2 Novembre Nov 2018 1301 02 novembre 2018

Primarie tutte al maschile: ancora una volta il Pd dimentica le donne

«Cosa pensate di avere di così straordinario per potervi permettere di rinunciare alla visione, alla creatività, alla lungimiranza, al talento femminile?».

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Primarie Partito Democratico 2019 Donne

Troppo impegnati, troppo presi dai loro problemi, troppo preoccupati di salvare il partito e il Paese (dicono). Gli uomini forti del Pd hanno troppo da fare, per ascoltare persino la voce del direttore di uno dei più importanti quotidiani italiani La Stampa, Maurizio Molinari, che testualmente diceva nei giorni scorsi su La7: «Per un Paese come il nostro che ha così tanto bisogno di rinnovamento e protezione di dare spazio alla creatività e al genio dei singoli ciò che davvero manca è dare pieno sfogo e potenzialità al 51 % dei nostri cittadini. È un paradosso ed è un tabù, una contraddizione che in 70 anni di vita repubblicana noi non abbiamo ancora mai avuto un premier donna. Ci sono delle donne in grado di svolgere questa mansione in tutte le forze politiche, in tutti gli schieramenti, in tutte le categorie professionali. Tutti i singoli italiani se ne gioverebbero».

Una dichiarazione, quella di Molinari, che rappresenta perfettamente quello che migliaia di femministe italiane da anni tentano di dire alla politica. Eppure, non succede nulla, anzi, il Pd, nonostante il tracollo impressionante degli ultimi due anni, ha il coraggio di presentarsi alle Primarie con soli candidati uomini (Minniti, Zingaretti, Richetti). Non è servito a nulla l’urlo delle Towanda Dem, spentosi davanti all’indifferenza e al paternalismo di Maurizio Martina che magnanimo diceva: «Fanno bene a protestare, fanno bene…».

A nulla è servito il fatto che in piazza centinaia di migliaia di persone oggi non le porti il Pd, ma realtà come Non una di Meno che il 10 novembre contro il ddl Pillon una rete di soggetti, con a capo la rete dei centri antiviolenza DIRE, abbia chiesto di scendere in tutte le piazze mobilitando migliaia di persone.

A nulla è servito constatare che l’8 settembre a Rimini, al Network Day, al grido di «fermiamo odio e intolleranza, misoginia e omotransfobia», non si siano riunite dieci donne dell’associazione di politica femminista, Rebel Network per una birra insieme, bensì oltre 60 associazioni tra cui Amnesty International, Greenpeace, Open Arms, Anpi e tante altre. E nel Pd nessuno si è accorto che il documento promosso da Rebel sia stato sottoscritto da 150 (sì, proprio 150) associazioni in tutta Italia.

Tutte cose completamente irrilevanti per il maggior partito dell’area progressista italiana. Tant’è vero che alla Leopolda, il messaggio di considerazione per le donne è arrivato forte e chiaro, quando Renzi ci ha regalato quella meravigliosa parentesi di prospettiva politica femminista, invitando Paolo Bonolis che con il suo Ciao Darwin ci ha regalato perle indimenticabili della tv «culi e tette» di berlusconiana memoria.

La mia domanda a chi sta saldamente costruendo puntelli per la propria poltrona, oltre che la campagna per un nuovo segretario, è questa: cosa pensate di avere di così straordinario per potervi permettere di rinunciare alla visione, alla creatività, alla lungimiranza, la capacità creativa e innovativa, al talento delle donne? Come pensate di poter accorciare la distanza che avete dall’elettorato se non fate altro che riproporre personaggi di apparato, con logiche di maschi impegnati a rincorrere Salvini e Di Maio, invece che dare all’Italia il respiro della forza e della visione collettiva di cui le donne sono capaci e portatrici? La lettura miope della dirigenza del Pd sull’importanza di quel 51% di italiane che reggono il welfare del nostro Paese è, a mio parere, solo la misura di uno sfrenato individualismo. Alle Primarie del Pd, mi spiace dirlo, io non vedo un partito che vuole riconquistare la speranza e la fiducia delle elettrici e degli elettori. Vedo solo l’ennesimo sforzo per ricostruire alleanze di potere e mantenere quel che resta dell’estabilishment, in attesa di un nuovo grande capo. Maschio e ben legato al Vaticano, naturalmente.

Nemmeno i cittadini e le cittadine degli Stati Uniti sono serviti da esempio. Lì, come ci ricorda ogni giorno Angela Vitaliano, giornalista ed esperta di politica statunitense, il movimento delle donne sta facendo tremare Donald Trump e sta restituendo vigore ed entusiasmo ai Democratici. Sono le donne, le cittadine con accanto gli uomini, che stanno imponendo l’agenda politica di chi vorrà guidare in futuro gli States, rimettendo al centro i diritti umani (cui appartengono quelli delle donne) e ricordando che non si può costruire il futuro sulla paura e sull’odio del diverso.

Niente di tutto questo sta accadendo nel Pd e in nessun modo i candidati potranno rappresentare questa sensibilità. E voglio precisare una cosa, nel mio editoriale rabbioso contro tanta arroganza e indifferenza: non assolvo di certo le donne del partito, ma voglio anche ricordare che ci sono nel Partito Democratico politiche di grande valore e so che per loro è una sofferenza vera restare a guardare l’ennesimo umiliante androceo che andrà in scena alle primarie. Ma se così accade da sempre, forse un motivo c’è: non hanno (quasi) mai sbattuto la porta per chiedere realmente un cambio di passo del partito su questo tema. Mai. Tra le parlamentari l’unica che ricordo sia andata via è Michela Marzano. Che, non a caso, politica di professione e donna di apparato del PD non era.

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