16 Ottobre Ott 2018 1845 16 ottobre 2018

La sindaca di Lodi e le altre: quando le donne sono esempi di non-umanità

Oltre al suo caso, anche quelli delle prime cittadine di Cascina e Senago. Ma allora servono le quote antidiscriminatorie, se poi di «femminile» in alcune di loro troviamo ben poco?

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Sara Casanova Sindaca Lodi

Le donne che hanno dimenticato di essere donne. Così penso che debbano essere chiamate le signore che ci hanno regalato, nel corso degli anni, orribili esempi di «non umanità» o esternazioni così estreme e discutibili da lasciare di stucco anche le più agguerrite sostenitrici delle virtù delle donne in politica. I casi sono quelli delle cronache degli ultimi giorni, ma anche di qualche mese fa. Provo a ricordarne qualcuno.

Partirei da Sara Casanova, la sindaca di Lodi, che ha tolto ai bambini stranieri il diritto a frequentare la mensa, pretendendo certificati impossibili senza i quali le famiglie non possono avere costi sostenibili.

Non ha rinunciato a ondate di indignazione nemmeno la sindaca leghista di Cascina (Pisa) e allieva prediletta di Salvini, Susanna Ceccardi, che dichiarava: «È giusto che i medici calabresi siano pagati meno perché sono meno bravi».

Ultima citazione per la sindaca di Senago che disse «no» ai profughi. Magda Beretta (anche lei della Lega) confermò al viceprefetto di voler recedere dalla disponibilità all’accoglienza di 59 profughi data dal suo predecessore.

Il punto di riflessione su queste uscite discutibili (solo?) politicamente e umanamente, per me nasce da una banale domanda: come è possibile che le donne, ritenute da sempre portatrici di umanità e generosità, generatrici di vita e persone sulle quali si regge la cura di famiglie, figli, anziani possano avere opinioni così? Confesso che mi sono data due risposte, ma sono disposta a cambiare idea.

Io ritengo che quando le donne siano cooptate da un capo maschio si sentano spesso in dovere di dare dimostrazione di saper «superare il limite». Esternazioni eccessive e comportamenti non esattamente empatici nei confronti del prossimo sono un banco di prova che sa spesso di «iniziazione necessaria». Ovviamente se, ad esempio, il capo ha una linea intransigente e molto discutibile sul piano della solidarietà umana nei confronti degli immigrati è molto probabile che alcune donne vogliano esibirsi in atteggiamenti muscolari, utili a dimostrarsi «degne» della fiducia ricevuta.

La seconda ragione è la necessità di dimostrare a sé stesse (quindi non più solo al capo) di essere capaci di sostenere opinioni 'maschili' nel senso più stereotipato del termine ossia rudi, aggressive, senza concessioni all’empatia. Le «uome», vogliono ricordare a loro stesse che sono all’altezza della situazione e delle aspettative del leader. Non è un caso che le uscite peggiori si 'appoggino' ai messaggi forti del vertice o siano spesso un appoggio incondizionato alla politica del capobranco.

Un’altra domanda nasce quindi spontanea: ma allora servono alle donne le quote antidiscriminatorie, se poi di «femminile» in alcune troviamo ben poco? La risposta è: si, servono. Perché quello che dobbiamo sempre ricordarci, è che anche noi donne abbiamo diritto alla nostra «quota di differenza», di «mediocrità», di «brutta politica». In una massa critica di maggiore entità e con i risultati di quella parità formale per cui tante si battono, troveranno spazio molte più donne con quelle qualità che non ci rendono migliori, ma di sicuro differenti. Quella differenza di cui oggi il mondo avrebbe veramente bisogno e di cui le signore citate in questo editoriale non sono, almeno per me, affatto esempio.

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