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Diritti

26 Luglio Lug 2018 2000 26 luglio 2018

Consulta e Csm solo maschili, rivolta delle costituzionaliste

Il Parlamento ha eletto solo uomini. Per questo 65 professoresse hanno inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato. Abbiamo parlato con due di loro. 

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Costituzionaliste Lettera Magistratura Consulta Csm

Sono 65 professoresse ordinarie e associate di Diritto costituzionale, pubblico e comparato. Hanno tutte curricula inattaccabili. E sono arrabbiate, anche se esprimono tale sentimento con garbo ed eleganza. Fanno parte dell’Associazione italiana costituzionaliste e hanno inviato una lettera al presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e al presidente della Camera Roberto Fico andando dritte al punto: «A luglio 2018 il Parlamento è stato chiamato a eleggere un giudice costituzionale e i componenti “laici” degli organi di amministrazione autonoma delle magistrature: il Consiglio Superiore della Magistratura e i Consigli di Presidenza della Giustizia amministrativa, della Giustizia tributaria e della Corte dei Conti. E, come ben sapete, il Parlamento ha eletto nelle 21 posizioni disponibili ben 21 uomini». Ergo, nemmeno una donna. Nella missiva, le docenti esprimono «stupore» ma anche «preoccupazione» per tale decisione, sottolineando l’«aperta violazione dell’art. 51 della Costituzione, che assicura a entrambi i sessi il diritto di accedere in condizioni di uguaglianza agli uffici pubblici e che, a tal fine, affida alla Repubblica il compito di adottare appositi provvedimenti». Chiedono ai due Onorevoli di avviare una riflessione coinvolgendo tutto il Parlamento. Chiedono, sostanzialmente, il perché di questa situazione «oggettivamente incomprensibile in Italia nel 2018». I destinatari della missiva, per il momento, non hanno risposto. In compenso la lettera delle professoresse sta facendo parecchio discutere e per loro già questo è un buon segno.

«Il mondo, e in esso l’ordine giudiziario, è composto da donne e da uomini, e non esclusivamente dal genere maschile».

Sergio Mattarella

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, inoltre, si è tempestivamente espresso in merito invitando le istituzioni politiche a tener presente «che il mondo, e in esso l’ordine giudiziario, è composto da donne e da uomini, e non esclusivamente dal genere maschile». Non solo. Stefania Baroncelli, docente ordinario presso la Libera Università di Bolzano, ci spiega «questo appello è stato firmato da quasi tutte le professoresse di Diritto Costituzionale; poi abbiamo deciso di coinvolgere i colleghi uomini ottenendo un’adesione immediata. Anzi, molti di loro si sono sentiti in colpa per non aver pensato prima a un’iniziativa simile». Nel frattempo è partita una petizione online accessibile a tutti e nel giro di poche ore sono state raccolte oltre 350 firme. Di uomini e di donne. Tanti costituzionalisti, ma anche professori di altre materie e facoltà, ricercatori, avvocati, giornalisti, archeologici, magistrati, notai, pensionati, assistenti sociali, attrici. La sensazione è che lo sdegno stia crescendo con lo scorrere delle ore, insieme alla consapevolezza della gravità di quanto accaduto.

LE PARLAMENTARI NON SI SONO OPPOSTE

«Il Parlamento non ha eletto neanche una donna, ma bisogna andare più indietro. Nel senso che ogni partito ha presentato i propri candidati e già in questa fase non è apparso alcun nominativo femminile. È vero, dunque, che anche senatrici e deputate hanno votato soltanto uomini, ma non avrebbe potuto essere altrimenti per ovvi motivi», continua la professoressa. Che poi ha ricordato come «la rappresentanza politica e parlamentare, secondo quanto stabilito dall’art. 51 della Costituzione», debba «essere basata sulle pari opportunità. Ma ciò non è accaduto». La domanda allora sorge spontanea: «Possibile che le donne dei singoli partiti non abbiano detto e fatto nulla?». Quei 21 posti affidati ad altrettanti uomini veicolano, quindi un messaggio sbagliato e distorto: «È come se si volesse negare la bravura delle donne. Invece siamo capaci, molto capaci, e lo dimostriamo di continuo. Senza considerare che ormai nelle facoltà di Giurisprudenza di molte città c’è una prevalenza femminile». La questione è molto complessa e, più la si sviscera, più appare paradossale: «Il Consiglio superiore della Magistratura, fra l’altro, prende decisioni relative ai diritti di tutti i cittadini ed è assurdo non considerare che il 50% della popolazione è composto da individui di sesso femminile. La cui rappresentanza è fondamentale, perché si traduce anche in punti di vista diversi rispetto a quelli maschile e di conseguenza permette di avere una visione più completa di determinate problematiche».

BASSA RAPPRESENTANZA NEL GOVERNO E NELLA CORTE COSTITUZIONALE

Fra le firmatarie della lettera c’è anche Francesca Angelini, professoressa associata dell’Università La Sapienza di Roma: «Considerato il mio ruolo non sono direttamente interessata, ma ho ritenuto importante dare comunque il mio contributo». La docente guarda al passato più recente: «A parte il vulnus costituzionale, è stata palesemente interrotta la prassi degli ultimi anni. C’era stata una certa attenzione nei confronti della rappresentanza, ma adesso siamo tornati di nuovo indietro. È una questione di quantità, ma anche di qualità: le donne non meritavano? Sconcertante». C'è tanta amarezza nelle sue parole: «Ancora una volta hanno fatto prevalere gli interessi partitici, noncuranti del cammino fatto fino ad oggi». Interessi che forse hanno prevalso anche nella formazione dell’attuale Governo: «Su 19 ministri, soltanto cinque sono donne. Su cinque ministre, soltanto due sono con portafoglio. Su 68 membri in totale dell'Esecutivo, soltanto 10 sono donne», ha detto. La professoressa riflette anche sulla composizione della Corte Costituzionale, ovvero sugli attuali giudici costituzionali: su 14, le donne sono 3. L’unica eletta direttamente dal Parlamento è Silvana Sciarra. Le altre, Daria De Pretis e Marta Cartabia, sono state nominate da Giorgio Napolitano. Il fatto che il Parlamento abbia espresso un numero di giudici di sesso femminile inferiore rispetto alle nomine presidenziali è un altro indice di uno squilibrio che non può non avere ricadute concrete sul Paese. Come ai tempi della Legge 40 sulla fecondazione assistita, che è stata fra le più contestate nella storia d’Italia: se la presenza femminile nella Corte Costituzionale fosse stata numericamente più importante, con ogni probabilità il percorso avrebbe avuto un’evoluzione diversa.

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