16 Luglio Lug 2018 1859 16 luglio 2018

La segreteria del Pd riparte senza le Pari Opportunità

Se già non era una buona notizia la scelta dei nomi, perfetti testimonial di un passo troppo timido per poter parlare di un «dopo Renzi», ancora peggio ci è parsa l’assenza delle politiche di genere.

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In un articolo di qualche settimana fa sollecitavo l’urgenza non solo di una rivoluzione politica nel Pd, ma di una rinascita che partisse dal protagonismo delle donne e dei giovani. Dai loro problemi, dalla loro forza. Dicevo con convinzione al Partito Democratico - che ci piaccia o no è l’unica forza progressista nazionale organizzata ancora presente nel nostro Paese - che non vi fosse altra strada se non quella di ripartire da quelle due categorie, usate e abusate più per propaganda che per altro: donne e giovani.

Avevamo in molti grandi aspettative dall’ultima segreteria, ma la resa dei conti che ci si aspettava non è arrivata. Anche se leggermente più in difficoltà del solito, Renzi non ha affatto abdicato e ha soprattutto, ancora una volta, ritardato quella discontinuità che forse solo noi elettori di sinistra, senza casa politica e senza più molta fiducia, aspettavamo.

A dirlo non sono soltanto le parole ancora troppo timide di chi deve inquadrare un fallimento completo e ancora lo vede come una piccola sconfitta per di più attribuibile a qualcun altro. A dirlo sono i grandi temi da cui è ripartita - da venerdì 13 luglio - la segreteria «made in Martina»: Pietro Barbieri, portavoce del forum Terzo settore delega al Welfare; Teresa Bellanova, delega al Mezzogiorno; Francesco Boccia, alle Imprese; Gianni Cuperlo delega alle Riforme, alleanze, partecipazione; Gianni Dal Moro, Organizzazione; Chiara Gribaudo, al Lavoro, Marianna Madia, alla Comunicazione; Andrea Martella, Infrastrutture e Trasporti; Tommaso Nannicini, Progetto partito e forum nazionale, Lia Quartapelle, Esteri e cooperazione; Matteo Ricci, Enti locali; Marina Sereni al Diritto alla Salute; Mila Spicola, Contrasto alla povertà educativa.

E se già non era una buona notizia la scelta dei nomi, perfetti testimonial di un passo troppo timido per poter parlare di un «dopo Renzi», ancora peggio ci è parsa l’assenza delle politiche di genere. A far cadere le braccia a me e a tante associazioni femministe è stato proprio questo pensiero: dopo i fiumi di parole spese dal 'reggente' Martina (ricordate quando disse «fate bene ad arrabbiarvi»?), dopo le riunioni e gli incontri delle donne Pd riunitesi in una «Towanda action», dopo l’evidenza di un mondo che chiede alla politica di taglaire con il passato della prevaricazione maschile in ogni ambito, il PD come se niente fosse dimentica le pari opportunità. No, scusate, è sbagliato dire «dimentica». La frase giusta è: il Pd non ritiene opportuno si debba di inserire un macrotema e quindi un referente che si occupi di Pari opportunità.

Quando ho letto le prime agenzie ero certa ci fosse uno sbaglio, una dimenticanza. Macché. La scelta di Martina è talmente discutibile che Alessandro Rosina (autore del libro Il futuro che non c’è e professore di demografia e statistica sociale) prima e l’ex ministra Valeria Fedeli poi, ricordano, a poche ore dalla segreteria, come senza donne e giovani non si possa contare su una crescita solida e non sia possibile realizzare la società e l’economia della conoscenza.

La cosa invece non sembra toccare né il nuovo segretario né i competitor interni e di maggiore visibilità: Calenda, Emiliano e Zingaretti. Da loro solo nemmeno una parola per evidenziare come sia contro ogni modernità e anche contro ogni logica escludere dai ruoli prioritari del partito un tema cruciale per la crescita del Paese. Nessuna dichiarazione per dire forte e chiaro che se non si parla e non si dà priorità ai problemi delle donne, il loro consenso al Pd è praticamente perso in partenza… A questa mia critica verranno subito in soccorso quelli che ci ricorderanno come nei prossimi giorni verranno resi noti i nuovi responsabili tematici e dei dipartimenti nazionali. E lì di certo le Pari opportunità ci saranno. Ma tutti, proprio tutti, sappiamo bene la differenza. Una differenza simile ad avere un Ministero per le Pari Opportunità o ad avere un Sottosegretario con delega, per capirci.

Ho cercato una ragione politica a questa mancanza. Ho cercato di leggere commenti e riascoltato i discorsi tenuti con ardore nella segreteria. Nulla. Non vi è traccia utile a capire per quale ragione nei vari «ministri ombra» non vi potesse essere una figura referente per le Pari opportunità e magari per i diritti. E allora, lo ammetto, io un’idea mia me la sono fatta. Penso che in questo momento di “formattazione auspicabile” del Pd (certo da fare con immensa calma, eh…) le donne devono stare al loro posto. La scia carismatica del #MeToo? I movimenti femministi italiani sempre più attivi? Nuove leader donne ovunque nel mondo? Si, tutto bello, ma non adesso e non nel Pd. Perché diciamolo: rischiare che si parli come di un tema prioritario ciò che blocca il leaderismo delle donne potrebbe addirittura portare risultati. E magari arriva qualcuna più brava e carismatica degli attuali pretendenti su cui ricostruire il partito. No, meglio di no. Le Pari opportunità della sinistra che vuole riconquistare il consenso e il Paese, in Italia possono ancora aspettare. Soprattutto nel Pd.

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