stata la prima donna a essere nominata ministro delle Finanze nel governo Hariri. Laureata all’American University di Beirut in Gestione amministrativa, ha ottenuto anche un Mba in Finanza e investimenti alla George Washington University. Nel 1992 ha fatto parte della squadra del primo ministro Fouad Sinora e ha partecipato alla riforma del dipartimento. Si è dedicata poi all’attività privata durante il governo di Selim Hoss per divergenze politiche. Ê tornata come consigliera del ministro dell’economia Bassel Fleyhane nel 2000. E ha partecipato alla realizzazione della legge per la sicurezza alimentare e la protezione dei consumatori.

LA STORIA DI CHIDIAC, VITTIMA DI ATTENTATO

Tra le quattro neo ministre, la più giovane è Nada Boustani. Classe 1983, maronita, guiderà il dicastero (chiave nel governo libanese) dell’Energia e dell’Acqua. Boustani ha una laurea in Economia all’Université Saint-Joseph e un master in Gestione d’impresa all’Escp Europe. Prima dell’incarico affidatole, è stata consigliera del ministero che ora rappresenta. Maronita è anche May Chidiac, nata a Beirut nel 1963 e nuova ministra della Stato e dello Sviluppo amministrativo. Giornalista, laureatasi in Libano, ha lavorato in tivù, per la rete Lbc. Ha conseguito un dottorato in Comunicazione all’Università Paris II. Conosciuta per i suoi modi diretti, è stata impegnata contro l’occupazione siriana del Libano. Ha criticato aspramente il governo di Damasco, soprattuto dopo l’assassinio del primo ministro Rafiq Hariri il 14 febbraio 2005. Per questo è stata vittima di un attentato il 25 settembre 2005. L’esplosione di una bomba le ha portato via le braccia e la gamba sinistra. In seguito all’attentato, ha pubblicato un libro Le ciel m’attendra (2006).

L'IMPEGNO UMANITARIO DI KHAIRALLAH SAFADI

La quarta e ultima ministra dell'esecutivo Hariri è Violette Khairallah Safadi, al dicastero per gli Affari della donna. Nata nel 1981, rappresenta la comunità greco-ortodossa. Ha una laurea in Gestione degli affari internazionali. Continua ancora oggi gli studi in Relazioni internazionali e diplomatici. Ha frequentato anche un corso di negoziato e processo decisionale all’università di Harvard. In passato, è stata presentatrice del telegiornale su Lbci e Mtv e si è dedicata ad attività umanitarie per aiutare i poveri, i rifugiati siriani e i bambini con malattie croniche. Ha sposato il ministro Mohammad Safadi e ha due bambini da un precedente matrimonio.

L'accesso limitato ai piani alti della politica riflette, più in generale, la complicata condizione delle donne nel Paese. Libanesi, ma non solo

Nell’esecutivo precedente di Hariri vi era soltanto una donna su 30 ministri, Inaya Ezzedine. Anche il governo del 2014 di Tammam Salam aveva solo una ministra, Alice Chaptini, su 24. Nessuna rappresentante femminile invece nel gabinetto di Nagib Mikati del 2011. Andando ancora più indietro nel tempo, il governo di Hariri del 2009 contava due donne, Mona Afeiche e Raya el Hassan, al pari di quello di Omar Karamé nel 2004. Una, infine, figurava nel gabinetto di Siniora del 2005, Nayla Moawad. La composizione di questo esecutivo suggerisce che qualcosa sta cambiando. Tuttavia, il cammino verso la parità dei sessi è ancora molto lungo. La comunità sciita non ha nominato nessuna donna, e neanche la comunità drusa. «La mancanza di sforzo dei due leader politici Nabih Berry, capo del movimento sciita Amal, e di Walid Joumblatt, capo del Psp druso, è deplorevole», dice una rappresentante di Woman in Front, ricordando che «Berry fa parte dei sostenitori del piano per la partecipazione delle donne in politica».

LE DONNE IL LIBANO E IL REGIME DELLA KAFALA

L'accesso limitato ai piani alti della politica riflette, più in generale, la complicata condizione delle donne nel Paese. Libanesi, ma non solo. Come dimostra il regime della kafala, un sistema rivolto alle lavoratrici straniere nel Paese, soprattutto domestiche. Per effetto di questo regime, il 65% delle lavoratrici straniere ha avuto esperienza di lavoro forzato o schiavitù. Le donne vittima della kafala vengono spesso violentate, messe incinte, subiscono percosse. A volte, sono separate dai loro bambini, sfruttate, isolate, sottopagate. Infine, quando i loro servigi non sono più richiesti, vengono mandate indietro nel Paese di origine da parte dei loro "datori di lavoro".

LA PIAGA DELLE SPOSE BAMBINE

In Libano lo status della persona non è regolato dal diritto civile ma dalle religioni. Esistono circa 19 comunità religiose e ognuna ha il proprio statuto sulla persona. Le donne subiscono ingiustizie in materia di eredità, favorevole ai maschi. Una madre libanese sposata non può ancora dare la propria cittadinanza al figlio. E anche le spose bambine sono una triste realtà del Pese dei cedri, soprattutto nelle aree più remote. Secondo la religione sciita, ci si può sposare già a nove anni. Ma la stessa piaga coinvolge anche ortodossi, sunniti e cristiani. Talvolta, la famiglia ricorre al matrimonio subito dopo la pubertà della bambina per problemi economici oppure per evitare di esporsi alla condanna della comunità in cui vive, nel caso in cui la figlia, una volta adolescente, frequentasse più ragazzi prima delle nozze. Il matrimonio prima della maggiore età va di pari passo con la scarsa educazione della ragazza, e della famiglia stessa.

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