30 Ottobre Ott 2018 1848 30 ottobre 2018

Istigazione all’anoressia e alla bulimia: a che punto è la legge?

Tre ddl che volevano renderla reato si sono arenati in Parlamento dal 2008 a oggi. Inquadrare la questione a livello giuridico è complicato: abbiamo chiesto aiuto a un esperto.

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Dal 2008 ad oggi tre disegni di legge per rendere reato lesaltazione (anche via web) della magrezza estrema si sono arenati in Parlamento. A settembre di quest’anno si è tornati a porre l’attenzione sull’argomento, ma inquadrare giuridicamente la questione è complicata e la rapida evoluzione dei mezzi di comunicazione non aiuta.

DCA, UN’EPIDEMIA SOCIALE SUL WEB

Secondo l’ADI (Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica), i disturbi del comportamento alimentare colpiscono tre milioni e mezzo di italiani (di cui il 95% sono donne), con un esordio sempre più precoce (anche in età prepubere). Umberto Nizzoli, psicologo clinico, psicoterapeuta e presidente italiano di SISDCA (Società Italiana per i Disturbi del Comportamento Alimentare) evidenzia che «a questa 'epidemia sociale', negli ultimi 20 anni si è aggiunta la proliferazione di siti internet, blog e chat in cui soggetti malati si scambiano consigli pratici per il perseguimento ossessivo della perdita di peso o semplicemente si limitano ad esibire la loro magrezza o qualunque altra distorsione nel rapporto con la propria fisicità».

IL SUICIDIO SI IMPARA (ANCHE) ONLINE?

Direttore della prima ricerca sui siti pro-Ana nel nostro Paese, Nizzoli calcola che «già nel 2006 i siti di questo genere erano circa 300 mila, ma oggi i contenuti web sul tema potrebbero essere 500-600 mila», considerando anche i nuovi canali di comunicazione difficili da controllare (come le chat) e le forme d’istigazione non verbali (per esempio quelle che si servono di sole immagini come la thinspiration, o Thinspo). L’esperto spiega che l’aspetto 'pericoloso' di questi luoghi d’incontro virtuale dipende dalla loro capacità di «costituirsi come contesti favorenti e occasioni d’induzione della patologia in soggetti vulnerabili e già predisposti».

ISTIGAZIONE ALL’ANORESSIA, SARÀ REATO?

La prima proposta di legge (firmata da Beatrice Lorenzin) per istituire il reato di «istigazione all’anoressia» risale al 2008: prevedeva il suo inserimento nel codice penale all’art. 580-bis, come estensione del reato di incitamento al suicidio, punibile con una pena fino a un anno di reclusione (due anni se la vittima fosse stata un minore di 14 anni, o una persona privata della capacità di intendere e di volere) per «chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, determina o rafforza l'altrui proposito di ricorrere a pratiche di restrizione alimentare prolungata, idonee a procurare anoressia o bulimia, e ne agevola l'esecuzione». Nel 2010 un nuovo ddl introduce, oltre al carcere, la possibilità di comminare agli 'istigatori' una sanzione pecuniaria da 10 mila a 50 mila euro, elevata a 100 mila euro col ddl n. 438 del 2014, che prevede anche un piano di educazione alimentare nelle scuole, interventi per la prevenzione e diagnosi precoce dei DCA, supporto per le famiglie e copertura finanziaria per le cure su tutto il territorio nazionale. L’argomento torna infine all’attenzione del Parlamento con il ddl n. 4511 del maggio 2017, e poi con l’ultima proposta del settembre 2018 (già presentata in Senato nella scorsa legislatura dalla senatrice Maria Rizzotti, e attualmente in corso di esame in Commissione Sanità), che prevede anche la possibilità di commutare la pena in un soggiorno obbligatorio in un luogo di cura, nel caso in cui l’istigatore stesso sia un individuo che soffre di disturbi alimentari.

SCOPI E LIMITI DELLA LEGGE

Lo scopo di tutte le proposte di legge è quello di sottolineare la natura 'sociale' dei disturbi alimentari e di arginarne la diffusione offline (per esempio imponendo alle agenzie di richiedere un certificato di buona salute a fotomodelle e indossatrici) e nel web attraverso l’oscuramento dei siti pro-Ana e pro-Mia.

Tuttavia l’inquadramento giuridico della questione è complicato per diverse ragioni:

1. Non esiste un vero reato di «istigazione all’anoressia» ma la condotta dell’istigatore può configurare altri reati, come lesioni (il suggerimento di determinate diete e comportamenti alimentari dannosi provoca danni gravi o irreversibili alla salute) e istigazione al suicidio (in quanto la malattia può portare alla morte per cause fisiche o conseguente ai sintomi depressivi che possono culminare con pensieri suicidiari).

2. Spesso gli «istigatori» che gestiscono o frequentano siti e blog pro-Ana sono malati a loro volta, e questo pone il problema della loro punibilità col carcere o con una sanzione pecuniaria. Associazioni ed esperti sostengono piuttosto la necessità di tramutare la pena in un percorso di cura o Tso (opzione contemplata dal ddl attualmente al vaglio della Commissione Sanità).

3. È difficile dimostrare la volontarietà dell’istigazione in assenza di un’esplicita (e talvolta aggressiva) esaltazione della magrezza o di consigli diretti per l’adozione di diete e/o comportamenti alimentari dannosi. La semplice esibizione (per quanto 'delirante') di sé e la condivisione di immagini e messaggi non verbali non si configura come un dichiarato invito all’emulazione, nè come intenzionale tentativo di plagio di altri soggetti vulnerabili. E come tale non è punibile.

ALLA RINCORSA DEL WEB

Negli ultimi anni l’evoluzione tecnologica ha profondamente trasformato il fenomeno dell’esaltazione/istigazione alla magrezza e la giurisprudenza è rimasta indietro. Secondo Nizzoli «le proposte di legge presentate finora insistono sulla necessità di oscurare siti e blog pro-Ana, ma non tengono conto del fatto che, oltre a questi canali tradizionali, anche i social network (Facebook, Instagram e WhatsApp) sono diventati luoghi d’incontro per queste comunità virtuali. I consigli su come tenere comportamenti restrittivi in ambito alimentare viaggiano attraverso reti comunicative capillari e difficili da controllare, per lo più gestite all’estero e quindi sottratte alla legislazione italiana». Inoltre «queste community hanno dato vita a veri e propri 'codici' per incitare all’anoressia senza rendere riconoscibile (e quindi perseguibile) la loro attività».

LA 'CENSURA' SERVE?

Oscurare siti e blog pro-Ana è uno dei punti essenziali delle proposte di legge finora presentate su questo argomento. Ma la «censura istituzionale» è una misura efficace per arginare il fenomeno dell’istigazione all’anoressia? Secondo il dottor Nizzoli si tratta piuttosto di una forma di controllo illusoria: «È giusto esercitare un’attività di prevenzione e intercettazione dei contenuti web 'pericolosi', ma questo non basta per risolvere il problema: i siti pro-Ana non sono la causa dell’epidemia dei DCA. Non basta frequentare un blog in cui gli utenti esaltino la magrezza o altre fissazioni legate al corpo e al cibo per sviluppare un disturbo alimentare». L’esperto sottolinea inoltre che dal punto di vista della ricerca, la chiusura dei siti pro-Ana può addirittura rivelarsi controproducente: «sono spazi virtuali in cui emergono fenomeni e dinamiche la cui osservazione, da parte degli esperti può essere utile per individuare nuovi approcci alla prevenzione e alla cura».

CHE FARE ALLORA?

Nizzoli suggerisce: «Piuttosto che limitarsi a un’attitudine punitiva e repressiva delle presunte minacce online, sarebbe meglio promuovere forme di contrasto educativo dei disturbi alimentari, investendo nella formazione di esperti in grado di analizzare le nuove dinamiche sociali del fenomeno, attivando programmi di prevenzione nelle scuole, sviluppando strutture adeguate per il supporto dei malati e delle loro famiglie e, soprattutto, abbattendo i tabù che ancora oggi impediscono di parlare apertamente di anoressia, bulimia e altre forme di DCA».

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