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Diritti

4 Settembre Set 2018 1553 04 settembre 2018

La lotta di genere delle parlamentari irachene

Si sono prese la scena durante la prima seduta dell'Aula. Guidate da Ala Talabani, discussa nipote dell'ex presidente Jalal. Cosa chiedono. E cosa possono ottenere.

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Iraq Politica Donne

La protesta si è levata fragorosa tra i banchi del parlamento iracheno. A guidarla una voce nota, che da 13 anni ormai echeggia tra le mura dell'assemblea. Lunedì 3 settembre Ala Talabani si è presa la scena durante la prima seduta della legislatura, animando una vivace dimostrazione di dissenso contro la scarsa presenza femminile nelle istituzioni nazionali. La protesta ha coinvolto decine di parlamentari donne e ha avuto eco sulla stampa di Baghdad, facendosi largo tra un profluvio di analisi, retroscena, scenari ed editoriali legati alla intricatissima situazione politica del Paese, che la seduta del 3 settembre avrebbe dovuto contribuire a sciogliere almeno in parte.

LA PROTESTA DELLE PARLAMENTARI SI FA LARGO NEL DIBATTITO POLITICO

A quattro mesi dalle prime elezioni legislative dopo la formale sconfitta dello Stato Islamico in Iraq, il Paese guidato dal premier uscente Haidar al Abadi è ancora in cerca di un governo, in un contesto dominato dal braccio di ferro tra due coalizioni sciite rivali per la formazione del nuovo esecutivo, dalla divisione interna tra i partiti curdi e dalla frammentazione del fronte politico sunnita. E il fatto che la protesta di Ala Talabani e delle altre parlamentari sia riuscita a ritagliarsi spazio in un contesto tanto complicato sta a dimostrare come la questione della parità dei sessi, in Iraq, stia assumendo carattere di priorità. Forte anche di un'ambasciatrice dal cognome controverso ma "pesante".

Non è un Paese per candidate

La costituzione dell' Iraq garantisce alle donne il 25% dei 329 seggi in Parlamento, ma per le irachene la strada che porta al Consiglio dei Rappresentanti è lunga, difficoltosa e, manco a dirlo, irta di misoginia e sessismo.

Ala Nuri Talabani alle prime pagine è abituata da tempo. Nipote del compianto ex presidente della Repubblica Jalal Talabani, scomparso nell'ottobre del 2017, la nativa di Kirkuk - nel Kurdistan iracheno - è un personaggio estremamente divisivo, specie tra i suoi concittadini. Vittima a metà degli Anni 80 come migliaia di curdi delle politiche repressive di Saddam Hussein, lasciò l'Iraq nel 1991, salvo tornare nel Paese con la caduta del dittatore baathista. Entrò in parlamento nel 2005, in qualità di membro del partito Patriotic Union of Kurdistan (Puk), ma con il trascorrere degi anni - al pari di tutto il clan Talabani - si avvicinò progressivamente all'Iran, nemico giurato dell'indipendentismo curdo. Il legame con Teheran è valso ad Ala critiche e accuse di «tradimento» da parte dei sostenitori del separatismo, ma si è rivelato decisivo nell'ascesa politica della nipote di Jalal.

ALA TALABANI, LA CONTROVERSA AMBASCIATRICE DEI DIRITTI FEMMINILI

La carriera in parlamento di Ala Talabani si è sempre caratterizzata per una forte trasversalità, come dimostra la candidatura alle ultime elezioni in una lista araba (Baghdad Coalition), e non curda. E anche il sostegno alla causa delle donne irachene è funzionale a questo approccio. Dal suo ritorno in Iraq, Talabani ha formato l'organizzazione Kurdish Women's Union, poi ribattezzata in chiave nazionale - e trasversale, appunto - Women for a Free Iraq e impegnata nel rafforzamento dei diritti femminili nel post Saddam, quindi ha co-fondato l'High Council for Iraqi Women. La nipote di Jalal ebbe anche un ruolo di primo piano nell'opposizione alla cosiddetta Risoluzione 137, proposta di legge avanzata dal Consiglio di governo iracheno (organo esecutivo provvisorio in carica dal 13 luglio 2003 al primo giugno 2004, ndr) che intendeva sostituire la Personal Status Law del 1959 con un sistema che avrebbe permesso alle autorità religiose di esercitare il controllo su questioni come divorzio, matrimonio, affidamento dei figli e diritti ereditari. Dopo un mese di proteste, nel 2004, la risoluzione fu ritirata.

A sinistra, Ala Talabani, nipote dell'ex presidente Jalal.

Quattordici anni più tardi, la condizione delle donne in Iraq porta ancora le cicatrici dell'era Hussein. Il Paese, che nel 1950 era stato il primo nel mondo arabo ad avere un ministro donna, sotto la dittatura baathista è regredito e adesso stenta ancora a ripartire. In politica, è stato stabilito che la componente femminile debba rappresentare il 25% dei 329 seggi in parlamento: numeri vicini alla realtà italiana, dove nella legislatura in corso, tra Camera e Senato, le donne occupano il 28% dei seggi (271 su 945). Tuttavia, in Iraq le candidate che riescono a entrare nell'assemblea hanno spesso risorse finanziarie superiori alla media o legami di parentela con politici influenti. E il caso più emblematico, in questo senso, è proprio quello di Ala Talabani.

L'INCONTRO TARGATO NAZIONI UNITE E IL MESSAGGIO AL PROSSIMO GOVERNO

Già lo scorso maggio, LetteraDonna riportava come molte delle quasi 2.600 candidate alle elezioni fossero state «oggetto di violente campagne diffamatorie» e citava il sito curdo Rudaw in merito alla mancanza di equità, in termini di chance di conquista del seggio, tra le diverse fasce sociali. Dal voto che ha riportato gli iracheni alle urne sono trascorsi quattro mesi. E mentre il processo politico per la formazione del governo è rigorosamente al palo, sul fronte della lotta di genere qualche ingranaggio sembra essersi mosso. Lo dimostra l'incontro di agosto, sponsorizzato dalle Nazioni Unite, in cui si sono discusse le possibili iniziative legislative volte a rafforzare il ruolo della donna in parlamento. Lo dimostra, soprattutto, la consapevolezza esibita dalle parlamentari nella prima seduta della nuova legislatura. Il prossimo governo, qualunque sarà la sua composizione, dovrà fare i conti anche con loro.

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