25 Giugno Giu 2018 1925 25 giugno 2018

Basta all'odio e alla violenza sul web: gli odiatori compulsivi vanno denunciati

Laura Boldrini ha querelato un odontotecnico che ha detto di voler tagliare la gola a lei e Saviano. Come possiamo fermare gli haters? Segnalandoli. Perché le minacce sul web non devono essere considerati meno gravi.

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Laura Boldrini Roberto Saviano Linguaggio Odio

Il linguaggio di odio, in inglese hate speech, non è solo una moda. Le mode possono piacere o non piacere e, soprattutto, passano. Il vero pericolo del linguaggio degli odiatori è invece che diventi normalità, diritto, quindi 'subcultura' accettata e condivisa.

Più invasivo e violento del «pettegolezzo imburrato, infornato e mangiato dei palati volgari» che cantava Carmen Consoli, il linguaggio di odio ha una caratteristica peculiare: mira a ferire, a turbare e rendere la vittima timorosa nell’immediato, nel momento stesso dell’attacco. Una specie di proiettile scagliato con un obiettivo preciso e un bersaglio inerme. Esattamente come il pettegolezzo è una pratica incredibilmente trasversale: l’hater non ha un profilo così identificabile come qualcuno ci vuole far credere. Non è il disagiato, il frustrato, la irriducibile pettegola del quartiere. Il 'mestiere' dell’odiatore, il cui palcoscenico inaspettato e rigoglioso sono i social network, ha adepti ovunque. Ed è un dato del tutto evidente e riscontrabile che le vittime preferite del linguaggio di odio siano le donne e le minoranze (in particolare le persone LGBTIQA). Tra le persone note impossibile non citare l’ondata di odio che hanno subito - e ancora subiscono - Asia Argento e Laura Boldrini. Quest’ultima, proprio il 24 giugno ha annunciato di aver querelato un odontotecnico di Torino che suggeriva di tagliare la gola a lei e a Roberto Saviano. Il 'leone da tastiera' di Torino si era poi preoccupato anche di rimuovere il post, non abbastanza in fretta da non essere immortalato e rilanciato dalla stessa ex presidente Boldrini.

I social network, in particolare Twitter e Facebook, stanno cercando di correre ai ripari. Una delle azioni che pare dare maggiori risultati è proprio quella di affidarsi agli utenti e alle utenti, chiamandole ad essere vere e proprie sentinelle contro l’incitamento all’odio. Proprio dieci giorni fa lo staff di esperti sulla sicurezza del social network di Mark Zuckerberg ha riunito a Londra varie associazioni provenienti da tutta Europa. L’obiettivo era quello di confrontarsi e suggerire nuove metodologie per fronteggiare il fenomeno. Per l’Italia hanno partecipato l’organizzazione femminista Rebel Network e l’Associazione Telefono Rosa Nazionale. È stato un risultato importante per l’Italia e per le donne poter contare su delle organizzazioni in grado di monitorare l’impegno delle grandi major dei 'social', ma pare evidente che per ora il sistema più efficace sia sporgere denuncia. Lo hanno fatto non solo Laura Boldrini e Asia Argento, ma anche attivisti come Luca Paladini, Cathy La Torre e l’opinionista Sevalggia Lucarelli. Su questo tema anche io sostengo che la comprensione e il «lasciamoli fare» sia un errore madornale. L’incitamento all’odio, le minacce, il sessismo e la diffamazione a mezzo web non possono e non devono essere considerati meno gravi solo perché avvenuti nel mare magnum del web o perché agìti da un vigliacco o una vigliacca senza nome (i cosiddetti troll). Non dobbiamo sopportare ciò che non tollereremmo in altre situazioni. Tra l’altro, la giurisprudenza si sta mostrando (fortunatamente) molto poco comprensiva nei confronti degli haters.

Non possiamo che esserne contenti, visto che, come dicevo all’inizio, il rischio è di avallare un modo di interloquire che nulla ha a che vedere con la libertà di opinione e moltissimo con la violenza, il cyberbullismo e la violenza di genere.

Il tema non riguarda solo le singole persone e le donne in particolare. Riguarda anche le aziende: una recente indagine condotta dalla SWG su cento dirigenti di azienda, gli stessi intervistati dichiaravano come ritengano la comunicazione sia ormai cambiata con una prevalenza preoccupante di protagonismo e aggressività. Il 95% dei dirigenti sostiene inoltre che la buona educazione e il linguaggio incidano sulla brand reputation aziendale. Basterebbe già questo a convincere le realtà importanti del nostro Paese a migliorare i punti deboli, veri assist per gli haters: impietosamente la ricerca registra che nelle aziende italiane manchino soprattutto competenze (42%), risorse umane (30%), approccio mentale e culturale al fenomeno (24%) investimenti (20%), pratica ed esperienza (18%).

Una grande mano a inquadrare problemi e soluzioni l’ha data il Manifesto per la comunicazione non ostile di Anna Maria Testa: un lavoro che consiglio di diffondere a macchia d’olio, nel quale dieci regole di puro buon senso possono guidare una vera riscossa contro gli odiatori compulsivi.

Tornando a come potersi difendere nell’immediato, la soluzione mi sembra del tutto scontata: non lasciar correre, non sottovalutare il fenomeno, ma restare a testa alta, segnalare ai gestori, ma soprattutto DENUNCIARE. L’incitatore di odio trae subito beneficio e forza dalla sensazione di avere incontrato un soggetto debole e remissivo, proprio come accede, purtroppo, in tanti casi di violenza domestica. Cerchiamo quindi di non esserlo e, magari, agiamo subito «in team». La Polizia Postale in questo è un alleato prezioso e molto preparato. Facciamo in modo che il sostegno al loro lavoro sia l’impegno civile di ognuno di noi, perché la cultura del rispetto non lasci nessuno spazio all’odio e alla violenza delle parole.

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